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“Judy”, un affresco sullo smarrimento di una personalità

“Judy”, un affresco sullo smarrimento di una personalità.

Recensione di Eugenio Fatigante

Un “Viale del tramonto” della vita reale. La fulminante ascesa e il lento, triste declino di una star. Non chiusa in una villa del Sunset Boulevard, a sognare un improbabile ritorno come nella finzione cinematografica, ma ancora sulle scene nei teatri di Londra, 30 anni dopo i successi da bambina, con la voce e lo spirito indeboliti, ancora capace però di donare un’ultima emozione ai suoi fan. Arriva nelle sale il 30 gennaio “Judy”, film di Rupert Goold, un classico, solido prodotto hollywoodiano che descrive la parabola della leggenda Judy Garland (la fulminante ragazzina Dorothy del “Mago di Oz”) e che è fra i protagonisti della stagione degli Oscar per la strepitosa interpretazione, che rimane impressa, di Renèe Zellweger, in una prova di grande intensità anche nel fisico, scavato e macerato dall’alcool e dalle pasticche assunte dalla protagonista.

Il film è una lunga carrellata sulla traiettoria dopo l’arcobaleno nella vita della grande attrice e cantante, madre di Liza Minnelli, morta prematuramente il 22 giugno 1969 (a 47 anni, per overdose accidentale di barbiturici) proprio a Londra. I fasti della gioventù sono concentrati nelle rapide scene che illustrano il rigido rapporto sul set e il tentativo di ribellione al controllo esercitato sulla 16enne Judy dal capo-padrone della Mgm, Louis B. Mayer, che la mette brutalmente davanti a una scelta: o fare tutto quel che lui le chiede per essere una star o lasciare e finire dimentica da tutti. L’esito lo sappiamo. Trent’anni dopo, ritroviamo una Garland molto diversa dalla baby star del periodo d’oro: ha sempre continuato ad esibirsi, ma la vita e gli errori l’hanno segnata, tanto da vagare nella notte di Los Angeles senza soldi per pagare un hotel per lei e i 2 figli che si porta appresso. Le offerte lavorative negli Usa scarseggiano, ma Londra l’ama ancora e lei accetta una tournée di 5 settimane nel locale “The Talk of the Town”.

È il periodo già scelto dal drammaturgo Peter Quilter per l’opera teatrale poi visionata dal produttore David Livingstone, che vi si è ispirato per il film. Il film fa affidamento sull’effetto “musical biopics”, arrivando in singolare coincidenza dopo quelli su altri artisti come Elton John (Rocketman) e Freddie Mercury (Bohemian Rapsody). Ma l’ambientazione inglese, il racconto della difficoltà psicologica di essere un’icona e la carica di nostalgia miscelata a un inesorabile declino lo fanno accostare più a “Stanlio & Ollio”, il movie sulla celebre coppia comica. È un affresco sullo smarrimento di una personalità, fatto curiosamente da un regista noto finora per un film (True story) sul furto d’identità. Una personalità che si consuma, si ritrova e si esalta al tempo stesso nel rapporto con il pubblico, ancora dopo tanti anni, come nella scena commovente in cui la voce di Judy vacilla sul finale della famosissima “Over the rainbow”. E proprio nel concentrarsi sui “lati oscuri” della Garland, lontano dai grandi successi, il film trova la sua forza espressiva più riuscita. <Ero interessato – ha detto il regista Goold – al modo in cui bilanciare la leggenda con la donna umana e reale: la madre e il mito, l’esplorazione del bisogno di Judy di trovare l’amore e una casa per raggiungere la normalità>. Perché dopo tutto, pure dopo tanti anni, per lei  <non c’è un posto bello come la casa>. Proprio come diceva la protagonista del “Mago di Oz”.