“Karenina & I” di Tommaso Mottola incanta il Teatro Argentina di Roma. E stasera si replica a Milano

Dopo aver partecipato ai Festival di Mosca, Tromsø e Virginia, al Biografilm Festival, al Camerimage International Film Festival all’European Film Award (finalista come miglior documentario), dopo essere stato in cinquina ai Nastri d’Argento ed aver vinto il Master of Art Film Festival, “Karenina & I” («Il film che tutti avrebbero voluto fare su Anna», come lo ha definito la pronipote di Lev Tolstoj, Fekla) è stato presentato lo scorso sabato in una serata speciale al Teatro Argentina di Roma, alla presenza di parte dei tanti crowdfunder che hanno contribuito alla sua realizzazione, oltre che del cast tecnico ed artistico.
A svettare in quest’ultimo, Gørild Mauseth, protagonista assoluta del film diretto dal marito Tommaso Mottola, e Baltazar, il loro figlioletto.
Alla proiezione di Roma ne seguiranno altre in tutta Italia, a cominciare da Milano (stasera al Teatro Franco Parenti) e Napoli (tra una settimana esatta, il 18 marzo, al Teatro Mercadante).

Gørild non è una semplice interprete, ma il “personaggio totale” di un “meta-film”.
“Karenina & I”, infatti, racconta il suo viaggio – letterale e metaforico – alla scoperta dell’eroina tolstoiana e di se stessa.
Già perché i due personaggi, quello reale e quello di fantasia, intersecano l’uno con l’altro le proprie vite, i dubbi, i tormenti, gli auspici, il bisogno di amore, il cammino di autoconsapevolezza e il tragico dissidio interiore. Un dissidio che, per entrambe, affonda le radici nel dramma giovanile che ha lasciato indelebili cicatrici nel loro animo.

Non so se Mottola si sia ispirato, almeno in parte, a “L’amore probabilmente” di Giuseppe Bertolucci (Sonia Bergamasco, presente in entrambi i film, sarebbe in questo caso un perfetto trait d’union). Di sicuro, con pochi mezzi e la complicità di un maestro del montaggio quale Michał Leszczyłowski (un titolo su tutti: “Sacrificio” di Andrej Tarkovskij), delle musiche di Philip Glass e Michael Nyman e dell’intensa voce narrante di Liam Neeson, è riuscito in un’impresa quasi impossibile: dar vita ad un film-poesia che accompagna, con discrezione e acutezza di sguardo, la sua musa dalla terra natale di quest’ultima (la Norvegia coi suoi fiordi selvaggi e lunari), passando da Venezia, sino a Vladivostok, il palcoscenico dove si terrà la rappresentazione di “Anna Karenina”, in un’alternanza – armoniosa e senza soluzione di continuità – di ambienti a migliaia di chilometri l’uno dall’altro, stati d’animo contrastanti e magnetiche emozioni.

Un viaggio in treno da un capo all’altro dell’Eurasia, attraverso la Russia intera e i suoi fusi orari, che tocca le tappe salienti del capolavoro di Lev Tolstoj. Un percorso in treno in cui il mezzo, con le proprie soste e il ritmo cadenzato, ora incalzante ora ipnotico, mette la protagonista nelle migliori condizioni, da un lato, per mantenere un contatto continuo, epidermico e pervasivo con il territorio, i suoi abitanti e i suoi villaggi, in una sorta di immersione progressiva, vertiginosa e salvifica (come quella, splendida ed iniziatica, nel gelido lago), nella cultura e nei misteri che hanno alimentato il romanzo; dall’altro, per avere il tempo di imparare (con la supervisione di una paziente e sensibile insegnante) la lingua russa, prima sconosciuta ma a poco a poco sempre più familiare.
Una nuova lingua forse a lei “familiare da sempre”, nella misura in cui già presente nella sua interiorità grazie ad analoghe modulazioni del pensiero e (ri)organizzazioni del sentimento.

Il viaggio di Gørild è sovrapponibile passo passo all’odissea di Anna. Sino al finale.
Un finale di riconciliazione con se stessi e con il prossimo per entrambe, ma con una distinzione fondamentale e irriducibile: per Anna la riconciliazione avviene con una morte in solitudine sorprendentemente analoga a quella che avrebbe poi avuto il suo stesso autore; Gørild, al contrario, proprio grazie alla fusione con il personaggio e la terra che lo ha generato, riesce a suturare le ferite del proprio passato e a liberarsi verso la speranza e una nuova vita.

Magistrale in questo senso la scena conclusiva, con Gørild che taglia sugli sci una natura incontaminata, una landa norvegese e russa allo stesso tempo. Gørild si allontana verso l’orizzonte, la vediamo da sola, ma il viaggio appena concluso certifica che al suo fianco ci sono stati e sempre ci saranno proprio coloro che invece Anna aveva abbandonato: il figlioletto e il marito.

Quelli di Gørild, “trasferitisi” assieme a lei fuori dal film per un nuovo viaggio stavolta senza sceneggiatura, l’hanno salutata e applaudita sul palco dell’Argentina alla fine della proiezione, in un commovente abbraccio collettivo con tutto il pubblico presente.

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