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“La Festa” di Cristiano Turato, una chiacchierata con l’artista nel giorno del suo compleanno

“La Festa” di Cristiano Turato, una chiacchierata con l’artista nel giorno del suo compleanno.

Approfittiamo del titolo del nuovo album di Cristiano Turato, La Festa, per un omaggio all’artista nel giorno del suo compleanno, ringraziandolo per la disponibilità a raccontarsi, tra la sua storia professionale che passa anche dallo storico gruppo, I Nomadi, al regalo che vorrebbe per il suo compleanno fino a un bellissimo messaggio di speranza,  raccontando parte della sua quarantena in famiglia.

La prima domanda, inevitabile, riguarda l’esperienza con I Nomadi. Sembra piuttosto “giovane” per aver fatto parte di un gruppo così storico (1963), come è nata la collaborazione con i Nomadi?

Forse ero troppo giovane rispetto ai meccanismi storici interni cronicizzati. Essere “giovane” vuol dire avere uno sguardo sul futuro ed è per questo che la mia professionalità, probabilmente, era vissuta con scomodità e si andava a scontrare con retaggi a cui non credo più da moltissimo tempo. Vengo alla sua domanda. Dopo anni di gavetta in giro per l’Italia con Madaleine, band eletto rock a cui tenevo molto, si stava per concretizzare all’orizzonte un contratto discografico importante: cosa che poi è sfumata. A cavallo tra fine 2011 e inizio 2012 è arrivata la proposta del chitarrista dopo l’ascolto di una demo di quattro brani prodotte con il progetto di cui parlavo poc’anzi.

 

Che effetto fa essere parte di una band che ha scritto un capitolo importante della musica, prima ancora che lei nascesse?

È stata un’esperienza come tante altre. Gli anni dei Nomadi mi hanno permesso di capire soprattutto me stesso e di crescere. Ogni esperienza, anche quella che non ha un nome apparentemente importante – le posso citare quella a Rimini in una casa di prima accoglienza della Papa Giovanni – ti cambia la vita.

 

Nel suo album, La Festa, ci sono dei richiami o delle influenze della musica di “denuncia” che ha fatto parte della produzione dei Nomadi?

Chi usufruisce del privilegio di raccontare le emozioni non necessariamente essere posizionato in qualche categoria, capisco sia la moda dei nostri tempi ma “denuncia”, termine poi che non mi piace, è un parola che dovrebbe appartenere alla cura di ogni essere umano che ha a cuore le sorti del mondo.

Il mio disco non assomiglia assolutamente al passato e si prefigge l’obiettivo di dar qualche spunto per il semplice ragionare e la bellezza del pensare.

 

Ci racconta il suo nuovo album ? (In copertina il video ufficiale “Atlantide”)

Il mio nuovo disco è un arcobaleno di colori, disegnato con sonorità pop e qualche ingrediente di elettronica a cui sono innamorato. Un disco per tutte le orecchie e i cuori che sfonda i tabù dei canoni moderni e non si occupa di assomigliare a niente e nessuno. Un allenamento di diverse professionalità in grado di tradurre la mia arte e renderla fruibile a tutti per questo devo ringraziare Alberto Roveroni e Francesco Pisana.

Il 7 maggio è il giorno del suo compleanno, se potesse chiedere un regalo quale sarebbe? 

Il libro del Professore Pietro Ratto, uno storico e molto altro, “L’industria delle Vaccinazioni”.

 

So che tiene molto alla sua vita privata, come si concilia il desiderio e la necessità di esporsi, con il bisogno di proteggere la vita personale? 

Credo ci sia bisogno di far crescere la propria consapevolezza, mettendo al centro la Famiglia, il resto si sistema da solo.

Per entrare un po’ nel privato, se vorrà permettercelo naturalmente, come ha trascorso la quarantena? 

Per me è stato facile. Io sono una Cinquecento a due marce e ho l’abitudine di scegliere del tempo per me in cui rallentare. La quarantena è stata la possibilità di aprire dei libri che non avevo mai letto e riprendere in mano quelli lasciati a metà. Ho vissuto i miei figli come mai prima d’ora e ho scritto molti brani, forse per due dischi.

 

È stato un periodo di creatività o di meditazione? 

Certo. Mi alzo presto il mattino, metto le scarpe ed esco, e cammino verso un boschetto di pioppi. Mi siedo ascolto, abbraccio qualche albero e per un po’.

 

Come sarà il futuro prossimo della musica dal vivo? 

Mi permetto di prendere alla larga. L’umanità ha resistito a tragedie ben più importanti di questa che stiamo vivendo. Ne uscirà di nuovo e si inventerà qualcosa e ci sorprenderemo di nuovo. Siamo fatti di luce e la luce non può essere spenta.