Uscito in Giappone a settembre 2016 con grande successo di pubblico e di critica, “ La forma della voce “ è una riuscita rappresentazione della difficoltà di crescere in un mondo dove la violenza e la prevaricazione, il bullismo, sono spesso un modo – talvolta l’unico – per distinguersi e allo stesso tempo sentirsi adeguati.

Ishida è un ragazzo delle scuole elementari che, insieme ad alcuni compagni, passa il tempo a bullizzare altri ragazzi e compagni. Un giorno nella sua classe si trasferisce una ragazzina sorda – Nishimiya- e, manco a dirlo, dopo pochi giorni diviene il bersaglio delle angherie di Ishida e di alcuni compagni, che agiscono anche grazie all’indifferenza generale. Dopo mesi di scherzi e cattiverie Nishimiyasi ritira dalla scuola. La classe viene messa sotto accusa, ma i ragazzi, impauriti, si coalizzano e scaricano la colpa sul solo Ishida. Marchiato come bullo, viene non solo abbandonato da tutti – anche da quelli che considerava come amici – ma diviene a sua volta vittima di atti di bullismo che lo segnano profondamente.

Dopo alcuni anni, Ishida, all’ultimo anno delle scuole superiori, vive un’esistenza solitaria, nella paura di ogni contatto e relazione, al punto che in più di un’occasione pensa anche al suicidio, arrivando anche a programmare il giorno e tutte le cose da fare prima di quel fatidico evento. Un giorno però incontra Nishimiya e ciò scatenerà una serie di eventi porteranno i vari compagni a doversi incontrare e finalmente confrontarsi con quello che avevano fatto alle elementari.

Con La forma della voce, la giovane regista Naoko Yamada ci regala un ottimo esempio di come il cinema di denuncia dovrebbe sempre essere. Ella, infatti, non prende un tema controverso e di moda e lo affronta attraverso quella logica da politically correct e da etica di riporto le quali solitamente invece di far riflettere lo spettatore, gli offre solo quello che già sa o, peggio, che già prima di entrare in sala, vorrebbe sentirsi dire, sentirsi confermare.

No, Naoko Yamada all’opposto vuole stimolare lo spettatore, e sceglie di farlo con una messa in scena che, partendo da una situazione della quale già sappiamo, o dovremmo sapere, la conclusione o il giudizio (il bullismo) presto l’abbandona, per far procedere il racconto in direzioni non del tutto prevedibili, alcune delle quali mostrano come la problematica di facciata (appunto il bullismo) sia solo un pretesto per parlarci di qualcosa di più complesso com’è la difficoltà, il rischio di vivere la relazione con l’altro. Ed è così che ne La forma della voce non è così facile distinguere tra colpevoli ed innocenti e che non ci sono soluzioni facili – bianche e nere, univoche – che possono essere dettate dall’alto, dal di fuori del sistema di relazioni instaurate dalle persone coinvolte. Talvolta, invece, la soluzione può arrivare solo dal confronto interno, aspro e doloroso, con se stessi e con gli altri. Perché la vita è questione più complessa di rigidi schematismi morali e rigetta sempre soluzioni che non sono passate attraverso il fuoco dell’esistere.

Dal punto di vista estetico La Forma della voce riesce a eccellere senza stupire, mantenendo anche molte delle soluzioni grafiche che contraddistinguevano il fumetto originale di Yoshitoki Ōima.

Insomma, La forma della voce è un film che racconta bellamente una bella storia, che commuove e fa riflettere, e lo fa rispettando lo spettatore, donandogli, cioè, qualcos’altro oltre quello che vorrebbe e già si aspetta.

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