L’albero del vicino

Il regista islandese Hafstein torna a proporci una nuova storia sul grande schermo e presenta L’albero del vicino, nelle sale italiane a partire da domani, 28 giugno. Un film, che si lascia ispirare dalla banalità dei fatti raccontati ogni giorno dalla cronaca, ma che ben presto si trasforma in un vero dramma, violento e doloroso.
Protagonista della vicenda è Atli, un uomo sui quarant’anni, sposato e con una figlia piccola che ogni notte, si sveglia per guardare un filmato pornografico di cui egli stesso è protagonista insieme a un’altra donna ed eccitarsi. Cacciato di casa, torna dai suoi genitori, che ormai giunti alla pensione si godono la vecchiaia in una bellissima villa con un grande albero nel giardino che nessuno provvede mai a potare. I suoi rami, che impediscono alla giovane vicina di prendere il sole, danno soltanto un pretesto per le innumerevoli dispute tra le due famiglie. Da semplici scontri verbali si passerà ben presto ai furti, alle denunce, alla violenza e a un evento enormemente tragico che molti personaggi pagheranno con la vita.
L’attore Steinbòr Hroar Stenborsson recita una ruolo molto complicato. Nonostante l’errore commesso nei confronti di sua moglie, il suo personaggio è l’unico consapevole che il sentimento d’odio non si rivela mai portatore di messaggi positivi. La sua lontananza da casa fa male alla bambina, che continua costantemente a chiedere di lui a chiunque. Anche gli insulti continui tra genitori e vicini, lo costringeranno a sopportare un’atmosfera drammatica senza nessuna tregua. Questo scenario richiama il racconto intenso di Frankenstein di Mary Shelley, quello tragico di Son de mar di Bigas Luna, quello violento di Sleepers di Barry Levinson, quello lamentoso del Concerto N.3 per pianoforte e orchestra di Sergei Rachmaninoff. Quest’ultima opera presente nella colonna sonora, lascia pensare che forse una composizione così raffinata, ma anche di ascolto non semplice, avrebbe potuto essere sfruttata al meglio per questo film. Più di una volta nel corso della narrazione, Baldvin, il padre di Atly, abbandona la famiglia per andare a cantare in un coro orchestrale. La musica del film non è mai allegra, ma calza perfettamente per commentare immagini e primi piani di volti tristi e solitari; distrutti dalla malinconia e dalla quotidianità dell’esistenza che non regala loro nessuna gioia.
Tornando a Rachmanninoff, gli interpreti più esperti ed appassionati di musica, sanno che il brano dell’illustre musicista russo, si presenta come una composizione “monumentale” (citando David Hefflgot in Shine), orecchiabile e cantabile solo nelle sue fasi iniziali. Poi, individuarne un motivo riconoscibile diventa un’impresa ardua se non impossibile. Il pianista esegue due melodie completamente distinte, le sue mani si muovono ad una velocità vertiginosa, spaziando tra le note più basse e le più alte della tastiera e alternando l’intensità dell’esecuzione da “pianissimo” (pp) a fortissimo (ff).
Anche L’albero del vicino, la cui sceneggiatura ci propone due racconti completamente diversi seguendo lo stesso filo conduttore, è come una partitura musicale con le stesse caratteristiche. Se nelle sue primissime scene, il racconto sembra facilmente fruibile, poi subentra la tensione, volta a lasciare nello spettatore un certo disorientamento.
Per chi è intenzionato a vederlo, consigliamo di prepararsi psicologicamente allo stesso modo in cui un pianista si avventura nello studio di un brano complesso come il Rach 3. L’eccessivo virtuosismo da una parte e scene così violente dall’altra, a volte possono rendere difficile la fruibilità di un’opera.

Eugenio Bonardi

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