Lola ha quasi diciassette anni, va a scuola, in chiesa e al mercato, per aiutare mamma e papà nella vendita della frutta. Lola è gitana e la sua vita è costretta dentro i riti secolari e le convenzioni della comunità d’appartenenza, che prevede per lei un solo futuro, quello di sposa, madre e donna di casa. I suoi grandi occhi però si spingono altrove, verso un destino diverso, costruito con le proprie passioni e disegnato sulla propria irripetibile identità. Lola, infatti, è una writer autodidatta specializzata nella raffigurazioni di volatili e desidera diventare maestra, andarsene lontano, essere lei l’autrice della propria vita.

Una vita che si incrocia con quella di Carmen, di poco più grande e ormai pronta per le nozze con il cugino di Lola, imminenti dopo il fidanzamento e la presentazione ufficiali tra le due famiglie con cui si apre il racconto. L’incontro tra Lola e Carmen, tuttavia, non è affatto ufficiale, ma casuale (un giorno di pioggia improvvisa al mercato) e si sviluppa nella clandestinità, tra una pausa di lavoro e un’uscita di casa per accompagnare a scuola i fratelli più piccoli. Una volta capito che le intenzioni di Lola vano oltre la semplice amicizia, Carmen la rifiuta e la fa piombare nella depressione. Salvo poi accettare il sentimento che sente prorompere innanzitutto dentro se stessa e riavvicinarsi a lei. Inevitabilmente, la relazione che si sviluppa tra le due sconvolge le loro vite e quella della comunità gitana. L’unico sostegno verrà dalla comune amica Paqui, collega di Lola.

Un amore impossibile dal sofferto segreto, allo scandalo, alla fuga: non ha nulla di originale, la storia scritta e diretta da Arantxa Echevarría, ne vediamo ripetersi lo schema un po’ in tutti i film che parlano di amori travagliati, osteggiati dalla tradizione o dalla comunità, amori adulteri, omosessuali o tra classi sociali agli antipodi. Eppure la regista, esperta documentarista qui al suo primo lungometraggio di finzione (in concorso a Cannes 2018 nella sezione “Quinzaine des Réalisateurs” e quest’anno vincitore di due premi Goya e del Lovers Film Festival di Torino), infonde leggerezza e profondità al proprio film, sin dalla prima scena. Attraverso un’attenta selezione scenografica e cromatica, riprese essenziali, sempre concentrate sui particolari rivelatori dell’azione, una sapiente alternanza tra “vicino” e “lontano”, Echevarría pedina le proprie protagoniste e, insieme, esplora con discrezione e lucidità il contesto, dalle dimensioni più raccolte e private sino alle scene allargate ad abbracciare i membri della piccola e chiusa comunità. L’incedere del film è incalzante e nello stesso tempo arioso, le pause si alternano con l’azione e l’acuirsi della tensione. E le scene d’amore sono di mirabile delicatezza: nessuna morbosità, nessun erotismo di maniera, ma unicamente le giusta distanza e la più coinvolgente sensibilità, nello sguardo di quest’autrice donna che osserva svilupparsi un tenero e invincibile sentimento tra le sue due giovani protagoniste. Le quali, al contempo, scoprono l’amore e la propria identità.

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