Bot Blade Runner 2049

Visto stamani al cinema Adriano di Roma “Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve (misure antipirateria riscontrate raramente: telefoni imbustati e sigillati, controllori laterali durante tutta la visione).

Il protagonista assoluto di questo secondo capitolo ispirato al romanzo di Philip K. Dick “Il cacciatore di androidi” (1968) è l’Agente K, replicante di nuova generazione incaricato di eliminare i suoi (ormai anziani) simili della prima ora. Lui è il più esperto e nemmeno il lavoro che apre il film riserva sorprese.

Sennonché, dinanzi all’abitazione della vittima, proprio sotto l’albero (morto, come la natura che lo circonda), K e le forze dell’ordine scoprono qualcosa di eccezionale. Un reperto unico, che cambia il destino del protagonista e la concezione che lui ha di se stesso.

La missione che gli viene affidata lo porterà a scontrarsi con la diabolica ancella del creatore dei nuovi androidi e… una vecchia conoscenza del “Blade Runner” di Ridley Scott (qui produttore esecutivo).

Quell’uomo misterioso, che vive in completo isolamento nel grand hotel di una città abbandonata perché considerata inabitabile, assistito dal solo cane e dalle api del suo alveare, conosce cose che gli inseguitori vogliono sapere tanto quanto K. Per scongiurare una rivoluzione (che forse è destinata a compiersi… nel prossimo capitolo?) i primi, per conoscere una volta per tutte la propria identità il secondo.

Sarà però il personaggio più fragile e potente a far superare al vecchio e nuovo protagonista un’ultima, trasparente e invalicabile barriera. E a legarli a sé di nuovo e per sempre.

Contrariamente a quello che suggerisce il trailer, “2049” si distanzia dai consueti film fantascientifici/d’azione statunitensi, trascura inseguimenti esplosioni e spericolate peripezie e – in perfetta linea con i precedenti lavori del talentuoso regista – si concentra sui personaggi e le atmosfere. Così da costruire una suggestiva alternanza di silenzi e accelerazioni, riflessione e violenza, seduzione e freddezza a partire dalla singola scena (magistrali in questo senso l’incontro di Deckard e K e il duello, per nulla super-eroico, sulla riva notturna).

Villeneuve si prende tutto il tempo di cui ha bisogno, lui e un’operazione attesa e temuta, agognata e osteggiata dal pubblico mondiale per quasi quarant’anni.

Certo (anche qui in linea con la propria produzione) qua e là eccede in esibizionismo tecnologico (l’ologramma rischia di essere una presenza deviante e… sbiadita), preziosismi inutili o ingenui quali la replica della giovane Rachael con relativa battuta di Deckard (che chiude una delle scene meno efficacemente gestite, soprattutto considerate le potenzialità di partenza); nei momenti chiave, poi, il regista, probabilmente per scongiurare i pericoli di confusione alimentati dal suo mondo ammaliante, non resiste alla tentazione del didascalismo e alla connessa riproposizione di frammenti di sonoro e visivo.

Eppure, Villeneuve sa imprimere una cifra chiara e sempre riconoscibile a un’opera che omaggia l’inarrivabile originale senza mai configurarsi come suo surrogato servile o furba deviazione.

E così l’impensabile avviene: i due “Blade Runner” si richiamano e si distaccano, ognuno con la propria specifica identità. Esattamente come Deckard e l’Agente K.

I primi legati inscindibilmente ad un mondo che non c’è più, all’analogico, all’effetto eminentemente “speciale”, alle scenografie costruite in spazi sempre limitati e limitanti eppur magnificati dalla cinepresa; i secondi, all’opposto, figli della nuova liquidità e piattezza digitali, degli effetti innanzitutto “visivi”, di scenografie e di un immaginario nati e finalizzati (senza fine, senza confini) dentro il computer e il cyberspazio.

Ecco, questo è lo spartiacque tra i due film, e l’assenza, incolmabile, di cui soffre il secondo: “2049” non è penetrato da alcun “fuori”, nessun’angoscia lo scuote. I replicanti di Scott lottavano con tutte le proprie forze contro una data di scadenza che sapevano invincibile, contro un destino superiore e indifferente che cancella all’istante ricordi, speranze, progetti e identità con la spietata leggerezza della pioggia nei confronti delle lacrime. Roy Batty e compagni, uomini all’ennesima potenza, erano dolorosamente coscienti – come e più di ogni essere vivente – di camminare a braccetto con la morte: proprio per questo, riuscivano ad aprire gli occhi del protagonista e dello spettatore; gli androidi di Villeneuve, invece, sono degl’immateriali-immortali che si specchiano in se stessi al pari dello spettatore (il cui telefono imbustato cede emblematicamente il monopolio -assoluto e momentaneo- allo schermo avvolgente -riflettente- davanti a lui).

“2049”, fedele alla matrice numerica (virale) con cui è stato creato, è un’oscillazione controllata di emozioni circoscritte (cicatrizzate) senza un vero inizio né un autentico finale (ch’è anzi interpretabile come una sosta -standby- per nuove ripartenze); il primo “Blade Runner”, invece, è una tragedia irriducibile e in sé compiuta: proprio in quanto tale (e in tutte le sue versioni), approda a un finale necessario, chiuso e infinito.

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