Dopo quasi dieci anni dall’annuncio di una possibile trasposizione, arriva finalmente al cinema il racconto steampunk e postapocalittico di Philip Reeve, Macchine Mortali.

L’anno è imprecisato, ma dopo essere stata devastata da un conflitto catastrofico (la “guerra dei sessanta minuti”, la terra per come la conosciamo è solo un ricordo vago e confuso. Gran parte dello sviluppo tecnologico è stato cancellato e sopratutto in quella che una volta era l’Europa, le grandi città, per sopravvivere, sono state rese semoventi, vagando per le terre occidentali alla ricerca di altre città da sconfiggere per assimilarne le risorse e le persone, dando così vita ad una visione del mondo, il trazionismo, e ad una nuova “legge della natura”, il darwnismo municipale: la città più grande e forte, “mangia” ed assimila quelle più piccole e deboli. Ma ad est, in quella che era l’Asia, si è formata una lega anti-trazionismo, in territori che sono stati resi impossibili da conquistare dalla costruzione di un muro inattaccabile ed invalicabile. Però a Londra, la più imponente e forte tra le città semoventi, alcuni ritengono che conquistare i territori asiatici, non sia più impossibile.

Le vicende iniziano quando – in una scena cinematograficamente splendida, la migliore del film – vediamo Londra dare la caccia ed assimilare la piccola città mineraria di Salthook . Tom, un adolescente, lavora a quel che fu il London Museum e viene mandato a valutare se tra le risorse appena depredate ci sono oggetti della veccia tecnologia non solo di valore storico, ma anche importanti per questioni tecniche e scientifiche. Accompagnato da Katherine Valentine, figlia del potentissimo capo della gilda degli storici, Thaddeus Valentine, che incontreranno una volta arrivati sul posto. Qui, però, Thaddeus subisce un attentato alla vita da parte di una ragazza – Hester Shaw – proveniente dalla piccola città appena assimilata,  ed in cerca di vendetta per quello che Thaddeus avrebbe fatto a lei ad a sua madre. L’attentato, anche per l’intervento di Tom, fallisce, e Hester fugge, inseguita sia da Tom sia da Thaddeus. Arrivata ad un vicolo cieco, Hester cerca di gettarsi in un condotto per i rifiuti. Tom cerca di salvarla, ma lei riesce a liberarsi, riuscendo a fuggire; non prima però, di aver rivelato a Tom della vera natura di Thaddeus. Nel frattempo era sopraggiunto Thaddeus, il quale, saputo delle rivelazioni di Hester, getta Tom nel condotto per cercare di sbarazzarsene.  È così che Tom ed Hester inizieranno un’avventura che tra mille peripezie – schiavisti,  spie anti-trazioniste e “cyborg” assassini – li riporterà a Londra, nel tentativo di fermare Thaddeus, intenzionato ad abbattere il Muro e conquistare e depredare i territori della Lega Anti-trazionista.

Senza troppi giri di parole, Macchine mortali è una delusione. Ne è uscita, insomma, l’ennesima minestra riscaldata che predilige puntare tutto su di una spettacolarizzazione tronfia per abbandonare ogni velleità narrativa, riducendo così la storia ad una collezione di stereotipi. Quindi non dovrebbe sorprendere se ad una magnifica scena iniziale non faccia seguito quasi nient’altro. Così facendo il film procede stancamente tra un déjà vu e un altro nel modo il più prevedibile possibile.

Quel che più meraviglia, è come gli autori sembrino aver deciso di abbassare ulteriormente il target anagrafico dell’audience, che già nel romanzo era quello dei ragazzi, mentre ora – anche solo stando ai dialoghi – appare ora quello di un pre-adolescente.

Anche tralasciando le numerose modifiche rispetto al romanzo la costruzione dei personaggi appare piatta ed unidimensionale.

Come accade in molto cinema odierno, i giovanissimi forse si divertiranno da matti, come quando si sale su di una giostra e ci lascia rapire dalle violente emozioni sensoriali a cui sottopone. Molti altri, invece, già dopo mezzora forse ne avranno abbastanza ed arrancheranno sempre più annoiati fino ai titoli di coda.

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