Che registi del nome di Ginevra Elkan non abbiano bisogno di particolari presentazioni è cosa assolutamente normale; è però meno normale assistere alla presentazione di un film dal titolo aperto ad ogni  interpretazione quale è quello della sua opera prima: “ Magari “.

E così, all’Arena Adriano Studios è andata finalmente in scena la proiezione di un film dichiaratamente autobiografico che la celebre rampolla di una delle più note famiglie italiane, quella degli Agnelli, ha realizzato con un impegno quasi inedito per una “ principiante “ quale è proprio Ginevra Elkan, nipote di Gianni Agnelli, figlia di Margherita Agnelli e di Alain Elkann, sorella di John Elkann e di Lapo Elkann.

E proprio lei, insieme a John e Lapo, sono i veri protagonisti di questo film la cui uscita era stata bloccata dal lungo lockdown ( anche se poi è già stato trasmesso in streaming ) ma che la circuitizzazione, almeno nelle arene estive, riconduce a più giuste dimensioni accreditandolo di un maggior valore.

Tre bambini i cui nomi Alma, Jean e Seba rimandano senza alcuna circonvoluzione ai rampolli Elkan, anche se nella sua introduzione alla proiezione l’ottima Ginevra ha indicato come i personaggi e la storia narrata possono essere riferibili non solo alla sua famiglia ma anche a qualunque altra famiglia sostenendo  la sua tesi anche con i frequenti rimandi alle varie lingue delle quali sono infarciti i dialoghi dei personaggi del suo film.

E’ una pellicola nella quale la speranza è sempre viva ed è sostenuta dalla intuizione infantile di una bambina, lei, Ginevra nei panni di Alma, sensibile, quasi  predittrice, visionaria quanto si voglia ma certa della soluzione da lei sperata e sostenuta, in fondo, anche dai due suoi fratelli che, ognuno per la sua parte, sono descritti come particolari, unici quasi ma sensibilissimi alle negative emozioni che un padre donnaiolo, quasi illuso di sfondare ( ma poi ci riesce ) nel settore dei copioni di cinema.

Ginevra riesce a descrivere, senza mai esagerare, i particolari della vita di una madre e di un padre che, da separati, litigano in maniera quasi ovvia coinvolgendo negativamente i loro tre figli nelle dispute che appaiono come convenzionali, mai veramente sentite; la storia ruota intorno alle vite dei due coniugi che, seppure separati legalmente, vivono nel  loro io interiore la consapevolezza di una futura riunione.

I sentimenti, le gioie, i dolori e le delusioni infantili ed adolescenziali dei tre ragazzi sono decritti in maniera delicata ed accorta: Alma che in qualunque suo atteggiamento fa trasparire la speranza che i genitori si ritrovino, i due fratelli maschi, al secolo Lapo e John sono un vero e proprio inno alla vita che si sviluppa e che malgrado tutto continua fino ad arrivare a concretizzare quel “ Magari “che ingloba in se una infinita serie di sentimenti tra i quali prevalgono la nostalgia di appartenere ad una famiglia normale e la felicità; una narrazione, insomma della parte più emotiva dell’infanzia, di  quei sentimenti che ti porti dentro e che influiranno sull’adulto che diventerai”.

Il finale della pellicola, pur drammaticamente avvincente, è quasi scontato ma ne rappresenta molto chiaramente lo scopo, che appare quello di appartenere ad una famiglia “normale”,  anche se dichiaratamente, pur appropriandosi di diversi spunti autobiografici, non descrive con esattezza i fatti della famiglia di Alain Elkan perché il vero Alain si è dimostrato profondamente diverso da quello sciupa femmine e superficiale, godereccio e sfacciato interpretato da uno Scamarcio non proprio al top delle sue possibilità.

Molto accurata la descrizione dei personaggi e dei fatti, delle contraddizioni paterne e delle sue scorrette sfacciataggini commesse addirittura davanti ai figli con una delle sue amanti ( qui interpretata da Alba Rohrwacher“, sensibile quanto basta a giustificarla come amante di un uomo strampalato ).

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