ARTE ANTEPRIME FILM CINE&TURISMO CINEMA INTERVISTE LIBERAMENTE LIBRI LO SAPEVATE CHE... MODA E TENDENZE MUSICA NEWS RECENSIONI FILM RECENSIONI SR E JR RUBRICHE TEATRO TV
Caricamento in corso

Marty Supreme: Timothée Chalamet entra nell’universo ruvido di Josh Safdie

Marty Supreme: Timothée Chalamet entra nell’universo ruvido di Josh Safdie

Condividi questo articolo:

Con Marty Supreme, Josh Safdie firma uno dei progetti più attesi del cinema americano contemporaneo, segnando al tempo stesso una nuova tappa nella carriera di Timothée Chalamet. Il film, ispirato liberamente alla figura leggendaria di Marty Reisman, campione e personaggio iconoclasta del tennistavolo statunitense, promette di fondere biografia, mito e tensione urbana in uno stile che è ormai marchio di fabbrica del  regista che ammette di ricordare se stesso in Marty e il suo desiderio di rivalsa.

Chalamet affronta qui una delle sue prove più rischiose e affascinanti. Dopo aver attraversato il cinema d’autore europeo (Chiamami col tuo nome), il kolossal epico (Dune) e la reinvenzione del musical classico (Wonka), l’attore sceglie di sporcarsi le mani in un territorio più nervoso, fisico e imprevedibile.

Il Marty di Chalamet non è semplicemente un atleta, ma un personaggio carismatico, arrogante, autodistruttivo e geniale. L’attore lavora su postura, ritmo e sguardo, trasformando il corpo in uno strumento narrativo. Il ping pong, apparentemente sport “minore”, diventa nel film un campo di battaglia psicologico, e Chalamet riesce a trasmettere l’ossessione del protagonista senza mai cadere nell’imitazione didascalica. La sua interpretazione sembra inserirsi in una nuova fase della carriera: meno “icona generazionale”, più attore disposto a farsi attraversare dal caos dei personaggi che interpreta.

Nel percorso caotico di Marty Supreme c’è anche una giovane donna che incarna il lato più fragile e irreversibile delle scelte del protagonista. La gravidanza che nasce dal loro rapporto non è un semplice snodo narrativo, ma una frattura silenziosa: mentre Marty corre verso il successo, lei resta ferma, costretta a fare i conti con una responsabilità che lui non sa — o non vuole — assumersi. Il film la racconta senza retorica, come una presenza discreta ma decisiva, simbolo di tutto ciò che Marty lascia indietro nella sua ossessione per la vittoria.

Tra gli attori principali un ritorno importante per Gwyneth Paltrow che sorprende con un ruolo lontano dalle figure glamour che l’hanno resa un’icona negli anni Duemila. Il suo personaggio, Kay Stone, è una donna adulta, magnetica e inquieta, che incrocia la traiettoria febbrile di Marty in un momento cruciale della sua ascesa. Non è una semplice figura sentimentale: Kay rappresenta un mondo già vissuto, fatto di potere, compromessi e desideri repressi, che entra in collisione con l’energia impulsiva e quasi selvaggia del protagonista.

La Paltrow lavora per sottrazione, scegliendo uno stile recitativo controllato ma carico di tensione, in netto contrasto con il caos emotivo di Marty. Il rapporto tra i due non è mai rassicurante: è un gioco di attrazione e dominio, di bisogno reciproco e disillusione, che contribuisce a spingere il protagonista verso i suoi eccessi. Con questa interpretazione, l’attrice firma un ritorno al cinema adulto e rischioso, dimostrando come la maturità possa diventare una forza narrativa, non un limite.

Con Marty Supreme, Josh Safdie prosegue il percorso iniziato insieme al fratello Benny e poi sviluppato in solitaria: un cinema che vive di urgenza, rumore, accelerazione. Chi conosce Good Time (2017) o Uncut Gems (2019) ritroverà qui lo stesso battito cardiaco irregolare, la stessa messa in scena che non concede respiro allo spettatore.

Safdie ha sempre raccontato personaggi che vivono sul bordo del collasso: piccoli truffatori, scommettitori compulsivi, uomini che inseguono un’illusione di riscatto in un mondo che li mastica e li risputa. Marty Reisman si inserisce perfettamente in questa galleria di antieroi. Anche quando vince, Marty sembra sul punto di perdere tutto.

Dal punto di vista registico, Safdie utilizza ancora una volta camera a mano, montaggio serrato e una colonna sonora invasiva, non come semplice accompagnamento ma come forza narrativa. Il risultato è un film che non racconta solo una storia, ma fa vivere uno stato mentale.

Marty Supreme non è un classico biopic sportivo. Lo sport diventa un pretesto per parlare di America, di mascolinità, di successo e fallimento. Safdie è più interessato al contesto umano e sociale che al trionfo finale. Il ping pong, ambientato in sale fumose, palazzetti improvvisati e tornei borderline, riflette un’America sotterranea, lontana dalla patina del sogno hollywoodiano.

In questo senso, il film dialoga idealmente con Uncut Gems: stesso senso di claustrofobia, stesso protagonista incapace di fermarsi, stessa domanda di fondo — quanto siamo disposti a perdere pur di sentirci vivi?

In definitiva Marty Supreme si presenta come un’opera di incontro e scontro: tra il talento camaleontico di Timothée Chalamet e la regia viscerale di Josh Safdie. Un film che promette di essere meno rassicurante e più abrasivo, capace di dividere il pubblico ma anche di lasciare il segno.

Se il cinema contemporaneo ha ancora bisogno di personaggi imperfetti, rumorosi e pericolosamente umani, Marty Supreme sembra voler ricordare che le storie più interessanti nascono sempre sull’orlo dell’eccesso.