Presentato ieri in anteprima a Cannes, nella splendida sala del Grand Auditorium Louis Lumière, il secondo film italiano in concorso, “Dogman” di Matteo Garrone, prodotto da Archimede, Le Pacte e Rai Cinema.
Garrone ci ha regalato una nuova ed intensa fiaba nera ambientata ai giorni nostri, un racconto in grado di trasfigurare una periferia abbandonata al degrado e alla violenza – l’amato Villaggio Coppola de “L’imbalsamatore” e “Gomorra” – nei colori di una tragedia che apre alla redenzione.
La tragedia è quella di Marcello (personaggio ispirato a Pietro De Negri, detto “Canaro della Magliana”), un piccolo e mite tolettatore di cani benvoluto da tutto il quartiere, separato dalla moglie eppure in splendidi rapporti con l’adorata figlioletta. L’animo puro del protagonista ha però un’ombra lunga che piano a piano lo fagocita, Simoncino (un eccellente Edoardo Pesce), suo mefistofelico alter ego che, a dispetto del nome (ma in linea con l’amore per la madre), è un gigante cocainomane e violento al quale Marcello guarda con malata ammirazione. Una fascinazione che non è poi molto lontana da quella che il piccolo uomo nutre verso alcuni degli animali che gli vengono affidati, cani possenti o in apparenza indomabili che la mossa giusta può rendere docili e mansueti. La “mossa” che Marcello ha da tempo intuito per Simoncino ha la bianca leggerezza della cocaina, che lui gli procura nella sua qualità – appunto – più pura. Il rapporto tra loro – due drammatici Stanlio e Ollio, come fanno pensare le statue di uno dei massacri commessi da Simoncino – è di fraterna e (almeno da parte di Marcello) leale amicizia; a poco a poco, tuttavia, con il degenerare degli atti criminali di Simoncino, per il protagonista quel legame si fa soffocante, sino a costringerlo a una decisione senza ritorno che capovolgerà la vita sua, dell’amico e della piccola comunità che ruota attorno a loro (a cominciare dal vicino di negozio, Franco, interpretato da uno straordinario Adamo Dionisi).
Ieri sera, alla fine della proiezione è esplosa l’ovazione del pubblico, conquistato dalla storia e, innanzitutto, dal protagonista (addirittura lanciato in aria dal regista), interpretato da Marcello Fonte, attore perfetto per un ruolo che (quasi tre lustri fa quando nacque l’idea del film – ha rivelato Garrone stamani in conferenza stampa) era stato pensato non a caso per Roberto Benigni. Perché il film non esibisce la violenza – ha tenuto a sottolineare il regista –, ma si concentra sull’evoluzione interiore del protagonista, sulle sue paure e contraddizioni, le piccole speranze e le pericolose debolezze. “Dogman” non segue l’escalation lineare del “Cane di paglia” di Sam Peckinpah, ma preserva sino alla fine il chiaroscuro di una vita nella quale la violenza è piombata inevitabile eppure aliena e ingestibile.
L’auspicio di Garrone è quindi, ancora una volta, che lo spettatore riesca a guardare oltre gli elementi realistici ed abbracciare l’ampia visione di un messaggio universale e senza tempo.

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