Oltre ad Ian McKellen, la giornata di ieri ha visto protagonista un altro importante incontro ravvicinato. Il compositore Micheal Nyman ha suscitato l’interesse per appassionati di cinema e musica, accorsi per rendere omaggio alle innumerevoli colonne sonore da lui realizzate. Tra queste, ricordiamo I misteri del giardibno di Compton House (1982), Gattaca, La porta dell’universo (1997), Man of wire, Un uomo tra le torri (2009) e il capolavoro di Jane Campion Lezioni di piano (1993).
Il dialogo prende forma e il primo aspetto che il musicista inglese intende focalizzare è “minimalismo”: una musica minimale e ripetitiva, basata sull’esecuzione di temi semplici, spesso eseguiti da piccole orchestre. Melodie talvolta monotone, ma allo stesso tempo capaci di trasmettere grandi emozioni.
Se per alcuni, la musica ha soltanto lo scopo di commentare lo scorrere delle immagini, Nyman capovolge il discorso. E per dimostrarlo, basta osservare poche clip. La dolcezza di un motivo orecchiabile suonato al pianoforte, accompagna i viaggi di una nave in mare aperto; un’aria sinfonica eseguita da un’orchestra esprime tutta la solennità di un’opera d’arte o la grandezza di un grande teatro; e per finire, il lamento di un violino per rendere omaggio ai caduti in guerra.
Con grande sorpresa di tutti, Micheal Nyman concede spazio più al valore delle immagini che alle sue composizioni e non parla affatto di ispirazione. Piuttosto preferisce esprimersi su un’altra grande passione che da sempre porta nel cuore, i filmati. Una passione nata sul finire degli anni ’60, grazie alla realizzazione di alcuni video realizzati nelle piazze, durante le manifestazioni contro la guerra del Vietnam. In sala Petrassi, anche il più esperto non sapeva che il compositore ha un materiale infinito di video amatoriali, diventati, quelli sì, ispirazione per molte composizioni. Per citarne qualcuna, un pendolare ubriaco intento ad annodare la cravatta o la folle impresa di un funambolo, impegnato nella pulizia di un vetro. Oggi il brano in questione è noto come la famosa colonna sonora di Man of Wire. Quando lo schermo, mostra poi la sequenze di Lezioni di piano cresce l’emozione. Le note arpeggiate dalla protagonista, che variano a seconda dell’umore; le onde del mare che scavano lentamente fino alla riva; i canti e le danze della bambina, non hanno bisogno di alcun commento.
Per concludere il discorso delle immagini, Micheal Nyman concentra l’attenzione dello spettatore sulle difficoltà che puntualmente si incontrano nell’accontentare i registi, che in certi casi non esita a definire “teste di…”. Il pensiero ritorna a Michelangelo Antonioni e alle collaborazioni con Herbie Hancock per Blow up e con i Pink Floyd per Zabriskie point. Come loro, anche lui ne ha vissute tante di esperienze inconcludenti. La più difficile, quella con Wolfang Becker per Goodbye Lenin, durata oltre tre mesi. Chiamato in studio per la realizzazione della colonna sonora, il compositore tentò il tutto per tutto. I risultati estremamente scarsi però, lo costrinsero ad abbandonare il progetto sbattendo la porta. Il racconto diverte e il pubblico non esita a lasciarsi scappare qualche risata.
Parlando della Festa Del Cinema di Roma e del suo vasto programma, non poteva mancare un riferimento a Barbara Albert e al suo Madmoiselle Paradis, da Nyman inizialmente scambiato per un banale racconto. Solo in sala, il musicista ha compreso che il film riguardava la vera storia della pianista cieca Maria Theresa Paradis, già portata sul grande schermo nel lungometraggio Mesmer, diretto da Dennis Potter e da lui musicato nel 1994. Nyman ha sottolineato le notevoli differenze nel trattare l’argomento e la bravura della regista austriaca, quindi non ha esitato a consigliarlo vivamente a tutti i presenti.
Unica nota negativa della serata, la poca partecipazione da parte di un pubblico ancora estasiato per un divo come Ian McKellen, o pronto a sopportare una lunga coda per Logan lucky il nuovo tributo cinematografico dedicato a Maria Callas. Ma incontrare un personaggio colto e interessante come Micheal Nyman non è cosa da tutti i giorni. Dal canto nostro,  valeva sicuramente la pena fare una scelta coraggiosa per approfondire il delicato rapporto che lega cinema e immagine.

Eugenio Bonardi

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