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Mingo e il cinema, intervista esclusiva

Mingo De Pasquale è sarcastico e ironico, eclettico ed espressivo. Nei ruoli drammatici, che dice di preferire, esprime qualcosa che lo rende ancora più intenso e toccante. Il cinema è la sua vera
passione, il filo rosso che traccia il sentiero della sua lunga carriera. Ci ha divertito con le sue imitazioni, che ne svelano il carattere poliedrico e fantasioso, per poi sorprenderci in ruoli come
quello di Pin, adulto autistico, che arriva al cuore con quello sguardo profondo e malinconico.
Mingo può essere anche Re Claudio, in Shakespeare, affrontando il teatro classico col piglio dell’attore autentico, che non si pone limiti, mettendosi in gioco e sperimentando di continuo.

Aveva nove anni quando capì che voleva fare proprio questo nella vita: appassionare, emozionare, ma anche piangere. Oggi si racconta per noi, senza trucco alcuno.

Mingo, quanto è importante il cinema per te?
Ho sempre avuto una passione particolare per il cinema e il primo cortometraggio in 35 mm, Piano Piano, è stata una mia indimenticabile performance, alla fine della quale c’era scritto «Mingo, un attore». Lo abbiamo girato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma con Alessandro Piva, che è stato il primo ad avermi diretto, ma soprattutto ad aver creduto in quella “pazza idea” da visionario che avevo avuto. Parliamo di trent’anni fa, quando non esisteva il web. Figurati che andavo personalmente dagli esercenti con la mia pizza e gliela proponevo. Girarlo è stata un’impresa, perché la pellicola era molto costosa. I miei primi produttori sono stati le prozie Lina e Filomena, detta Memena. Andai da loro e, invece della solita paghetta, chiesi cinque milioni per Piano Piano. Nonostante la mia pazzia e le difficoltà, ha avuto un successo incredibile e fu proiettato per più di due anni nei cinema più importanti, dal Mexico di Milano al Farnese di Campo de’ Fiori a Roma. Tre minuti dei quali vado fiero! Il cinema è davvero la mia passione, assieme al teatro, che amo per la fisicità espressiva che lo caratterizza. Oggi mi dedico di più al lavoro attoriale, che è per me un’attitudine naturale. Amo i personaggi estremi, i cattivi, i folli, ma allo stesso modo mi sono innamorato di Pin, il protagonista dello spot per la campagna di sensibilizzazione a favore dell’autismo, che presto diventerà un film e, come direbbe lui, «Sono autistico, mica scemo!».

I tuoi ruoli drammatici sono toccanti. Riesci a sorprendere perché non ci si aspetta che Mingo possa far ridere e insieme riflettere. Come ti definiresti?
Tanti registi, tra cui Alessandro Piva, sostengono che i ruoli estremi siano perfetti per me.
Io non faccio il comico, altrimenti avrei fatto “Zelig”. Mi piace unire l’ironia ai contenuti. Un film comico non m’interessa, a me piace un altro tipo di racconto. Qualcosa che preveda un’esplorazione, un viaggio attraverso le montagne russe dell’animo umano, un mondo bellissimo e imprevedibile che non finisca di ammaliare e stupire. Quello che desidero sempre è sentirmi vivo, qualunque cosa faccia. Questa è per me una filosofia di vita, che si riflette, animandoli, nel mio lavoro, nel tempo libero e nelle relazioni.

Mingo e la meravigliosa Maria Grazia Cucinotta, con la quale hai avuto la fortuna di lavorare. Com’è nata la vostra amicizia?

La nostra amicizia è nata parecchi anni fa, quando ho girato Nomi e cognomi. Abbiamo lavorato in Puglia e lei interpretava la moglie del giornalista Enrico Loverso. Un incontro importante e una simpatia immediata, la nostra. In seguito, per combinazione, abbiamo lavorato per la Draka Production di Corrado Azzolini nella serie L’Arca di Legno con Mauro Corona. Tra noi tre è nata una bella sintonia e non nego che ci siamo divertiti tantissimo. Maria Grazia ed io interpretiamo noi stessi, due meridionali “giù al Nord”, un format in cui incontriamo personaggi che fanno spot estremi sulle Dolomiti. In seguito, Maria Grazia mi ha diretto in Il compleanno di Alice, il corto contro il bullismo, dove sono il papà della protagonista. Ultimo, in ordine di tempo, Il monachello, opera prima di Serena Porta, oggi su Amazon Prime.

Dopo il film internazionale Tulipani, in Il monachello interpreti ancora una volta un prete. Che ricordo ne hai?
È il 1944, nel Sud Italia, e Mimì, novizio domenicano, torna a casa dopo il bombardamento dell’abbazia dove studia. In un clima di ritrovato con la madre e i fratelli, Mimì si trova a
fare i conti con l’avvenenza e la confusione generata da Marta. È la storia di formazione di un uomo, nella quale interpreto il ruolo del sacerdote del paese, molto legato alla famiglia. In quegli
anni, il ruolo del prete era davvero importante. Spesso, infatti, egli era una figura istituzionale di riferimento. Ricordo una scena in particolare, molto intensa, in cui sto confessando e dove i veri protagonisti, molto più delle parole, sono i miei occhi. Una bella esperienza, che ricordo volentieri.

Quando interpreti questi ruoli drammatici e intensi, s’intravede il “vero” Mingo? È possibile che questa meravigliosa dote, di entrare nei personaggi e trasformarti, nasconda la tua timidezza?
Se giocassimo a battaglia navale, dovrei dire: colpito! È vero, a scuola acquisivo sicurezza imitando gli altri, ero timido e indossare maschere e anime altrui teneva al sicuro quella parte di me che si nascondeva. Queste corde, più intense e drammatiche, sono componenti importanti con le quali credo di poter dare ancora tanto. Un amore per il cinema, cominciato già da ragazzino quando, armato di cinepresa, mi divertivo a girare ovunque. Poi, curioso, ho fatto altro, ma il comune denominatore, il filo rosso che lega ogni cosa, è proprio la passione per il cinema, che fa parte di me nel profondo. Devo ammettere che, in qualunque momento, anche solo per divertirmi con gli amici, giro piccoli corti che poi magari metto sul mio canale YouTube, dando sfogo a mille idee che mi frullano nella testa.

Grazie Mingo!

Grazie a voi!

 

Massimo Nardin, diplomato in Fotografia allo IED Istituto Europeo di Design, è dottore di ricerca in Scienze della comunicazione e organizzazioni complesse. Presso l’Università Lumsa di Roma è titolare delle cattedre di Teorie e tecniche del linguaggio audiovisivo, Sceneggiatura e Costruzione della Scena digitale. Ha pubblicato, tra l'altro, “Evocare l’inatteso. Lo sguardo trasfigurante nel cinema di Andrej Tarkovskij” (ANCCI, 2002), “Il cinema e le Muse. Dalla scrittura al digitale” (Aracne, 2006) e “Il giuda digitale. Il cinema del futuro dalle ceneri del passato” (Carocci, 2008). Ha scritto e diretto quattro cortometraggi. Nel 2007 la sua sceneggiatura per lungometraggio “Transilvaniaburg” ha vinto il primo premio al concorso internazionale “Salvatore Quasimodo”; nel 2010, il MiBAC ne ha finanziato lo sviluppo.