La critica è divisa, il pubblico è soddisfatto, la storia, ( ancorché già vissuta ) è comunque degna di essere vissuta perché Miccichè stavolta ha tenuto ad evidenziare ancora una volta quello che in questo momento sta dividendo ancor più gli italiani e in particolare la rivalità economico – politica tra nordisti e sudisti e viceversa.

No, questa pellicola non è la ripetizione della battaglia di Fort Apache del 1864, ma la coppia rivelazione di questo primo arco del nuovo anno formata dal napoletanissimo  Vincenzo Salemme ed il milanesissimo, ma di madre pugliese, Diego Abatantuono riesce egregiamente a tenere alto il livello di suspence impresso dal regista con dialoghi e schermaglie degne della migliore letteratura satirica con il primo che subisce, ribattendole a suo modo, le sfacciate e provocatorie battute del secondo.

E’ la città marinara di Gaeta a fare da sfondo, con una stupenda fotografia che sfiora la perfezione e con una azzeccatissima scenografia ( rilevata dal vero per buona parte ), alla vicenda che vede due ragazzi colpiti dal fulmine di Cupido che decidono in men che non si dica di sposarsi: similmente all’innominato del Manzoni ed ai suoi bravi, i padri della ragazza, una modernissima fashion blogger ed un aspirante cantautore milanese, sono fermamente del parere che “ il matrimonio non s’ha da fare “, per tanti motivi che non stiamo a rivelarvi per non farvi perdere il gusto di seguirli e di farvi, anche voi, prendere dal pathos del chissà come va a finire.

Il padre della sposa è nientemeno che il sindaco di Gaeta mentre quello del ragazzo è un costruttore milanese pieno di se che ha investito in terreni in quella città: pur incontrandosi casualmente senza ancora essere al corrente delle intenzioni fulminanti dei loro figli, fra i due è odio a prima vista: è questa la fase più simpaticamente attraente del film, quella nel corso della quale le schermaglie dialettiche tra i due assumono veramente un valore artistico esaltato dall’arte dei due grandi attori che discendono per scuola Salemme da De Filippo ed Abatantuono dalla celebre fucina del “ Derby “ di Milano.

Un corollario di parenti ed amici dei quattro genitori coinvolti nella vicenda ( il padre sindaco è separato dalla moglie, Mia, la simpaticamente sboccacciata ma bravissima Elda Alvigini ) dà vita ad un sequel di siparietti che anche singolarmente presi danno vita ad una grande vis comica e che, messi insieme costituiscono i mattoni di una struttura muraria particolarmente solida sulla quale è fondato un gran bel film, del genere di quelli che dopo averli visti sei soddisfatto perché ti hanno finalmente fatto fare quattro risate di cuore.

Tra i personaggi a latere della storia vanno senz’altro segnalati il cugino della sposa, Tito ( sfolgorante nella parte Dino Abbrescia, uno squattrinato amante del mare al quale stanno per sequestrare la barca ) , la moglie dell’imprenditore milanese padre del futuro ( forse ) sposo Amelia ( una giustamente antipatica Rosita Celentano ), i due ragazzi nubendi ( Ilenia, eccezionalmente interpretata da Grace Ambrose ) e Riccardo ( un figo da paura, come dicevano in sala, la cui parte è affidata ad un rampante e simpatico Lorenzo Zurzolo ), Claudia la sorella dello sposo e figlia dell’imprenditore Diego ( Abatantuono ) la cui parte è affidata alla brava e ruvida quanto basta per essere aderente al personaggio Valeria Bilello.

Nella commedia anche una nota di comica burocrazia alla “ volemose bene “  è data dall’ispettore della ASL in ferie al quale dà il volto e la figura un entusiasmante Fabrizio Nardi ( si proprio quello della coppia Pablo e Pedro ) e dal comandamte dei carabinieri interpretato da un adattissimo Sergio Friscia.

Particolarmente apprezzabili i dialoghi in lingua napoletanamente milanese e la sceneggiatura opera di ben cinque autori: Michela Andreozzi, Alessia Crocini, Fabrizio Nardi, Massimiliano Vado e l’astro nascente Christian Marazziti che hanno giustamente saputo riproporre un antenato di “ Compromessi sposi “, quel “ Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi “ che a suo tempo, era il 1960, anticipò quanto ancor oggi accade descrivendo la gioventù di allora proprio come quella odierna.

 

Commenti

commenti