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Monica Vallero, dopo le fiction in Italia è volata negli USA

Monica Vallero
Monica Vallero
Monica Vallero

“Il Profumo della Dolce vita” ha “incontrato” Monica Vallero, giovane attrice italiana, che ha lasciato il suo Paese, l’Italia, per andare ad espandere la sua carriera oltreoceano, tra New York e Los Angeles (USA). Come Monica, sono molti i giovani attori che varcano i confini per affermarsi affinando le proprie doti…speriamo che sia un viaggio di andata e ritorno!

Ciao Monica, piacere di conoscerti, come stai?
Bene, grazie piacere di conoscervi.

Da quanto vivi in America e come mai hai lasciato il nostro bel paese?
Sono negli Stati Uniti (vivo tra New York e Los Angeles) da più di cinque anni e sono partita perché, pur lavorando in Italia, volevo ampliare le mie esperienze di lavoro, perfezionare il mio inglese lavorare come attrice a livello internazionale, non solo italiano.

Qui in Italia ti abbiamo vista in diverse fiction e film nelle più importanti reti nazionali, in quali altri progetti hai lavorato in America?
Sono in un ruolo fisso nel TV show ‘In Between men’. Gireremo la terza stagione a NYC a breve. Poi ho recitato la parte della serva Armena nel film, “Armenia, my country, my mother, my love” ed è stato molto interessante. Abbiamo girato il film in concomitanza con i 100 anni dal genocidio armeno, cosa che non tutti conoscono e non tutti sanno quale tragedia umana è stata.

Monica Vallero
Monica Vallero

Qual è stato il ruolo più divertente che hai interpretato fino ad ora?
Quest’estate ho interpretato il ruolo dell’ostaggio incinta in “The Negotiator”, film di un talentuoso regista dalla nuova Zelanda, Matt Pearson. Essere incinta di nove mesi per finta è stato molto divertente. Qualcuno all’inizio sul set pensava che lo fossi davvero, e poi ci rimanevano male quando gli facevo vedere la pancia finta. Più di uno mi ha detto con occhi tristi: “Comunque ce l’hai la faccia da mamma, staresti proprio bene incinta!” Non ho mai riso cosi tanto in vita mia: professionalità, talento e risate è quello che si chiama un set perfetto.

Qual è stato invece il ruolo più difficile, dove hai dovuto mettere tutto in gioco e perché?
Sicuramente ‘No More’, il corto che ho scritto io, inspirato ad una storia vera. La mia. E’ la storia di una donna che decide di lasciare il suo compagno anche se ancora lo ama perché non e’ ricambiata. Nel sentiero di casa incontrando degli sconosciuti, scopre che questi le danno più amore di quello che le dava il suo compagno. E’ un viaggio interiore, intimo, che la protagonista fa alla ricerca del proprio valore di donna e di essere umano. E’ stato difficile non solo perché ho dovuto rivivere quei momenti ma anche perchè avevo una relazione con una persona all’interno del progetto, ma avevamo deciso di tenere la cosa nascosta a tutto il set. Ho dovuto baciare l’attore protagonista di fronte a lui, ho dovuto avere il mio ‘momento privato’ dove piango davanti allo specchio davanti a lui. Fortunatamente sono una professionista ed ho imparato ad usare la quarta parete. Quando recito, tutto scompare ed esisto solo io, gli attori con i quali ho la scena e vivo il momento fino in fondo con la massima concentrazione. Non posso però dire che sia stato facilissimo anche perchè questo corto è stato un martirio. Dopo che abbiamo finito di girare, tutti sono spariti. Compreso il ragazzo con il quale avevo una relazione. Mi sono trovata da sola, con un progetto montato a metà e nessuna idea di come finirlo. In fondo ero sempre stata solo un’attrice! Ma poi si impara, di necessità si fa virtù, ho cercato dei professionisti, li ho pagati e dopo quasi un anno ho finito il montaggio ed ho avuto le mie soddisfazioni. Il corto è poi stato selezionato al Palm Spring Film Festival e lo sto inviando ad altri importanti Festival in tutto il mondo. Una bella soddisfazione professionale che mi ha dato una grande spinta per continuare nella direzione di lavoro in cui sto procedendo con grande sacrificio.

Vedremo “No More” anche qui in Italia allora?
Ho appena finito di mettere i sottotitoli in italiano e lo manderò ai Film Festival per tutto lo stivale, cosi avrò l’occasione di tornare e vedere come la ‘mia gente’ reagisce al film.

Parlando di amori… un amore finito quindi il tuo, qualche altro all’orizzonte?
Per ora no, quella è stata una batosta grande. Ora voglio solo concentrarmi sulla mia carriera e godermi le piccole cose della vita. Ho l’opportunità di vivere la vita professionale e sociale che ho sempre sognato, fare ciò che amo e non posso sprecarla.

Con quale regista ti piacerebbe lavorare?
Sicuramente con Luc Besson, uno dei miei film preferiti è Angel-A, poi con Christopher Nolan , Ron Howard, ma certamente anche con i nostri italiani. Rispetto molto Paolo Sorrentino e Gabriele Muccino che si stanno facendo molta strada anche qui negli Stati Uniti.

Progetti futuri?
Come dicevo ho un ruolo fisso in “In Between Men” e gireremo la terza serie tra poco, poi ho altri film da protagonista all’orizzonte e un paio di web-series. Fortunatamente il lavoro non manca ma sono sempre alla ricerca di progetti in cui posso dar vita a personaggi che inspirano e danno un messaggio.

Pensi un giorno di ritornare a lavorare nel nostro paese, l’Italia?
Sì certo, ci torno spesso, anche per lavoro! Poi ci sono tante di collaborazioni Italo-Americane e mi piacerebbe proprio lavorare in una di queste.

Ancora un’ultima domanda. Cosa pensi del cinema italiano di oggi, quello degli ultimi tre/quattro anni?
Manco dall’Italia da qualche anno e di film italiani non ne ho visti molti recentemente. Sicuramente ‘La grande bellezza’ è un film fantastico. Se avete qualche suggerimento di film italiani che devo assolutamente vedere, fatemi sapere! Il cinema italiano può essere davvero di qualità. Mi piacciono i film di Faenza per esempio, ma sono sicura che c’e’ anche qualche regista emergente da tener d’occhio!

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra