Monicelli e il Teatro

Monicelli e il Teatro

Monicelli e il Teatro nel centenario della nascita
Con solo quattro regie teatrali, una delle quali lontana nel tempo, contro una cinquantina di film, Mario Monicelli va certamente etichettato come regista cinematografico. Tuttavia il suo rapporto col teatro fu tutt’altro che banale.
Innanzitutto, Mario frequentò il teatro, da spettatore molto assiduo, fin da ragazzo; come autore drammatico aveva persino in qualche modo esordito, scrivendo molto giovane una commedia poi rimasta nel cassetto finché non fu riesumata per una memorabile serata romana alla fine degli anni cinquanta da Franco Castellani, avventuroso capocomico di una compagnia molto scalcinata il cui teatro-baracca con pavimento in terra battuta fu per una sera gremito di divi e celebrità della celluloide.
Infine, quando gli capitò di cimentarsi come regista teatrale scoprì, ma probabilmente lo aveva sempre saputo, che il medium era congeniale al suo modo di fare cinema.
Nel centenario della nascita di Mario Monicelli il Teatro Quirino organizza giovedi 22 ottobre alle ore 17 nella sala Colonne una mostra per ricordare Mario, che il teatro lo aveva solo sfiorato e non ne aveva un gran ricordo, ma lo sviluppo e l’intrigo giallorosa di “Arsenico e vecchi merletti” erano perfetti per lui ed il lavoro che egli diresse fu piacevolissimo, artigianale, serio, duro, privo di manifestazioni affettive plateali, come piaceva a lui e come piace a me. Era un burbero Mario, ma onesto, univoco, chiaro, un toscanaccio inguaribile e per carità, senza mai dirlo, sono certo che sotto sotto, se lo meritavi, ti voleva bene.
Il favoloso cast delo spettacolo costituito da grandi nomi come Regina Bianchi, Isa Barzizza, Marina Suma, Gianfelice Imparato, Francesco De Rosa, Fulvio Falzarano, Giuliano Manetti, Oreste Valente, Orazio Stracuzzi consentì un successo straordinario, seguito poi da “Le relazioni pericolose” con Domenique Sanda e Laura Morante e “Una bomba in ambasciata” di Woody Allen con Carlo Croccolo, Isa Barzizza e Debora Caprioglio.
Il Teatro Quirino intende adesso ricordare il suo lavoro in teatro, la sua bravura e la sua onestà ed anche la sua personalità a volte stramba, come un episodio ormai famoso ce lo ricorda: nel luglio dell’87 al Festival di Portovenere, alle 18,30 del giorno della prova Generale dopo aver passeggiato sulla banchina del porto, Mario entrò di scatto in un negozietto uscì due minuti dopo con un costume da bagno comprato ed indossato all’istante e si gettò in acqua senza proferir parola nel porto di Portovenere. Così era:forte, duro e serio, ma vivaddio sempre sorprendente.
Come regista di teatro accettò ,volentieri di rinunciare a quel controllo totale che il cinema gli consentiva, e si divertì a dare spazio agli attori, anche assecondandone le prerogative. Quando accettò di dirigere Una bomba in ambasciata, ossia un testo di Woody Allen tutto basato sull’umorismo impassibile della scuola ebreo-americana (particolarmente adatto, tra parentesi, al protagonista nonché capocomico Geppy Gleijeses), capì subito che per adeguarvi due importanti membri della compagnia come Carlo Croccolo e Isa Barsizza, abituati a tutt’altro tipo di comicità, avrebbe dovuto snaturarli profondamente: e allora li incoraggiò a fare, invece, quello che sapevano fare meglio, trasformando la pièce in una gradevole farsa all’italiana e così portandola al successo.
Impaziente di certi rituali del teatro, Monicelli non amava le sedute a tavolino, e sin dal primo giorno voleva gli attori in piedi, già impegnati nei movimenti; ma non sperimentava, avendo come suo solito preparato il lavoro con buon anticipo, e quindi sapendo chiaramente quello che voleva ottenere. Dal cinema aveva imparato che coinvolgendo gli interpreti, incoraggiandoli a fare quello che sapevano fare meglio, ne otteneva il meglio. Certo, per quanto sempre al servizio del copione, la sua regia poi proprio come nel cinema finiva per essere colorata dalla sua personalità. Monicelli al cinema o al teatro non cercava il virtuosismo né il protagonismo, ma appunto, di valorizzare la storia raccontata; e questo faceva immettendovi sempre una caratteristica punta di ironia, che significa orrore della retorica e quindi di voler prevaricare. Non aggredito ma incoraggiato a sorridere, il pubblico era lasciato libero di decidere. Quell’ironia ovviamente si trovò a suo agio sia nel rivisitato testo di Woody Allen, sia in un classico della comicità noir come Arsenico e vecchi merletti; ma diede i suoi frutti anche in un lavoro che avrebbe rischiato di essere torvo e magniloquente come Les liaisons dangereuses, e quindi fu alleggerito, anche mediante la scelta della scenografia quasi giocosa di Raimonda Gaetani. Lì tra l’altro c’erano tre primedonne di diversissima estrazione da mettere d’accordo; ma Monicelli ne aveva domate di peggiori sul set, e non si tirò indietro

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