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MOONLIGHT, TUTTO IL MONDO È PAESE ANCHE A MIAMI
Non è né il primo né l’ultimo film a raccontare il degrado della periferia. Bullismo, droga, malavita e ragazzi abbandonati a se stessi sin dall’infanzia, questo lo scenario che quotidianamente possiamo osservare a Napoli, Roma, o in una qualunque metropoli europea. Così Miami, set di Moonlight, l’ultimo film diretto da Barry Jackins.
Per interpretare il ruolo del protagonista, un confuso e disorientato Chiron, il regista sceglie tre attori diversi che lo rappresentino da bambino, da adolescente e da adulto: Alex Hilbert, Asthon Sanders e Trevante Rhodes.
Non immagini di montaggio, non un riferimento allo scorrere del tempo, ma semplicemente una lunga dissolvenza divide una parte del racconto rispetto alle precedenti.
Chiron è un disadattato e lo si capisce immediatamente dalla prima sequenza. Mentre sua madre conduce una vita da reclusa in casa, suo figlio vaga senza meta per la città, gioca a calcio con un pallone di carta e osserva gli affari della malavita. Non apre bocca, ma se parla, è capace di scherzare e ironizzare. Non socializza con i compagni di scuola e i suoi unici amici sono Juan e Teresa, una coppia adulta che avendo preso a cuore la situazione, cerca in qualche modo di aiutarlo.
Da ragazzo, Chiron, ha lo stesso carattere debole e ignaro del bambino di un tempo, poi un episodio di bullismo da parte dei compagni di scuola, cambia orientamento alla sua esistenza. Lo Chiron adulto è uno spacciatore, un uomo definitivamente perso, gira armato con l’automobile acquistata grazie ai malaffari. Tuttavia, continua a scuotere la testa come tanti anni prima ed è ancora alla ricerca di se stesso. Chi è dunque Chiron? Un finale a sorpresa e, soprattutto, un’immagine ferma, comunica che, forse, possa essere giunto alla risposta.
Diversamente da quanto riporta il drammaturgo Alvin McCraney, che sottolinea più volte l’unicità di Miami rispetto a qualsiasi altro luogo, ritengo che le realtà cittadine si somiglino molto in ogni dove. Concorde con McCraney, anche Yesi Ramirez, direttrice del casting, che in rifermento alla stessa città, ne parla come «…un ambiente rassicurante anche se vieni da un posto diverso». Tuttavia le immagini di Moonlight ci mostrano esattamente il contrario. A rappresentare Miami sono i numerosi episodi di violenza, l’apatia dei suoi abitanti, la mancanza di interessi e il degrado dei ragazzi. Possiamo fare un’eccezione solo per Juan, Teresa ed il coetaneo Kevin, di cui ho scelto volutamente di non parlare, per non svelare la realtà con cui il protagonista deve confrontarsi. Inoltre, pur essendo vero che il protagonista torna nella sua Miami nel finale, è d’obbligo sottolineare che nella terza parte, la vicenda si era spostata ad Atlanta. È lì che la madre di Chiron trova un piccolo impiego; è lì che il protagonista ascolta i preziosi consigli del suo vecchio amico Kevin, ed è lì che il protagonista ritrova in via definitiva se stesso…
Potenzialmente buono il soggetto, come buona l’interpretazione dei tre attori. Più debole invece la sceneggiatura e lo svolgersi della storia, spesso eccessivamente lenta. Insignificante la colonna sonora, ridotta a semplice sottofondo.
Considerata la candidatura di “Moonlight” ad 8 premi Oscar, compreso quello in palio al miglior film dell’anno, ci si aspettava forse di più. Tuttavia, riconosciamo a Barry Jeckins di aver avuto un’ottima idea per concludere una storia che sembrava essere segnata e invece, riesce a rimettersi in piedi.

Eugenio Bonardi

“MOONLIGHT” VINCITORE DEL GOLDEN GLOBE PER IL MIGLIOR FILM DRAMMATICO

CANDIDATO A 8 PREMI OSCAR ARIVA NELLE SALE ITALIANE IL 23 FEBBRAIO 2017
Miglior film; Miglior regista (Barry Jenkins); Miglior Montaggio (Nat Sanders e Joi McMillion)
Migliore Fotografia (James Laxton); Migliore attore non protagonista (Mahershala Ali)
Migliore attrice non protagonista (Naomie Harris); Migliore sceneggiatura non originale (Barry Jenkins); Miglior Colonna Sonora (Nicholas Britell)

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