E’ prevista per martedi 23 giugno la messa in onda di “Vittime senza un colpevole”: delitti dal movente inspiegabile, omicidi irrisolti, storie tra loro slegate ma che hanno la stessa protagonista: Roma con le sue strade, le sue case e i suoi abitanti.

Una città dalle atmosfere cupe e dagli innumerevoli lati oscuri, lontana mille miglia dall’immagine da cartolina illustrata tanto amata dai turisti di tutto il mondo.

Mostri senza nome – Roma, la nuova docu-serie italiana in 4 episodi dedicata a ai più ingarbugliati cold case avvenuti nella Capitale tra gli anni ’90 e gli inizi del 2000, in onda su Crime+Investigation (in esclusiva su Sky al canale 119), ripercorre i diversi casi in maniera dettagliata, studiando le prove raccolte, ricostruendo la scena e la dinamica del delitto, viaggiando nei meandri dei quartieri di Roma e nei segreti che nascondono.

Con interviste ai protagonisti delle vicende, parenti delle vittime, avvocati e inquirenti e grazie alle testimonianze degli esperti, la docu-serie prova a fare luce su quattro intricati misteri.  A fare da filo conduttore di questo racconto senza filtri e dai toni decisamente noir uno degli attori più apprezzati della scena cinematografica italiana, Filippo Nigro (Suburra, La Dea Fortuna, La Finestra di Fronte).

La serie punterà i riflettori sul ritrovamento di uno scheletro avvenuto nel 2007 nel quartiere della Magliana, il caso del collezionista di ossa.

Illustrerà il caso di Duilio Saggia Civitelli, ucciso nel 1995 con un colpo in testa, mentre era in attesa di prendere il treno diretto per Formia.

Si occuperà di Francesca Moretti, giovane donna marchigiana trasferitasi a Roma nella zona di San Lorenzo e avvelenata nel 2000.

Riporterà alla luce la storia di Antonella Di Veroli, assassinata nel 1994 nel proprio appartamento nel quartiere Talenti.

Prodotta da Ascent per A+E Networks Italia, la docu-serie è firmata da Emanuele Cava, mentre Giampaolo Marconato è il regista.

Nel dettaglio, gli episodi:

IL COLLEZIONISTA DI OSSA – 23 giugno

Il 26 luglio 2007 scoppia un incendio in un canneto al bordo di una pista ciclabile a Magliana. Dopo l’arrivo dei pompieri che domano senza troppi patemi il fuoco, emergono uno scheletro, un marsupio, un mazzo di chiavi e un portafoglio contenente una carta d’identità con su scritto “Libero Ricci, pensionato”. Dell’uomo, un 77enne artigiano e decoratore che aveva lavorato con ditte al servizio del Vaticano, si erano perse le tracce dal 31 ottobre 2003, dopo aver lasciato la casa e la moglie.

La polizia inizia ad indagare, le chiavi corrispondono a quelle dell’appartamento di Libero, ma i vestiti trovati vicino al cadavere non sono i suoi. Qualcosa non torna, viene richiesta la prova del DNA. Passano gli anni e il DNA dello scheletro del canneto a confronto con quello di Claudio Ricci, figlio di Libero, non corrisponde. Nel 2010 la svolta: le ossa appartengono a cinque persone diverse, tre femmine e due maschi e i decessi risalgono agli ultimi 15-20 anni. Il macabro mistero si infittisce e parte l’inchiesta per plurimo omicidio e occultamento di cadaveri. Con il tempo si iniziano a tracciare i profili dei cinque resti e il caso diventa nazionale tanto da finire su Chi l’ha visto?.  Le ossa rimangono anonime. Il DNA di F2, la più giovane delle donne, le cui ossa sono state usate per disegnare lo scheletro, verrà comparato con esito negativo con quello di Alessia Rosati, ventunenne scomparsa a Roma nel 1994. Nulla si sa, invece, dell’ignoto collezionista, la cui identità rimane, tuttora, un mistero. Prima, però, viene svelata un’impressionante verità: F1, la donna a cui appartengono il teschio e la spina dorsale dello scheletro è legata da un vincolo biologico di parentela a Libero Ricci lo dimostrano gli esami sul DNA mitocondriale.

IL MISTERO DEL BINARIO 10 – 30 giugno

Duilio Saggia Civitelli muore il 12 febbraio 1995 all’età di 53 anni nei pressi della banchina del binario 10. Mentre aspettava il treno diretto a Formia, un uomo, un professionista, gli si era avvicinato sparandogli alla testa in un momento in cui nessuno poteva vederlo.

Dopo pochi minuti il corpo giacente a terra era stato segnalato da un capostazione alla Polfer, che aveva immediatamente chiamato la famiglia e l’ambulanza. I magistrati hanno subito capito che non sarebbe stato facile e soprattutto che c’era qualcosa sotto. Ordinano immediatamente l’autopsia. Quello che il medico legale scopre scatena subito le indagini. Le piste sono tante: il lavoro da investigatore svolto negli ultimi tempi da Duilio può aver spinto qualcuno ad avere un motivo per ucciderlo. Si aggiungono successivamente un movente legato ai prestiti che spesso concedeva, grazie anche al suo grande patrimonio bancario e immobiliare, e una pista legata alla criminalità organizzata.

Col passare dei giorni si aggiungono altri indizi utili come l’ipotesi che Duilio fosse un agente segreto. Almeno è questo che raccontava, stando ad alcune testimonianze E se, invece, la strada da seguire fosse invece la sua ossessione per i treni che l’aveva portato ad acquistare ben tre immobili nello stesso stabile che si affacciava sulla stazione Ostiense e ad adibire uno di questi a sala espositiva di plastici, binari e locomotive? E se il colpo di pistola fosse partito da un treno in movimento? Perché Duilio incontrava nella casa di Torvajanica che aveva regalato alla moglie persone con macchine di lusso targate Caserta e Latina? Che scopo avevano questi incontri?

Il figlio Massimo in questi anni non si è dato per vinto e adesso pare avere una nuova interessante pista, sperando in una riapertura di un caso chiuso per insufficienza di prove.

LA DONNA NELL’ARMADIO– 7 luglio

Antonella Di Veroli è una donna sola di 47 anni che viene uccisa nella notte fra il 10 e l’11 aprile 1994. Il carnefice si fa aprire da Antonella che è ancora in pigiama, i due si intrattengono per qualche ora e poi l’omicida la uccide e scaraventa il suo cadavere nell’armadio. Amici e parenti la cercano finché il 12 aprile la sorella Carla col marito, l’amica Sandra, l’ex ormai collega Umberto e la vicina di casa Ninive trovano il corpo sigillato con lo stucco da parquet nell’armadio della camera da letto. Si apre il caso, le piste dapprima molteplici si riducono e si ipotizza il delitto passionale, unico imputato: Vittorio Biffani, ex fiamma di Antonella. Il Biffani, fotografo e indiziato principale per l’omicidio di Antonella, verrà accusato e processato in corte d’assise nel 1997. Ma Biffani viene assolto per mancanza di prove in tutti e tre i gradi di giudizio. Ad oggi l’omicidio di Antonella Di Veroli rimane insoluto e nella confusione delle indagini l’unica certezza è la ferocia con cui l’assassino del delitto dell’armadio ha ucciso la sua preda. Un altro sospettato, la cui posizione poi si è rivelata essere estranea al fatto, fu Umberto, il collega della Di Veroli. Aveva avuto una relazione con Antonella, ma i due continuavano a vedersi.

IL DELITTO DELLA MINESTRINA – 14 luglio

Francesca Moretti muore il 22 febbraio 2000 all’ospedale San Giovanni di Roma dopo un ricovero d’urgenza nel tardo pomeriggio. All’inizio si pensa a una reazione allergica da farmaci, che assumeva da qualche giorno per via di una lombosciatalgia. Secondo i risultati dell’autopsia però, fornita con ritardo, la giovane donna è stata avvelenata con 300 mg circa di cianuro. Qualcuno l’avrebbe uccisa.

Ma chi? E soprattutto come è stato introdotto in casa questo potentissimo veleno? La ragazza marchigiana, 29 anni, laureata in sociologia ad Urbino, si era trasferita nella Capitale, dove viveva, a San Lorenzo, in un appartamento che divideva con Daniela, studentessa di psicologia, e Mirela, cameriera in un ristorante. Da due anni lavorava come mediatrice culturale nel campo nomadi del Casilino 900, e lì aveva conosciuto Graziano, sposato e con cinque figli. Tra i due era nata una relazione. Troviamo traccia dei suoi rapporti nei diari, che custodiva gelosamente nella sua camera. Uno di questi è in mano al giudice, l’altro, quello più importante perché riguardante gli ultimi due mesi di vita della Moretti, è sparito. La mamma dice di averlo custodito e poi bruciato, per non infangare il ricordo della figlia. Cosa c’era scritto in quelle pagine? Il pubblico ministero individua il colpevole in Daniela, la coinquilina siciliana della vittima. La ragazza avrebbe sciolto il veleno nella minestrina da lei preparata e servita a Francesca. Dopo l’arresto, nel cuore della notte tra il 7 e l’8 gennaio 2001, parte un processo basato su poche certezze e tanti dubbi. Nell’aprile del 2002 viene ritenuta innocente. Oggi, a distanza di quasi vent’anni nessuno sa chi ha ucciso Francesca Moretti.

Altre piste prese in considerazione sono quella della vendetta da parte di Fatima, la moglie di Graziano, che avrebbe commesso o commissionato l’omicidio e quella che vede Graziano come l’aguzzino della pesarese. Un dettaglio sembra essere stato dimenticato durante le indagini: Francesca aveva sempre fatto molto affidamento sulla figura del padre di Graziano, noto esponente di una delle famiglie rom più importanti d’Italia, fin da subito protettivo nei suoi confronti. “Finché lui è vivo non devo aver paura di niente” aveva detto alla mamma qualche mese prima di morire, cercando di placare i dubbi dei genitori sulla sua relazione. Il padre di Graziano però muore il giorno prima della Moretti.

 

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