Il film, distribuito da Istituto Luce-Cinecittà, che sarà nelle sale, per un tour estivo con relativi dibattiti dall’8 luglio, è opera di Paolo Quaregna (Felicità a oltranza, Una donna allo specchio, Dancing North), autore di lunga partecipe sensibilità ai temi del documentario sociologico; è realizzato in coproduzione tra Italia – con Ila Palma di Rean Mazzone e Dream Film (Belluscone, Totò che visse due volte, L’isola, Che cos’è un Manrico) – e il Canada, con la partecipazione di Istituto Luce-Cinecittà attraverso le sue immagini d’archivio e la distribuzione in sala, per raccontare un tema di emergenza globale e di accesissimo dibattito pubblico e politico nel nostro Paese come le migrazioni. Ma un tema narrato da una visuale meno abituale, di cui i media spesso tengono poco conto: la storia lunga e ancora attuale della migrazione di cittadini italiani negli altri paesi. Una storia che nel ‘900 ha scritto una pagina enorme, toccando milioni di famiglie. E che si può riassumere con un dato minimo: si stima che nel corso del ‘900 siano partiti dall’Italia circa 30 milioni di emigranti. Attualmente i cittadini di origine italiana nel mondo sono circa 70 milioni.

La seconda patria racconta un capitolo di questa storia: la vicenda dei migranti italiani in Canada, nel Quebec, una delle mete più ‘invase’ da nostri concittadini dalla seconda metà del secolo scorso. Senza che nessuno li tacciasse o descrivesse come invasori. Anche se spesso trattati con le medesime logiche di sfruttamento.

Il film, seguendo il cammino della famiglia Stea originaria di Sannicandro di Bari, prima minatori in Belgio nell’immediato dopoguerra, poi lavoratori occasionali a Toronto e a Montreal, infine lavoratori nelle miniere di ferro di Schefferville, nel Grande Nord canadese, offre i ritratti di nove “migranti economici” e dei loro figli che hanno saputo adattarsi a una nuova vita, attivando nuove radici, senza perdere il legame con la loro “italianità”.

Hanno preso una decisione radicale. Hanno scelto di lasciare la loro “amara terra”, come hanno fatto negli ultimi 100 anni poco meno di 30 milioni di italiani. Hanno fatto valigie e fagotti, attraversato frontiere, varcato l’oceano.

Di tutte le terre americane, hanno scelto il Quebec, enclave dal sapore mediterraneo, dove si parla la lingua francese, provincia radicata nella tradizione cattolica, da sempre aperta al meticciato.

Sono italiani, uomini e donne di grande coraggio e capacità di resilienza, disponibili a fare crescere in sé lo “spirito nomade”: hanno preferito essere padroni del loro tempo piuttosto che battersi, tra fratelli, per difendere uno spazio avaro di risorse. Alcuni di essi, spingendosi nei distretti minerari del gelido nord, hanno scoperto (grazie anche a “contaminazioni” culinarie e musicali) una speciale complicità con i “nativi” Innu, abitanti di quelle terre ben prima di ogni ondata migratoria.

Con Johnny Stea, una sorta di Virgilio nelle terre del Quebec, minatore, poi operaio tuttofare, cuoco e infine macellaio, un ritratto umano dell’adattabilità, il film incontra Florent Vollant, musicista e rappresentante del popolo Innu, Paul Tana, regista e docente, l’attore italo-canadese Tony Nardi, e altri volti e storie di una comunità che ha dovuto lottare e lotta, che si interroga sul rapporto con la madrepatria, che si è integrata perdendo qualcosa del luogo da cui proveniva, e regalando pezzi di italianità al luogo che li accoglieva. Donne e uomini con un legame forte e complesso con l’Italia, accomunati forse dalla percezione che il nostro paese li abbia lasciati andare senza curarsene poi molto, e che loro non dimenticano. Persone con una domanda forte sul concetto vero di identità, che non per niente hanno stretto rapporti con il popolo Innu, i primi abitanti originari del Quebec.

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