NYMPHOMANIAC 2 di Lars Von Trier. Recensione di MK.
Per parlare del secondo episodio di Nimphomanicac bisogna necessariamente essere entrati nel viaggio in due puntate che il regista vuole farci percorrere, un viaggio che può sorprendere, affascinare ma anche deludere, perché le aspettative create dal primo episodio vengono decisamente deluse dal secondo. Non convince, perché le premesse ambiziose di nobilitare una malattia patologica che alla fine porterà solo a dipendenza e abbrutimento, senza alibi di riscatto, non può affascinare più di tanto. A prima vista la scelta di un tema scabroso poteva sembrare una giustificazione alla rivolta sociale o ad un esistenzialismo amorale, ma alla fine, nelle conclusioni, ne esce molto ridimensionata a meno che fosse solo una alibi per fare solo un film pseudo intellettuale si, ma porno. Questo può succedere quando l’ambizione del dissacrare e del provocare prende la mano,  soprattutto quando si gioca con l’esoterismo in chiave fondamentalmente atea, il che è di fatto una scelta fuori dalla storia, oltre che fuori dall’etica intellettuale, per non dire morale. Nel sesto capitolo è condivisibile la critica alla chiesa occidentale come fautrice della ‘colpa’ a differenza di quella orientale alla ricerca della “gioia” o meglio del sesso come pratica di comunione con le energie cosmiche. Andrebbe anche citato però che le discipline orientali sono anche il controllo delle passioni, l’equilibrio tra corpo e spirito e non certo solo un’ morboso edonismo egoico.
Nel settimo capitolo dello specchio il regista prova a mettere alla prova la protagonista che cerca di guarire dalla sua ossessione segregandosi in casa e incartando tutti gli oggetti a forma fallica per fuggire le tentazioni. Questa è sicuramente una caduta di stile molto più dei primi piani dell’organo sessuale della protagonista di alcune scene successive, prima di tutto perché banale, a meno che non si volesse portare il dramma alla farsa, per non parlare dell’oca muta…. Divertente, in un clima di base sempre pesante e drammatico è la scena dei due ragazzi di colore che discutono su come possederla. In seguito con la nascita del figlio che Joe ha con Yerome il regista teorizza che non si può essere ninfomani e buone mogli o madri, infatti Joe si dedica a pratiche masochistiche con K, abbandonando entrambi. In queste pratiche, quanto mai asettiche, Joe si lascia andare al suo enorme senso di colpa in una spirale autodistruttiva. Ma è nell’ottavo capitolo, della pistola, che si chiarisce tutto l’intento del regista, Joe dopo essere stata licenziata dal suo lavoro si dedica ad una professione di recupero crediti che professerà con una violenza sessuale e morale più che fisica sui creditori, portando a nudo le loro perversioni. E sicuramente tanto originale quanto improbabile la trovata, ma ci può stare in un film che spesso rasenta il surreale e l’assurdo. In seguito adotterà una giovane ragazza disadattata per insegnarle il suo mestiere, ma il tutto sembra un po’ forzato, quasi a dire che in fondo Joe non è solo egoismo e cinismo, ma anche sentimenti. La cosa finisce male per una presunta gelosia nei confronti di Jerome che viene picchiata dall’uomo della ragazza che lei tenta di uccidere. Ma è proprio nel finale, dove per aver tentato di far sesso con lei, che viene da chiedersi cosa veramente vuole trasmettere il regista. La risposta è niente: astute provocazioni, amoralità gratuita, ingenue banalità e infine nozioni esoteriche che non possono nobilitare e riscattare un totale senso di vuoto, ma in fondo è proprio questo il messaggio che il regista vuole dare : un esistenzialismo morboso ma drammaticamente vuoto.

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