NYMPHOMANIAC 1. E’ veramente difficile trarre un’analisi certa sul film di Lars Von Trier, perché il regista è controverso su tanti fronti, la cosa certa è che il suo coraggio filmico và apprezzato a priori in un contesto cinematografico mondiale spesso prevedibile anche se ben confezionato.
Che l’argomento posto potesse creare scandalo era prevedibile, ma di certo non è un film pornografico, nel senso che non vuole dare una visione morbosa, ma neanche una lettura morale. Lo spettatore viene accompagnato nei vari cinque capitoli del film come in un percorso iniziatico, evolutivo, dove la protagonista Joe racconta colpevolmente il suo passato, quasi a liberarsi da un’ossessione. Importante è il personaggio Seligman (alter ego del regista), che la raccoglie dalla strada e la cura ascoltandola pazientemente, giustificandola, paragonando le sue gesta di lussuria all’arte della pesca o alla progressione numerica di Fibonacci, nonché alla geometria sacra della sezione aurea nella musica di Bach. La protagonista ormai alla soglia dei 50 anni rivive la sua “perversione “ insieme all’ acuto signore ebreo ateo (ma forse proprio per questo) che, con infinita tolleranza e privo di giudizio morale, ne trae paralleli significanti con tutto ciò che fa parte della visione disincantata della vita che invece può nobilitare l’esperienza umana più assurda. Astuti e un po’ d’effetto sono quell’inizio e quella fine bui di quasi 2 minuti, come ad aumentare la tensione emotiva come se ce ne fosse bisogno… come un pezzo musicale dei Rammstein, musica quanto mai poco adatta per un film, che invece scuote lo spettatore, lo violenta, lo destabilizza direi quasi piacevolmente. Il prologo del racconto ci descrive queste giovani fanciulle, tra cui lei, che decidono di fare sesso senza amore in chiave seriale. E’ senz’ altro una rivolta contro il sistema che impone “l’amore in una funzione sociale, morale, infatti la frase dissacrane che ne viene fuori è che “l’amore è solo lussuria con un pizzico di gelosia”.
Oltre alla carrellata quasi andrologica di peni maschili a una fellazio e vari accoppiamenti con i più maschi possibili, il film si concede anche dell’ironia con la magistrale interpretazione di Uma Thurman nelle vesti di una moglie tradita. Comico è anche il racconto sulle vicissitudini di una ninfomane che non ricorda più tutti i suoi amanti. Ci sono anche riferimenti freudiani classici nell’ ottimo rapporto che Joe aveva avuto con il padre nella sua infanzia che amava insegnarle l’osservazione della natura e uno cattivo con la madre fredda e distaccata. Tutto ciò prelude chiaramente ad una sindrome di dongiovanni al femminile, nella ricerca affannosa di un padre ideale irraggiungibile. In seguito alla morte dolorosa del padre e avendo riconquistato Jerome, il primo ragazzo con cui volle perdere deliberatamente la verginità e di cui sembra essersi innamorata, lo spettatore è portato a credere che finalmente l’amore l’abbia conquistata… ma la scena finisce con un senso di disperazione e di vuoto della protagonista proprio mentre fa l’amore (o il sesso) con lui, a significare che l’amore purtroppo non riesce a colmare il suo senso sconfinato di solitudine.
Non sappiamo cosa proporrà Trier nel seguito della seconda parte ma possiamo dire che quando il cinema è ambizioso gli si perdonano le astuzie provocatorie e comunicative che sono presenti nel film. In questi termini ormai non và più chiamato” film”, ma piuttosto un incontro tra un regista- artista con le sue ossessioni, le sue ricerche psicologiche e sociali, ma anche esoteriche, consacrando e dissacrando, con un fine ultimo che è quello di stabilire un nuovo modo di guardare l’arte, creando un’attesa mediatica morbosa, ma anche comunicando un senso di disorientamento e di svuotamento nel nostro vecchio concetto dei rapporti amorosi-sessuali e nell’attesa di un futuro di cui non sappiamo nulla.

Michelangelo Arizzi

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