Nella Hollywood del ’69, il tentativo di riemergere dal crepuscolo dell’attore Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e dello stuntman Cliff Booth (Brad Pitt) si intreccia con la comunità hippy di Charles Manson e un vicino di casa di nome Roman Polanski…

Come ha affermato l’autore in persona, “Once Upon a Time… in Hollywood” potrebbe essere “l’ultimo film di Quentin Tarantino”. Ovviamente è abbastanza improbabile che sia così, o che si prospetti per il regista un futuro “alla David Lynch” post “Inland Empire”. Anzi, al contrario, sarebbe più corretto dire che “C’era una volta… a Hollywood” è il “primo” film di Tarantino. Il primo il cui titolo (originale) non è formato da due sole parole; il primo, soprattutto, senza Harvey Weinstein. Una rivoluzione produttiva, questa, che ha esercitato una profonda influenza sulla poetica e l’estetica di Tarantino, tanto da distaccare nettamente questo film da quelli che lo hanno preceduto.

Il regista sceneggiatore, per la prima volta, lascia la contemporaneità e le incursioni nella grande storia dell’ultimo secolo e mezzo e va diritto al cuore da cui (per lui) tutto è cominciato, ovvero la Hollywood degli anni Cinquanta e Sessanta, da una parte, e gli “Spaghetti western” dall’altra. Tarantino sdoppia il proprio protagonista (figura e controfigura) e sdoppia se stesso, osservandosi riflesso nel caleidoscopico mondo finzionale che ha fondato e seguita ad alimentare il suo cinema.

Esattamente come fa Rick, in una delle scene più intense del film, quella dell’abissale sguardo in macchina attraverso lo specchio, una solitaria presa di coscienza che apre al riscatto; e come fa la Sharon Tate di Margot Robbie, che vede “se stessa altra” nella sala cinematografica dove proiettano il “suo” film con Matt Helm-Dean Martin. È soprattutto quest’unica (co)protagonista donna di un film sostanzialmente maschile a restituire la cifra dell’atteggiamento di Tarantino nei confronti del proprio paradiso poetico: uno sguardo di disarmata, sconfinata e infantile ammirazione, un amore che anela ad una fusione totale e impossibile. È lo sguardo di “Margot Tate”, puro, indifeso e insieme potente come solo può esserlo quello di una donna gravida, un raggio di luce in una sala buia, una gemma preziosa da custodire e proteggere anche a costo di sovvertire il corso degli eventi. Sì, perché quello di “Tarantino-Tate-Robbie” è uno sguardo massimamente sovversivo nella misura in cui coincide con la creazione di una “nuova vita”, ovvero di una storia di finzione che camminerà “dentro la” e “distinta dalla” Storia ufficiale.

Era quindi inevitabile che Tarantino mettesse un poderoso freno alle peculiarità che hanno entusiasmato i suoi fan, i dialoghi logorroici e gli scoppi improvvisi di violenza che spezzano estenuanti momenti di stallo. Qui, un po’ come fatto in “Jackie Brown” e “Kill Bill 2”, riesce a maneggiare e modulare chirurgicamente la tensione concentrandosi sempre sui propri personaggi: permette loro di esprimersi fino in fondo, spesso in solitudine o con interlocutori sconosciuti, e apre spazi-di-senso. Si tratta di densi squarci dentro un mosaico di situazioni frammezzate con immagini di repertorio totalmente inventate o re-inventate perché di (tele)film preesistenti (contaminati poi dall’autore con l’inserimento di Rick), flashback e flashback al quadrato, momenti in apparenza gratuiti o al limite celebrativi di un’epoca scomparsa, ma a ben guardare forieri del bene più prezioso: il tempo. Un tempo raccontato.

In “Once Upon a Time… in Hollywood” non si percepisce infatti alcuna propensione alla provocazione o alla trasgressione (dei codici o delle eredità della storia); e non si respira nemmeno un’aria di malinconia, ma il puro e semplice gusto del racconto. Senza scossoni, senza arzigogolate architetture narrative, ma con un ordito cristallino, fatto di sfioramenti, intersecazioni e reciproci approfondimenti delle diverse tracce.

Così, il portato più prezioso di questo “ultimo” film di Tarantino è un senso di pace, di serena autoanalisi e di riconoscenza verso un mondo immaginifico che, seppure scomparso dalle scene, continua a vivere nel cuore dell’autore. E, di conseguenza, nei nostri.

Perché – come ha precisato Tarantino nella conferenza stampa di stamattina – il cinema, la Storia, non la può cambiare. Ma la può influenzare.

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