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“Quo Vado?” (2016) dà un’eccellente continuità nell’affrontare temi sociali già affrontati con “Sole a Catinelle”

Introduzione di Andrea Giostra, 03 gennaio 2016

Ieri sera – Sabato 02 gennaio 2016 – ho visto il nuovo film di Checco Zalone, “Quo Vado?”. Mi è piaciuto e ci scriverò una recensione che potrete leggere a breve su questo Magazine!

Ma oggi, 03 gennaio 2016, mi è venuto in mente di riproporre la recensione del bellissimo Film 2013 di Checco Zalone e Gennaro Nunziante “Sole a catinelle”. E’ un film che mi sento di consigliare a tutti coloro che non hanno avuto la possibilità di andare al cinema per vederlo, perché è un film intelligente, colto, che rappresenta la realtà di oggi – come del 2013 – del nostro paese con incisività ed estrema leggerezza, ma che fa anche ridere, e parecchio. Non a caso ho voluto scrivere che fa ridere alla fine della frase. Penso che questo di Zalone-Nunziante sia veramente un eccellente film che sbatte in faccia allo spettatore italiano quello che per ignavia subisce quotidianamente ridendoci anche su, e qualche volta sparando le solite, trite e ritrite frasi di malcontento per quello che non si fa in Italia e per come gestiscono la cosa pubblica i nostri politici. In fondo, forse, il film “Sole a catinelle” vuoi vedere che è un film social-politico?

Forse la scia che segue “Quo Vado?” è la stessa e per questo voglio riproporre, prima di scrivere la Recensione sul nuovo Film del duo Zalone-Nunziante, quella che ho scritto nel dicembre del 2013 quando ho visto “Sole a Catinelle”.

Buona lettura e buona visione se vedrete il film “Sole a Catinelle”, e soprattutto buona visione per chi andrà a vedere “Quo Vado?”!

locandina Sole a catinelleSole a catinelle” (2013)

(recensione di Andrea Giostra)

Non pensavo di scrivere una recensione sul bel film di Checco Zalone e Gennaro Nunziante, “Sole a catinelle”. Ma dopo aver letto il commento di Giovanna Trinchella (ilfattoquotidiano.it /blog/gtrinchella), una giornalista de “il Fatto Quotidiano” a me sconosciuta fino ad oggi – dicembre 2013 – quando l’ho letta su un post pubblicato sulla mia pagina Fb, ho deciso di farlo. Il commento di Trinchella è diretto e sintetico: “non vado a vedere il film di Zalone perché fa tristezza che il genere “Cinepanettone” sia il più visto nella storia del cinema italiano”.

Dal mio punto di vista, invece, penso che ogni persona con un minimo di sana curiosità intellettuale si fionderebbe al cinema senza esitazione alcuna per vedere il film e provare a capire, dal suo personale punto di vista, qual è il motivo per il quale milioni di italiani, di estrazione sociale, politica e culturale trasversale, fanno la ressa e la fila per vederlo.

Io il film l’ho visto due giorni dopo che è uscito nelle sale (lo stesso giorno mi è stato impossibile, quando sono arrivato al cinema i biglietti erano esauriti da ore!), perché mi piace la comicità intelligente e assai arguta di Zalone e perché Zalone, senza dubbio alcuno, è capace di far ridere a crepapelle, qualità questa assai rara tra i comici nostrani che arditamente e spesso allo sbaraglio si lanciano senza paracadute nel provare a fare cinema comico.

Il film, con l’ottima regia di Nunziante, è divertente, dinamico, arguto, brillante, solare!, colto, socialmente e politicamente attuale e (neo?)realista. Zalone è bravissimo nel mettere in rilievo, con semplicità ed estrema leggerezza, le “qualità peggiori” degli italiani di oggi vittime della loro ignavia e del loro apatico distacco dalla gestione del potere e della politica. E allora, da questo punto di vista, il messaggio che lancia il co-sceneggiatore Zalone allo spettatore è chiaro e diretto: invece di lamentarti sempre che le cose vanno male, rimboccati le maniche, svestiti della pusillanime indifferenza dietro la quale per anni e anni ti sei nascosto, e prendi il mano il tuo destino cacciando a calci in culo chi ha ridotto il nostro paese in questo stato. Cosa che nel film Zalone fa brillantemente con apparente ingenua inconsapevolezza parlando candidamente al telefono di cose delle quali gli italici potenti furbi e arroganti non farebbero neanche sotto tortura.

P:S: – Scrivere ed esprimere giudizi su cose che non si conoscono affatto – come probabilmente direbbe Pulitzer – non è da giornalisti seri e moderni, ma semplicemente di chi ha l’ambire narcisistico di uno scrivere “fondato sul pregiudizio e sull’ignoranza” (J. Pulitzer, 1904).

N.B.: la Recensione di Andrea Giostra del Film “Sole a Catinelle”, che avete appena letto, è la versione integrale di quella pubblicata da “LA REPUBBLICA” Palermo, PAG. XI, Domenica 02 Dicembre 2013.

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra