Il Riccardo III di Alessandro Gassman si pone chiaramente in discontinuità alle versioni classiche precedenti, questo Riccardo oltre ad esaltare il dramma con il furore cinico dell’esercizio del potere, vi aggiunge delle commistioni stilistiche.
L’approccio, infatti, è decisamente cinematografico, sia nel finale con i crediti di coda che scorrono sullo sfondo sulla canzone dei Dire Straits (Brothers in Arms), che quella di Ray Carles (Got a Woman) che sembrano a prima vista alquanto azzardati, ma che sono giustamente inseriti per accentuare l’intento di attualizzarlo.
Anche nella scelta dei costumi, a volte dell’epoca a volte moderni, specialmente quelli militari chiaramente riferiti al III Raich che richiamano alla mente l’uso del potere spietato, a volte stolto, anche di quel periodo storico.
Questo Riccardo III si alterna in una compiaciuta smania dell’ esercizio di sanguinaria violenza ad una specie di sofferente autocritica sommessa, ma che non può fare nulla per fermare: perché la sua natura non può essere fermata, come se il potere ci dominasse oltre la nostra volontà.
La scelta dei costumi originalissimi curati da Mariano Tufano colpiscono proprio perché facendo riferimento a epoche diverse, come il collare ortopedico di Riccardo, che può riferirsi chiaramente alla fumettistica satirica di Grotz degli anni 30, al braccio compresso in una strana armatura che ricorda l’armatura di Kemp in Frankenstein Junior, alla maxi pelliccia grigia tipo lupo o lupo mannaro che indossa nel finale in una quasi identificazione animalesca del protagonista o all’andatura dinoccolata di Quasimodo, mostro anche lui nel Notre dame de Paris, vuole quasi darci dei flash dell’ immaginario horror del potere.
Non possiamo non considerare il sapiente uso delle scenografie di Gialuca Amodio in trasparenze che lasciando la stessa scenografia la muta con la luce che illumina le varie scene in sequenze temporali, con sullo sfondo quasi tridimensionale quella della torre di Londra, dove vengono compiuti i delitti che Riccardo ordina per spianarsi la strada alla
corona.
Il trattamento rimane abbastanza ancorato al testo shakespiriano, anche se Gassman aggiunge spesso di suo alla recitazione dei grugniti animaleschi rinforzando il carattere malvagio del personaggio che non tende a umanizzare quasi mai. Quando sente però di essere rimasto solo e il sicario Tyrrel, ben interpretato da Manrico Gammarota, fa la considerazione amara che ha tradito proprio coloro che lo consideravano amico uccidendoli, Riccardo inizia a vacillare nella sua arrogante cinica sicurezza.
Interessante anche l’enfasi che Tyrrel mette nel dialogare con la sua coscienza che sente di rischiare di perdere, quasi un parallelo tra coscienza e l’anima stessa.
Ottimo anche l’adattamento molto moderno e diretto a volte ironico dei testi di Vitaliano Trevisan che Gassman ha reso bene con il suo stile violento, pieno di rabbia e passione.
Nell’ insieme, l’autore pur rimanendo ben ancorato al testo lo rende più diretto e asciutto, lo arricchisce nell’ impatto visivo, quasi cinematografico, con una ricerca moderna nei costumi e nella scenografia che ne fa un’ interpretazione rivolta soprattutto ad un pubblico giovane.
La ricerca cieca e feroce del potere che spesso ci isola dagli altri e che ci porta alla solitudine e alla rinuncia dolorosa della coscienza è si presente, ma quasi sullo sfondo, quasi obbligata, l’autore si cimenta molto di più sullo stile comunicativo, sulla ricerca di modernizzare l’ opera shakespiriano più che sul significato morale dell’opera.

Recensione E FOTO di MICHELANGELO ARIZZI

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