Scappo a casa, l’Odissea di Aldo Baglio riesce a metà
Recensione di Giancarlo Salemi

Donne e motori, gioie e dolori. Ci prova Aldo (Baglio), il comico siciliano tanto amato dal pubblico televisivo e cinematografico cresciuto insieme a Giovanni (Storti) e Giacomo (Poretti), a staccarsi dal trio e alla soglia dei sessant’anni fare un film tutto suo “Scappo a casa” dal 21 maro al cinema.
Lo fa raccontando la storia di un meccanico, Michele, che è un uomo molto solo, che ama apparire più che essere e lo fa grazie all’aiuto di un “supporto” – così lo definisce lui – un parrucchino che indossa per sembrare più bello o comunque diverso da quello che in realtà è. Odia tutto ciò che è di colore, compreso le donne e gli uomini diversi da lui. Frequenta i social network con assiduità e li utilizza per rimorchiare quante più donne possibile, ritenendosi un maschio alfa all’ennesima potenza.
Qualcosa però va storto a Michele, alias Aldo Baglio. Durante un viaggio a Budapest per lavoro viene derubato. In un colpo solo oltre a perdere la macchina, il cellulare (oddiooo il cellulare sono rovinato – urla dal fantastico ponte di Budapest) e i documenti perde anche la sua identità al punto che viene scambiato per un immigrato clandestino tunisino e viene spedito in un centro di prima accoglienza con il confine ungherese. Da qui inizia la sua personale Odissea, il ritorno a casa come per Ulisse non è facile è pieno di ostacoli e deve allearsi con quelli che fino al giorno prima disprezzava, i poveracci in cerca di una vita migliore.
La regia è affidata a Enrico Lando che al cinema ha portato film di successo come la sagra dei Solidi idioti e Amici come noi. “E’ una commedia amara e divertente, con un fondo umano e sociale profondo” – ha detto presentando l’opera – “Un road movie girato tra Budapest e Milano, ricco di incontri sorprendenti e toccanti. UN viaggio che mi ha fatto crescere e che espero emozioni il pubblico, così come ha emozionato tutti noi nel farlo”.
Nel cast anche una sempre brava Angela Finocchiaro nel ruolo di una poliziotta che, in combutta con il figlio, utilizza la disperazione dei migranti sfruttandoli in un una fattoria con l’illusione di questi ultimi di aver raggiunto almeno un minimo di tranquillità.
“Quella che ho voluto raccontare” – ha spiegato Aldo Baglio – “non è una storia sull’immigrazione, è un tema troppo grande e delicato perché io possa occuparmene degnamente. Ho solo voluto raccontare la storia di un uomo superficiale, che scopre quanto è bello guardare oltre le proprie paure e le proprie resistenze, fino a rischiare la vita per gli altri”.
Sarà ma il problema del film è proprio tutto qui. Perché non è una commedia, anche se ci sono battute irriverenti e che portano al sorriso e non è neanche un film di denuncia sull’immigrazione. E’ una storia che resta un po’ appesa, un esperimento non pienamente riuscito perché proprio quando dovrebbe osare un po’ di più si perde in una sceneggiatura un po’ stiracchiata. Un film monco, un viaggio di Ulisse non completato, anche perché il protagonista vuole sì tornare a casa ma non ci riesce al contrario dell’eroe che riesce invece fa approdo nella sua amata Itaca. Peccato, perché poteva essere un film di rottura, un racconto diverso in un’epoca in cui sembra vincere la narrazione dell’odio e il disprezzo verso chi è diverso da noi, dove si mettono sullo stesso piano migranti ed emigranti, uniti da quel senso di paura che ci rende oggi sempre più rancorosi e diffidenti verso gli altri. Anche se gli altri, siamo noi.

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