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Serge Latouche, TRILOGIA DELLA DECRESCITA FELICE: “La Scommessa della Decrescita” (2007) ; “Limite” (2012) ; “Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata” (2013) – Recensione.

A-Repubb 001di Andrea Giostra.

INTRODUZIONE:

Qualche giorno fa, su “La Repubblica” di Domenica 24 luglio 2016, nella pagina “L’incontro”, mi sono piacevolmente imbattuto in una bellissima e breve intervista della bravissima Anais Gironi a Serge Latouche, del quale su questo Magazine – ilprofumodelladolcevita.com – ho scritto più volte.

Serge Latouche è un Grandissimo economista di fama mondiale. È francese, è filosofo, è persona di grandissima intelligenza e di straordinaria cultura.

I suoi “colleghi-nemici-economisti”, lo definiscono il più acerrimo nemico dell’”economia della crescita”: ed hanno ragione, anche se la loro definizione ha un’accezione sprezzante e squalificante, e spesso ha l’intento – non tanto velato! – di influenzare la gente comune, la gente che vive tranquillamente (possiamo dirlo oggi?) la sua vita quotidiana. Lo scopo dei suoi nemici giurati è quello di condizionare la gente comune che Latouche capisce poco o nulla di economia, che Latouche capisce poco o nulla di grandi sistemi economici, che Latouche capisce poco o nulla di economia globale, che Latouche capisce poco o nulla di multinazionali che basano il moltiplicarsi della loro ricchezza sulla crescita infinita, illimitata, incontrollata e incontrollabile.

L’ approccio “economico-filosofico” di Latouche si ispira alle concezioni dell’antropologo, scienziato e studioso francese Marcel Mauss (1872-1950) e dello storico, filosofo, studioso di idiomi, pedagogista austriaco Ivan Illich (1926-2002) – suoi grandissimi maestri di vita e di cultura – e si pone quale obiettivo primario e prioritario la “liberazione” del popolo occidentale dalla sottomissione e dalla “tossico-dipendenza-patologica” dall’economia basata esclusivamente sulla produzione, sulla vendita, sull’acquisto, sul consumo maniacale, costante e irreversibile. In sostanza, è come se Latouche, con il suo modello teorico destrutturante del sistema economico dominante, ci dicesse: «non siamo mica dei “tubi digerenti”, come i lombrichi, che devono consumare, consumare e consumare all’infinito per “essere felici”!»

Serge Latouche è professore emerito di scienze economiche all’Università di Paris-Sud; grande esperto di rapporti economico-culturali Nord-Sud del Mondo; raffinato epistemologo delle scienze socio-economiche.

La pagina che “La Repubblica” gli ha dedicato, con le domande e i commenti di Anais Gironi, rende omaggio ad uno dei più grandi e inascoltati economisti viventi. Oggi ha 76 anni, è nato il 12 gennaio 1940, e non ha più tanta voglia di lottare per le sue “battaglie perse in partenza!” Il mondo è quello che è, e va avanti incurante dell’Uomo e dei suoi bisogni reali, presunti o indotti.

L’unico modello adattivo che funziona veramente, è quello darwiniano, ovvero, se vogliamo essere più precisi da un punto di vista scientifico e della letteratura ufficiale di questa scienza, il modello definito “darwinismo sociale”, ossia, quel modello scientifico-sociale, nato in Gran Bretagna alla fine del XIX Secolo con Herbert Spencer (1820-1903), che parte dal presupposto che la cosa più importante nella vita sociale quotidiana è “struggle for life and death” (“lottare per la vita e la morte”), concepita come regola fondamentale della comunità degli esseri umani!

In fondo, non possiamo certo negarlo noi, è la prima legge di Madre Natura, è “la prima legge di Charles Darwin”, che nel terzo capitolo del famosissimo saggio antropologico-scientifico, “L’origine della specie” (1859), scrisse: «Questo principio, per il quale ogni lieve variazione, se utile, si mantiene, è stato da me denominato “selezione naturale”…. Ma l’espressione “sopravvivenza del più adatto”, spesso usata da Herbert Spencer, è più idonea, e talvolta ugualmente conveniente».

Per rincarare la dose, è qui sembrerebbe che Spencer abbia subito una inconsapevole influenza culturale dal nostro Niccolò Machiavelli (1469-1527), egli scrisse: «Può sembrare inclemente che un lavoratore reso inabile dalla malattia alla competizione con i suoi simili, debba sopportare il peso delle privazioni. Può sembrare inclemente che una vedova o un orfano debbano essere lasciati alla lotta per la sopravvivenza – “struggle for life and death” -. Ciò nonostante, quando siano viste non separatamente, ma in connessione con gli interessi dell’umanità universale, queste fatalità sono piene della più alta beneficenza – la stessa beneficenza che porta precocemente alla tomba i bambini di genitori malati, che sceglie i poveri di spirito, gli intemperanti e i debilitati come vittime di un’epidemia».

Oggi leggiamo da “La Repubblica”, che Latouche si è arreso e vive la sua vita alla “ricerca della felicità” consapevole che «È ormai riconosciuto che il perseguimento indefinito della crescita è incompatibile con un pianeta finito. Se non vi sarà un’inversione di rotta, ci attende una catastrofe ecologica e umana. Siamo ancora in tempo per immaginare, serenamente, un sistema basata su un’altra logica» (La Repubblica, 24 luglio 2016, p. 38).

Latouche, che vive molto dei suo tempo in Italia, un Paese che ama moltissimo, ha da sempre praticato il “tecno-digiuno” teorizzato dal suo Maestro Ivan Illich: usare il meno possibile la tecnologia, e farlo solo quando è indispensabile o fortemente necessario. Ma Latouche sa bene che «Benché faccia tutte queste rinunce rispetto allo stile di vita moderno, non sono da compatire. Invertire la corsa ai consumi è la cosa più allegra che ci sia. La mia unica regola è la gioia di vivere. È possibile immaginare una società ecologica felice, dove ognuno di noi riesce a porsi dei limiti, senza soffrirne perché non si sono create delle dipendenze» (ibidem).

Espresso 01 PREFAZIONE:

Poco più di un anno fa, Mercoledì 27 luglio 2015, mi sono imbattuto in un post del responsabile economico nazionale del PD che mi ha fatto capire come la cultura economica dominante sia quella che viene generata e si auto-rigenera dal capitalismo più cinico ed estremo: pochissimi miliardari, tantissimi “morti di fame”.

I “morti di fame” sono gli schiavi del XXI secolo: coloro che per vivere Espresso 02devono lavorare, e se non lavorano non hanno i soldi neanche per fare la spesa per mangiare o per tenersi la casa dove vivere e dormire la notte!

Un partito come il PD, di fatto, dovrebbe impostare una “politica economica solidale”, basata principalmente e fondamentalmente sulla distribuzione della ricchezza che ogni singolo miliardario produce, che ogni singolo imprenditore produce, che ogni singolo Paese produce, non lasciando morire di fame e di disperazione gli “ultimi” o coloro che con la crisi economica mondiale degli ultimi anni sono divenuti tali: “i poveri e indigenti del XXI secolo”.

Questo signore, Filippo Taddei, che dalla foto sembrerebbe non superare i quarant’anni, è convinto di un approccio economico fortemente capitalista – pur essendo del PD! Probabilmente, non rendendosene conto, in quanto è chiaro da quello che scrive che culturalmente, da questo punto di vista, è deprivato di molti strumenti culturali ed intellettivi che possano consentirgli una lettura attendibile dei fenomeni economico-sociali del nostro tempo; è deprivato di molti elementi culturali ed interpretativi per poter capire che porsi l’obiettivo ideologico prioritario di “modificare la mentalità del popolo” che oggi vive del proprio lavoro e non di possedimenti o di ricchezze familiari, come i ricchi e i ricchissimi, è un atto di vero e proprio despotismo che solo i peggiori, i più spietati, i più feroci regimi dittatoriali della storia dell’Uomo hanno utilizzato e messo in atto nel passato. Questo per dire, anche, che questo signore non conosce neanche la Storia! «Ma cu c’u misi unn’è?», mi verrebbe da chiedere in dialetto siculo, perché da noi in Sicilia si dice che: «A lavari a testa a lu sceccu si perdi acqua, sapuni e tempu.»

Filippo Taddei, con molta nonchalance e con altrettanta chiarezza scrive: «L’intero mercato è destinato a cambiare e con esso anche la mentalità dei lavoratori italiani. Dobbiamo abituare la gente che l’istruzione sarà molto più lunga e costosa, le assunzioni a tempo indeterminato molte di meno, i tempi di lavoro più lunghi, i pensionamenti verranno posticipati. Le riforme non hanno solo un fine economico, ma anche e soprattutto sociale perché servono a modificare la mentalità lavorativa degli italiani.» Tradotto in parole più comprensibili vuol dire: “Rendere il popolo schiavo del lavoro ma in modo nuovo ed innovativo!” Idea brillante! Da candidatura al premio Nobel per l’Economia!

La questione allora è: se il responsabile economico del PD di Renzi è questo signorotto, allora siamo veramente messi male e la “dittatura moderna del controllo totale del potere lavorativo, e quindi del potere politico del voto” è prossimo ad essere gestito con cinismo e determinazione da chi andrà al potere facendo le riforme di cui parla Filippo Taddei. Riforme, sottolinea Taddei, che devono modificare soprattutto e principalmente il pensiero dei lavoratori (del popolo) e non solo le norme e le leggi che si andranno a rendere più moderne!

Spero che al mio lettore sia chiaro questo punto che evidenzia con molta chiarezza Taddei: modificare il pensiero del popolo! Un atto di totale ed assoluta prepotenza dittatoriale che richiama fortemente e chiaramente un genio della comunicazione del Nazismo di Hitler: Joseph Paul Goebbels che ideo delle tecniche di propaganda così efficaci e così dirompenti da portare Adolf Hitler al potere in Germania e ad inventarsi il motto “Ripetete una cosa qualsiasi cento, mille, un milione di volte e diventerà verità.”!

Allora, a questo punto, io dico a Taddei che dovrebbe ripetere alcuni esami di economia e dovrebbe leggere e rileggere grandi economisti ed autori di studi scientifici, di saggi di indiscussa validità teorica, di indiscussa rilevanza e fama scientifica internazionale, come Serge Latouche, per esempio, di cui – a questo punto! – sono sicuro che Taddei non avrà mai sentito parlare, perché altrimenti non potrebbe dire quello che ha scritto con tanta convinzione, leggerezza, insensibilità sociale e disinvoltura, alterando la realtà delle cose come nelle peggiori forme di psicosi!

È bene ricordare ai miei lettori – come ho già scritto sopra – che Serge Latouche è professore emerito di Scienze economiche all’università di Parigi XI e all’Institut d’études du developpement économique et social (IEDES) di Parigi: solo per dire che non è l’ultimo economista del mondo che ha letto quattro libri ed ha beneficiato degli onori e della scena mediatica attraverso la politica dominante del momento!

È d’obbligo suggerire al Taddei, ma anche ai miei lettori, e soprattutto a chi fa politica di professione o ha l’ardire e la pretesa di farla nell’esclusivo interesse del popolo che lo ha eletto (???), alcuni dei tanti saggi scritti da Latouche – che qui, avendone scelto tre tra i suoi tanti scritti, ho con temeraria licenza letteraria chiamato “TRILOGIA DELLA DECRESCITA FELICE” – che se leggerete, di certo vi darà una prospettiva della vita nuova e straordinariamente liberatoria. Vi aprirà la mente come si apre un melograno maturo, e vi farà capire tantissime cose che altrimenti vi resterebbero oscure e non vi consentirebbero di dare immediatamente del colluso con i poteri forti e con le lobby multinazionali a chi scrive o dichiara certe nefandezze; ovvero, non vi consentirebbero di dare immediatamente dell’ignorante-patentato, a gente che propone tesi e riforme metodologicamente strampalate che sono esclusivamente a vantaggio dei miliardari di tutto il mondo, e a danno della gente comune e del popolo che vive e vuole vivere serenamente del proprio lavoro!

RECENSIONI DELLA TRILOGIA:

Cover 0009Recensione 1:

Serge Latouche, “La Scommessa della Decrescita”, Feltrinelli, Milano, 2007.

Questo è uno dei saggi più belli e più importanti di Serge Latouche, nel quale con un linguaggio semplice e facilmente accessibile a chi di mestiere non fa l’economista, spiega al suo lettore, con tantissimi esempi e con tantissime metafore, cosa intende per “Decrescita Felice”!

È solo attraverso la società della decrescita che l’occidente può cambiare le sue sorti. Serge Latouche è stato il primo economista – già dagli anni settanta – che ha teorizzato questo approccio culturale ed economico che ridà all’economia moderna una dimensione sostanziale: intesa come attività in grado di fornire i mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni primari e secondari delle persone, e non come crescita infinita in un mondo per definizione finito. È un saggio che mi permetto di consigliare ai buoni lettori; agli imprenditori; ai politici di professione; ai politici appassionati; ovvero, a coloro che hanno la sana ambizione di fare politica attiva vera ed efficace, per dare risposte concrete ed efficienti al nostro Paese in estrema agonia economico-finanziaria, malgrado il balletto e la sonata del quintetto d’archi sul ponte di comando del Titanic, ancora a galla ma prossimo all’imprevedibile inabissamento!

Cover 0013Recensione 2:

Serge Latouche, “Limite”, Ed. Bollati Boringhieri, Torino, 2012.

Questa Recensione la scrivo riportando fedelmente alcune citazioni, in una successione che segue la mia bizzarra logica, ma che certamente darà al lettore il senso del bellissimo saggio di Serge Latouche. Lo faccio perché commentare, anche se attraverso una Recensione, un saggio così importante, scritto benissimo, da leggere con voracità culturale ed intellettuale, correrebbe il rischio di incuriosire molto meno il potenziale lettore di Latouche.

In fondo le mie Recensioni hanno sempre avuto un solo ed unico obiettivo: “costringere” il mio lettore a leggere il libro che recensisco, perché travolto dalla curiosità di conoscere cosa ha scritto per esteso e nella sua totalità quel particolare autore. Lo stesso vale per i Film che recensisco. Molti miei lettori mi scrivono, infatti, che se non avessero letto la mia Recensione, mai sarebbero andati a vedere al cinema quel Film, ovvero, non avrebbero mai comprato ne letto quel particolare libro.

 

Ecco, questo è il mio scopo ed obiettivo quando scrivo Recensioni, e per fortuna ci riesco spesso!

Ma adesso, per ritornare a “Limite”, ecco le citazioni che ho scelto e che certamente il lettore curioso e affamato di sapere, che le leggerà con attenzione, dopo averle lette, non potrà – a mio avviso! – fare più a meno di comprare questi tre libri e leggerli tutti d’un fiato!

Latouche inizia il suo saggio con un citazione di Augustin Berque (1942), tratta da “Les Limites de l’écouméne”, capitolo tratto dal libro scritto a più mani “De la limite” (2006): «Ma come diceva Boileau: “Cacciate il naturale, tornerà al galoppo”, cacciate i limiti fisici, torneranno al galoppo. Cacciate l’idea che ci sono dei limiti alla biosfera significa distruggere la biosfera, e in un futuro non lontano distruggere la specie umana. I limiti della biosfera, non dobbiamo dimenticarlo, ci conviene non dimenticare che gli esseri umani hanno i piedi sulla Terra, nella sostanza terrestre, anche se hanno la testa rivolta verso il cielo.» (pag. 11).

«La condizione umane è inscritta dentro dei limiti. Alcuni riguardano la nostra situazione nel mondo, altri inerenti alla nostra natura. Siamo prigionieri di un piccolo pianeta la cui situazione eccezionale nel cosmo ha permesso la nostra comparsa. D’altra parte la nostra intelligenza, non meno eccezionale, ci permette di adattarci a una grande varietà di situazioni, ma non ci aiuta a fare tutto né a conoscere tutto. La nostra sopravvivenza presuppone dunque un buon funzionamento delle nostre organizzazioni sociali, in armonia con il nostro ambiente: in altri termini, la sottomissione a norme che ci impediscono di cadere nella dismisura e nell’illimitatezza.» (pag. 11).

«La frontiera non isola, filtra. Le frontiere, per quanto arbitrarie possano essere (e c’è da sperare che lo siano il meno possibile), sono indispensabili per ritrovare l’identità necessaria allo scambio con l’altro. Al contrario di quello che sostiene la tesi mondialista, non c’è democrazia senza capacità del corpo dei cittadini, a tutti i livelli, di darsi dei limiti» (pag. 36).

«La globalizzazione è stata per il capitalismo una tappa decisiva sulla strada della scomparsa di ogni limite. Infatti permette di investire e disinvestire dove si vuole e quando si vuole, in spregio degli uomini e della biosfera» (pag. 68).

«In ultima analisi, il problema dei limiti forse è fondamentalmente un problema etico. In tutti i campi, il limite deriva quasi sempre da una norma esplicita o tacita, diretta o indiretta, che le collettività umane si danno» (pag. 91).

«Secondo gli antichi greci, gli dei precipitavano nell’abisso della dismisura coloro che volevano perdere. Nella hýbris. Nel desiderio insaziabile di essere o apparire più di quello che si può e si deve essere, più belli, più forti, più potenti, più ricchi, più famosi ecc. Chi sconfinava nell’illimitatezza doveva essere ostracizzato, escluso dalla città, perché per la città niente è più pericoloso dello scatenamento della hýbris. E la hýbris che scatena gli odi inestinguibili. Il desiderio insaziabile di alcuni nutre l’odio di tutti. In un certo modo questo è anche il messaggio universale di tutte le religioni … I Bisogni, spiegava Émile Durkheim (1858-1917), possono essere soddisfatti se sono limitati, e limitati da qualche autorità morale legittima. In mancanza di questo gli uomini scivolano in quella che veniva chiamata anomia, la perdita di qualsiasi regola. Una variante della hýbris … Le società moderne sono entrate nel XX secolo prima con i totalitarismi e poi con il trionfo delle tecno-scienze e del capitalismo finanziario guidato da una logica di assoluta illimitatezza. Diventate completamente faustiane, non vogliono più conoscere nessun limite né all’arricchimento materiale, né alle invenzioni tecniche, né allo stravolgimento di tutte le norme morali ereditate. In definitiva, e legittimo e valorizzato soltanto il movimento ininterrotto di trasgressione di tutti i limiti immaginabili. Movimento che si trasforma nella propria fine. Di conseguenza, e tutti lo sanno o lo percepiscono, la questione centrale che oramai si pone all’umanità è quella di stabilire se saprà dominare il proprio dominio. Limitare l’illimitatezza.» Alain Caillé (1944), “Pour un manifeste du convivialisme” (2011), (pag. 102).

«Il senso politico di una politica ecosociale è ristabilire la correlazione tra meno lavoro e meno consumo da un parte e più autonomia e più sicurezza esistenziale dall’altra, per tutti e tutte. Una vita più libera, più serena e più ricca. L’autolimitazione si sposta così dal livello della scelta individuale al livello del progetto sociale. La norma del sufficiente, in mancanza di un riferimento nella tradizione, va definita politicamente» André Gorz, “L’Écologie politique entre expertocratie et autolimitation” (1992), (pag. 105).

«È questa la visione della decrescita.» (pag. 105).

Cover 0004Recensione 3:

Serge Latouche, “Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata“, Ed. Bollati Boringhieri, Torino, 2013.

L’economia della crescita e del consumismo più irrazionale ha ridotto tutti i cittadini ad anonimi “consumatori”, orrendi “tubi digerenti”, come i lombrichi, che ingeriscono la terra arricchendo l’humus delle oligarchie internazionali. Ma per garantire questo processo occorre programmare l’invecchiamento precoce di tutto quello che i “consumatori” acquistano. Ed ecco l’”obsolescenza programmata”!

Cos’è l’“obsolescenza programmata” che vuole descrivere Latouche con questo suo saggio? “Obsolescenza”, nell’accezione originaria del termine, viene dal latino obsolescere che rimanda al processo del “logorarsi”, del “cadere in disuso”, dell’invecchiare, del passare di moda. “Planned obsolescence” (“obsolescenza programmata”) quando già in fase di progettazione l’azienda produttrice stabilisce “scientificamente” che quel prodotto non deve durare a lungo. In alcuni casi, addirittura, le aziende produttrici di prodotti tecnologici usano il “firmware”, un programma integrato nell’hardware che rende quel particolare prodotto inservibile trascorso un determinato lasso di tempo stabilito “scientificamente” dal produttore.

E perché mai tutto questo? Perché la società occidentale contemporanea costruita sulla crescita economica illimitata ha fondato il suo destino sull’accumulazione infinita di beni. Il modello di società della crescita, che tutte le più potenti lobby del mondo ci iniettano quotidianamente nel cervello utilizzando tutti i più incisivi mezzi di comunicazione di massa, si basa su un processo tanto semplice quanto schiavizzante: secondo “i grandi saggi” dell’economia della crescita, il benessere del popolo è basato esclusivamente sul consumo illimitato. Insomma, la crescita per la crescita basata sulla crescita indefinita della produzione e quindi del consumo. E perché tutto ciò accada, la prima regola che devono rispettare le grandi aziende produttrici di beni di consumo, dev’essere quella della obsolescenza programmata.

È questo il motivo per il quale una società basata su principi economici perversi e innaturali, quali quelli della crescita illimitata, subisce periodicamente delle drammatiche e disperate crisi economiche – come quella che stiamo vivendo in questi anni – dovuti fondamentalmente alla sovrapproduzione che si scontra terribilmente con la saturazione dei mercati.

La produzione di prodotti elettronici in serie, per esempio, ha bisogno del consumo di massa per reggere il mercato. Perché ci sia consumo di massa illimitato bisogna “costringere” i consumatori a comprare illimitatamente. E per raggiungere questo risultato bisogna “drogarli” e renderli “tossicodipendenti da crescita”. Costringere cioè i consumatori a “desiderare” all’infinito. E il desiderio, si sa, a differenza dei bisogni, non conosce la sazietà.

È questo il compito che la pubblicità deve assolvere: presentare i prodotti dell’industria seriale come mezzi per soddisfare i desideri. Desideri che vengono al contempo innescati dalla stessa pubblicità. E per sostenere la domanda è necessario che gli oggetti comprati deperiscano il più velocemente possibile. Ed è qui che trova origine e fondamento il principio dell’obsolescenza programmata. È necessario che lo stile di vita dei cittadini sia basato principalmente sul consumo illimitato, come già nel 1950 diceva il famoso analista del mercato americano Victor Lebow: «bisogna mettere a punto una strategia commerciale che trasformi i cittadini in consumatori voraci, maniacali, sperperatori, insomma, sopraffatti dalla coazione a ripetere infinita».

La nuova e più diffusa forma di schiavitù, costruita con i subdoli, subliminali e potenti mezzi di comunicazione di massa, viene costruita con la pubblicità che deve porsi tre obiettivi per “iniettare” nel consumatore i principi ispiratori per il raggiungimento della sua presunta felicità: il desiderio di consumare, l’accesso facilitato al credito al consumo, l’obsolescenza programmata in grado di rinnovare il desiderio. E questi schiavi siamo noi, i cittadini-consumatori: puerilmente illusi del libero arbitrio e della libertà di scegliere quello che desideriamo. Non a caso Frédéric Beigbeder, noto pubblicitario e adesso apprezzato scrittore, amava ripetere: «Sono un pubblicitario, farvi sbavare e la mia missione. Nel mio mestiere, nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma».

PS – è ulteriormente interessante vedere il film-documentario di produzione spagnola, che ha ispirato questo saggio: “Pret à jeter/ The Light Bulb Conspirancy” (2010) di Cosima Dannoritzer, ovviamente introvabile!

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“Prometeo incatenato da Vulcano”  di Dirk van Baburen (1623)

Per chi volesse saperne di più su Serge Latouche, può consultare facilmente i seguenti link:

Serge Latouche – Recensione de “ilprofumodelladolcevita.com”:

https://www.ilprofumodelladolcevita.com/serge-latouche-trilogia-della-decrescita-felice-la-scommessa-della-decrescita-2007-limite-2012-usa-e-getta-le-follie-dellobsolescenza-programmata-2013/ ;

Serge Latouche – Official Wikipedia Page:

https://it.wikipedia.org/wiki/Serge_Latouche ;

Serge Latouche – Official Ibis Libri Page:

http://www.ibs.it/libri/Latouche+Serge/libri+di+Latouche+Serge.html ;

Serge Latouche – “La scommessa della decrescita”:

lafeltrinelli.it/products/9788807721311/La_scommessa_della_decrescita/Serge_Latouche.html ;

Serge Latouche – “Limite”:

http://www.bollatiboringhieri.it/ ;

Serge Latouche – “Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata”:

ibs.it/code/9788833924373/latouche-serge/usa-e-getta-le.html#commenti ;

I lettori che volessero conoscere l’autore di questa Recensione, Andrea Giostra, possono consultare i suoi link: “Official Facebook Page” e “Personal Facebook Page”:

https://www.facebook.com/AndreaGiostraFilm/ ;

https://www.facebook.com/andrea.giostra.31 .

Latouche 004

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra