Home Cinema “Spotlight” (2015) di Thomas McCarthy – introduzione e recensione di Andrea Giostra.

“Spotlight” (2015) di Thomas McCarthy – introduzione e recensione di Andrea Giostra.

Introduzione:

spotlight-one-sheetMi si obietta che la moralità, come l’istinto per la notizia, non può essere acquisita, ma deve essere innata. Prendo questa obiezione assai sul serio, poiché per me un giornalista privo di moralità e privo di tutto.” pag. 15, Joseph Pulitzer, “Sul Giornalismo”, Ed. Bollati Boringhieri, 2009, Torino. Lo straordinario saggio di Joseph Pulitzer, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti d’America sul “The North American Rewiw” il 17 maggio del 1904, ha di fatto dato vita ed inizio al giornalismo moderno. Joseph Pulitzer è riconosciuto in tutto il mondo della cultura occidentale ed orientale come il vero ed unico padre del “giornalismo vero”. A tal proposito, nel suo bel saggio “Sul giornalismo”, parlando dei “giornalisti veri” Pulitzer scrive: “Se è possibile allenare al coraggio fisico, allora perché non anche a quello morale? Se la mente può essere addestrata a esporre il corpo alle ferite e alla morte senza timore, l’anima non può essere addestrata a restare fedele alle proprie convinzioni, a rifiutare la tentazione, il pregiudizio, la diffamazione e la persecuzione? Il coraggio morale si sviluppa attraverso l’esperienza e l’insegnamento, e metterlo alla prova serve a fortificarlo. Spesso un giornalista si trova di fronte a un apparente dilemma: piegarsi a un’inclinazione popolare che sa essere sbagliata o rischiare le conseguenze dell’impopolarità. La fedeltà alle proprie convinzioni può e deve essere insegnata come precetto ed esempio, non soltanto come nobile principio ma come sana politica. Forse che cento esempi concreti di inflessibile devozione verso ciò che è giusto non agirebbero da esortazione morale per un giovane che vuole diventare un giornalista vero?” pag.18.

Inizio la mia introduzione al film “Spotlight” con queste citazioni del padre del giornalismo moderno, Joseph Pulitzer, proprio perché se avesse potuto vedere il film di Thomas McCarthy, avrebbe certamente detto ai suoi tantissimi allievi: “E’ così che bisogna fare il giornalista d’inchiesta per scoprire la verità e raccontarla ai vostri lettori! I giornalisti di “Spotlight” che avete visto nel film, la squadra di giornalisti d’inchiesta del “Globo of Boston, sono quei giornalisti veri come li intendo io: giornalisti con moralità, con un istinto innato per la ricerca della verità, e con una forza e una tenacia che non li ha mai abbattuti di fronte a nessun ostacolo, di fonte a nessuna tentazione di impopolarità, di fronte a nessuna minaccia diretta o indiretta, perché la ricerca della verità per un giornalista vero, è tutto, è la sua vita, è la sua etica, è la sua fede, è la sua moralità.” Ecco cosa immagino avrebbe detto Joseph  Pulitzer alla fine del film “Spotlight” ai suoi allievi e a tutto il mondo della cultura e della politica.

RECENSIONE:

Spotlight-Film-2-384x505Non ci sono dubbi che il film “Spotlight” di Thomas McCarthy sia una vera opera d’arte cinematografica: è un film appassionante, vero, incisivo, ben narrato, emozionante, ritmato, fluido, moderato ma penetrante, recitato alla perfezione (se mai esistesse la perfezione!) da un cast di attori e attrici stellare; un film che trasmette pathos e tensione morale al contempo, che inietta rabbia e un inquietante senso di impotenza, che mostra lapalissianamente cos’è la pusillanimità, la vigliaccheria, il cinismo, la superficialità e l’insensibilità umana verso il prossimo più debole e indifeso, ma che lo fa con grandissima classe narrativa e con una penetrazione mentale che fa quasi un male fisico allo spettatore che rimane totalmente catturato dal film e che si proietta dentro il grande schermo immedesimandosi con straordinaria empatia con gli splendidi personaggi del film. E’ tutto questo che proverete se andrete a vedere “Spotlight”, nient’altro!

I racconti delle vittime delle violenze sessuali subite dai talari della Chiesa Cattolica Romana di Boston sono semplicemente psicologicamente devastanti per lo spettatore che li ascolta e non si protegge efficacemente con meccanismi di difesa estraneanti: “Io sono stato una delle vittima sessuali del Prete del mio quartiere. Io avevo fiducia in lui perché mia madre, che era vedova, mi ha affidato a lui per andare in Chiesa. Ma lui non pregava per me, lui predava di me!“. E un’altra vittima ancora “Quando sei figlio di una famiglia povera, bisognosa, e il prete della tua parrocchia viene a trovarti a casa, lo vedi come se fosse Dio in persona che ti viene a trovare. E Dio può fare tutto. Ricordo che mia madre era felice e gli offrì il tè e dei biscotti. Lui mi chiese se volevo un gelato ed io dissi di sì. Mi madre era stata abbandonata da mio padre tanti anni prima e vivevamo soli e con pochissimi soldi. Il prete mi accompagnò in macchina, salimmo e mi portò in gelateria, lì mi comprò un gelato. Risalimmo in auto per tornare a casa e cominciò a parlarmi. Poi poggiò la sua mano sulla mia gamba. Io rimasi prima sorpreso, poi immobile e con il gelato tenuto in mano che si scioglieva lentamente. La sua mano saliva lenta verso l’inguine mentre lui parlava. Poi mi sbottonò i pantaloni e lo prese in mano, me lo accarezzava e me lo stringeva. Io ero terrorizzato e rimasi immobile. Ricordo solo che il gelato si sciolse tutto colandomi dappertutto. Quello fu il primo incontro col prete, poi ce ne furono tanti altri nei quali abusò di me sessualmente.” Sono solo alcuni dei racconti che sentirete nel film raccolti dai giornalisti di “Spotlight”, gli straordinari attori: Liev Schreiber, Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, John Slattery, Brian d’Arcy James.

12801469Era l’estate del 2001 quando da Miami arriva a Boston il nuovo direttore del “Boston Globe“, il più importante ed influente giornale della carta stampata della città. Il suo nome è Marty Baron, è ebreo, non è sposato e vive solo per il suo lavoro: fare il giornalista vero. Baron vuole rilanciare il giornale che negli ultimi anni si è appiattito sulla routine degli insignificanti fatti di cronaca cittadina. La prima cosa che fa è liberare dalla monotonia i giornalisti d’inchiesta del quotidiano: il team chiamato “Spotlight”. La prima inchiesta che affida loro, guidati da un superbo Michael Keaton, è quella di un prete che nel corso di trent’anni aveva abusato sessualmente di decine di bambini della sua parrocchia. Baron, impersonato da un fantastico Liev Schreiber, intuisce, dalla lettura degli articoli che trova nell’archivio del “Boston Globe”, che tutti questi fatti di abuso a danno di minori venissero sistematicamente insabbiati dall’Arcivescovo di Boston con un sistema ben collaudato ed efficace, che vedeva la sistematica complicità della ricca ed influente borghesia bostoniana che conta. E’ da lì che nasce l’inchiesta giornalistica straordinaria del “Boston Globe”, tra il 2001 e il 2002, che porterà alla luce fatti inenarrabili di abusi sessuali a danno di centinaia di bambini indifesi, che il film “Spotlight” racconta allo spettatore con un’efficacia e un pathos a tratti psicologicamente dirompenti.

La mia recensione finisce qui, ma continua con un post scriptum che vi racconterà di un’altra grandissima opera cinematografica sul tema dell’abuso sessuale a danno di minori, un film-documentario che ha avuto la sola sfortuna di non uscire ed essere proiettato sui grandi schermi del mondo intero, solo perché Dio non aveva ancora scelto come suo supremo rappresentante terreno Papa Francesco.

POST SCRIPTUM:

“Mea Maxima Culpa” di Alex Gibney (2012) – recensione di Andrea Giostra.

Mea_Maxima_Culpa_-_Silence_in_the_House_of_God_posterMilwaukee, Wisconsin, St. John’s School, Lawrence Murphy, Padre, Direttore della prestigiosa St. John’s School, violentatore seriale di oltre duecento bambini audiolesi indifesi.

1950, 1951, 1952, 1953, 1954, 1955, 1956, 1957, 1958, 1959, 1960, 1961, 1962, 1963, 1964, 1965, 1966, 1967, 1968, 1969, 1970, 1971, 1972, 1973, 1974, sono i lunghissimi e terrificanti venticinque anni in cui Padre Lawrence Murphy, all’interno delle mura della “casa di Dio”, ha sistematicamente violentato ed abusato sessualmente di oltre duecento bambini.

Padre Lawrence Murphy, killer seriale di innocenze e di purezze di centinaia di bambini, ha scelto quali luoghi dei suoi efferati e indegni delitti, gli uffici, i confessionali, i dormitori della “casa di Dio”.

Padre Lawrence Murphy non ha mai subìto alcun processo penale durante la sua vita terrena.

Padre Lawrence Murphy non ha mai subìto alcun processo canonico durante la sua vita terrena.

Padre Lawrence Murphy è morto di morte naturale “in pace” con addosso l’abito talare della Chiesa Cattolica Romana.

Alex Gibney con il suo film-documentario raccoglie le testimonianze agghiaccianti e sconvolgenti di quattro dei bambini di allora: Terry, Gary, Pat e Arthur, oggi adulti che portano dentro un dolore immenso e devastante gridato e denunciato al Vaticano con centinaia di lettere e con migliaia di volantini.

Alex Gibney con il suo film-documentario dimostra nel 2012, la copertura sistematica e consolidata della Santa Sede.

Alex Gibney con il suo film-documentario racconta le storie criminali di Padre Murphy, di Padre Walsh, di Padre Marcial Maciel, e di tutti i “criminali-preti-talari” che come loro hanno tradito Dio.

Alex Gibney con il suo film-documentario dà finalmente voce alle migliaia di bambini di tutto il mondo che hanno subìto violenza sessuale e abusi da parte di “preti-talari-traditori”.

Alex Gibney con il suo film-documentario illustra l’ampio e dettagliato dossier, di oltre diecimila pagine, presentato dalla SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests) e dalla O.N.G. americana “Center for Costitutional Rights”, alla Corte Penale Internazionale dell’Aja, che accusa il Vaticano, i suoi vertici e Papa Benedetto XVI (oggi dimissionario) per “crimini contro l’umanità per aver coperto i reati di pedofilia di tantissimi preti della Chiesa Cattolica Romana”.

Potrà mai Dio perdonare questi luridi e putridi carnefici che hanno utilizzato il nome di Dio per uccidere impuniti candide e luminose anime di bambini?

Potrà mai Dio ridare l’innocenza e la purezza divina a tutti i bambini martoriati e violentati nell’anima, nel cuore, nella fiducia, nella speranza da chi avrebbe dovuto proteggerli?

Quello che certamente sappiamo, perché è scritto nel Vangelo secondo Marco, Cap. 10,13-16, è che: Gesù si indignò nel vedere i suoi discepoli “colpevoli” di avere semplicemente rimproverato alcuni bambini che cercavano di avvicinarsi a lui per toccarlo, per ricevere le sue carezza e la sua benedizione. Allora irritato e con fermezza gridò loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

N.B. – Questa è la recensione integrale scritta da Andrea Giostra del Film “Spotlight” (2015) di Thomas McCarthy, di cui uno stralcio è stato pubblicato da “La Repubblica” Palermo, alla pag. XI “Spettacoli, Cultura, Sport”, di Domenica 13 marzo 2016.

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra