Quasi due settimane dopo la proiezione italiana alla XIV Festa del Cinema di Roma e prima di approdare sui canali del suo produttore Netflix il 27 novembre, esce domani nelle nostre sale l’ultimo film di Martin Scorsese. Un’uscita in sala voluta espressamente dal regista ma che durerà tre giorni soltanto, dal 4 al 7 novembre. Al pari di altre uscite circoscritte, “The Irishman” si presenta come un autentico film-evento. A cominciare dalla durata, tre ore e mezzo, per continuare con il budget, lievitato nel corso della lavorazione dai cento milioni di dollari iniziali a quasi centocinquanta… e per finire con quello che il film rappresenta, la summa del cinema di uno degli autori più importanti della storia. Una celebrazione che chiama a rapporto gli attori che quello stesso cinema hanno fondato – Robert De Niro, Joe Pesci e Harvey Keitel –, ai quali si aggiunge un mostro sacro con cui Scorsese non aveva sino ad allora mai lavorato, Al Pacino. Un quartetto perfetto per la “storia delle storie”, concentrata sulla mafia italo-americana e abbracciante l’ultimo mezzo secolo, dagli anni Cinquanta (con una sortita nella Seconda guerra mondiale) all’inizio degli anni Duemila. Protagonista assoluto Frank “the Irishman” Sheeran, interpretato da un gigantesco De Niro, qui anche co-produttore.
“The Irishman” coincide con la vicenda privata di Sheeran, che si intreccia con gli eventi capitali che hanno scandito la storia americana, dalla crisi cubana all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, dalla lotta interna alla mafia all’omicidio di Jimmy Hoffa. Fino ad allora integerrimo autotrasportatore, Sheeran viene avvicinato e poi reclutato dalla malavita. Entra così in contatto con Russell Bufalino, il “capo dei capi” dell’epoca, un magnetico, trattenuto e potente Joe Pesci. La vita di Sheeran e quella della sua famiglia ne subiscono i contraccolpi, ma lui conserva un’assoluta coerenza di azione e pensiero, rimanendo fedele ai propri superiori in ogni circostanza. Anche quando a farne le spese sarà Hoffa – uno splendido Pacino –, il leader sindacalista che era diventato suo fraterno amico.
Il cammino di Sheeran e di coloro che lui incontra sulla propria strada è un lungo flashback dentro un altro flashback. Il punto di partenza (e di arrivo) è infatti uno Sheeran ultraottantenne, costretto all’ospizio su una sedia a rotelle. Là egli rivive la propria storia, si rivede cinquantacinquenne nel viaggio in automobile fatto assieme a Russell e alle rispettive mogli, una trasferta a Detroit che rappresenta per lui la definitiva perdita dell’innocenza. Scandite dalle soste (per consentire alle donne di fumare) di quel lento incedere, le scene di un altro passato, ancora più remoto, in cui seguiamo l’evoluzione del personaggio Sheeran. Un’avvincente sequenza che rappresenta la prima parte del film, organizzato alla maniera di “Goodfellas” e “Casino”, montaggio incalzante, alternarsi di brevi quadri che tratteggiano un intero mondo di criminalità, i comprimari, le loro famiglie, le loro azioni e le conseguenti reazioni dei (più) potenti…
La seconda parte del film approfondisce invece il rapporto, breve ma intenso, tra Sheeran e Hoffa, dall’entrata in contatto sino alla drammatica conclusione. Qui il ritmo si fa più introspettivo, Scorsese dà a se stesso e ai due protagonisti il tempo per riflettere, ponderare le conseguenze di un gesto senza ritorno e lasciare che emergano tutte le sfumature della tragedia (e la telefonata di Sheeran alla signora Hoffa è da antologia).
La terza parte, infine, è figlia diretta della seconda e ne porta alle estreme conseguenze il senso di finitudine e morte: la galera, la scomparsa degli amici, la solitudine.
Ed è proprio all’insegna della solitudine e della finitezza della vita, “The Irishman”, un film in perenne chiaroscuro, umbratile, meditativo, tragico nella misura in cui lo scorrere del tempo è inarrestabile e porta via con sé tutte le azioni umane, siano esse virtuose o deprecabili, tutti i ricordi e i sentimenti vissuti. Da questo punto di vista, il piano-sequenza iniziale è un film-nel-film, la cinepresa che percorre corridoi vuoti o animati da inservienti e figure anonime, sino ad approdare al protagonista della storia, inesorabilmente solo con la propria vecchiaia e l’infermità.
Un volto e un corpo, quelli di De Niro, che mantengono le proprie fattezze in tutte le epoche: la CGI è leggera, più vicina all’impercettibile ritocco che alle poderose ricostruzioni di “Gemini Man”. Un accorgimento che prosegue la scia della malinconia, con corpi e volti di (reali) ultrasettantenni calati in personaggi trenta-cinquantenni, i movimenti pesanti e le schiene curvate dal peso degli anni, icone crepuscolari chiamate a una reattività da decenni persa per sempre.
Più degli altri film di Scorsese, “The Irishman” è un film esperienza, un fiume in cui gettarsi e lasciarsi cullare e guidare, un percorso lungo e sfaccettato, modulato come una sinfonia in tre atti. Uno Scorsese “maggiore” che è, allo stesso tempo, sublimemente “minore”.

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