39 scalini

39 scalini

Un giallo assolutamente particolare: “ 39 scalini “
Teatro Trastevere, nel cuore di quella Roma che i romani e non solo, conoscono particolarmente per quella “ Festra de noantri “ che ormai non c’è più ma che con l’eroico sopravvivere di questo delizioso teatro a carattere familiare continua una tradizione antica e sicuramente accattivante.
Tra le tante rappresentazioni che l’Associazione culturale Teatro Trastevere, che gestisce la sala dopo un lungo ed appassionato lavoro di “ ricostruzione “, ha portato in scena dall’inizio della stagione, una in particolare merita attenzione per la sua caratteristica di originalità ed anche per la spontaneità con la quale quattro soli, bravissimi, eclettici attori riescono ad interpretare nientemeno che una quarantina di ruoli diversi in un classico del teatro internazionale che a Londra tiene cartellone da quasi dieci anni: “ 39 scalini “, un lavoro che vuole rappresentare un omaggio al maestro del giallo, quell’ Alfred Hitchcock che, utilizzando l’omonimo testo di John Buchan, portò sugli schermi con il mai sempre ricordato “ Il club dei trentanove “.
In breve: intrighi internazionali, complotti criminali, donne (?) seducenti, gas e travestimenti fanno da soggetto a questo bel lavoro che soltanto il grande coraggio, perfettamente ricambiato dal successo, ha saputo portare in scena narrando l’avventurosa vicenda di un uomo d’affari che assistendo in un teatro londinese ad uno spettacolo nel quale il protagonista è Mister Memory, prodigiosamente dotato di una eccezionale memoria, assiste ad un omicidio; al trambusto che ne segue tutti fuggono ed il nostro si ritrova insieme ad una donna che, ospitata nel suo minuscolo ed incompleto appartamento, gli dichiara essere un agente segreto alla ricerca dei componenti di una organizzazione internazionale che vorrebbe sottrarre alla nazione alcuni segreti militari e della quale essa conosce un solo particolare: il capo è un uomo al quale manca la falange del mignolo della mano destra.
La donna, nella notte, viene uccisa con una coltellata nella schiena e, prima che muoia, indica all’uomo di affari, che si chiama Hannay, la località nella quale avrebbe dovuto recarsi per rintracciare l’uomo senza falange e gli consegna una mappa della zona in cui dovrebbe trovarsi; la polizia, indagando sull’uccisone della donna, arriva a sospettare Hannay che riesce a fuggire dall’appartamento e a dirigersi in maniera rocambolesca in treno verso la località indicatagli dalla donna uccisa.

39 scalini

39 scalini

L’ulteriore seguito della storia, lunga e complessa ma non per questo priva di attenzione e di pathos porterà ad una svolta inaspettata ed inattesa: il fuggitivo, attraverso la decifrazione di un taccuino nel quale è più volte riportata l’espressione che da il titolo al lavoro , scopre che una organizzazione formata da un gruppo di spie tedesche intenderebbe far scoppiare la guerra tra Germania e Russia attraverso il coinvolgimento dell’Inghilterra.
Una ulteriore serie di spericolate vicende alle quali non sono estranee altre uccisioni porterà a scagionare Hanny dall’accusa di omicidio ed a svelare il significato della frase “ 39 scalini “ che permetterà di scoprire il covo delle spie impedendo loro, appena in tempo, di attuare il criminale, diabolico piano di far scoppiare la guerra.
Caratteristica saliente dello spettacolo è lo svolgimento serrato della vicenda, i suoi ritmi frenetici, la mai velata ironia, il sarcasmo dominante e, soprattutto, i ripetuti travestimenti che i quattro interpreti assumono all’interno di una scenografia apparentemente disordinata ma assolutamente idonea a rappresentare i vari momenti, tanti, che formano l’intera vicenda.
Molto gradite la apparizioni in scena dei personaggi che vi arrivano dopo aver attraversato e coinvolto la attenta platea alla quale permettono di vivere in un’atmosfera di sana attenzione e di impaziente attesa sia per, inizialmente, capire l’ambiente che per, poi, attendere l’esito dell’avventurosa storia che del giallo assume appieno ogni caratteristica grazie alle attente ed appassionate interpretazioni di quei “ magnifici quattro “ che rispondono ai nomi di Alessandro Di Somma, Diego Migeni, Yaser Mohamed e Marco Zodan tutti in grado di interpretare a rotazione continua personaggi dalle più varie e astruse caratteristiche che vanno dal buono al cattivo, dagli uomini e, soprattutto, alle donne fino ad arrivare a dare animazione anche ad oggetti ( la porta, le dotazioni del treno ) dal significato apparentemente inutile ma che all’interno della sapiente scenografia assumono una rilevanza essenziale.

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