Una notte lunga 12 anni di Alvaro Brechner

Una notte lunga 12 anni in attesa dell’alba che ne cancellerà il buio.

Recensione di Giancarlo Salemi
“Questa è un’atrocità: sarebbe più umano fucilarli”. È racchiuso tutto in questa frase il film “Una notte di 12 anni” presentato al Festival di Venezia e da oggi distribuito in 44 sale in tutta Italia. Un film dove si racconta la storia della difficile transizione democratica dell’Uruguay e di tre uomini, tre guerriglieri Tupamaros, prelevati dal regime un giorno nel settembre del 1973 e destinati a “chiudere gli occhi” nelle patrie galere fino al 1985. Una frase che sussurra un medico in penombra vedendo le condizioni disumane con cui vengono trattati i tre carcerati che, per fortuna, non vengono giustiziati anche se devono subire angherie di ogni tipo. Non è un film facile, né per deboli di cuore questa opera del giovane regista Alvaro Brechner che durante la presentazione alla stampa ha raccontato “di non aver voluto fare un’opera sulla storia della dittatura” bensì “la vita di tre uomini idealisti che sognavano di cambiare il mondo e, in modo particolare, il loro Paese”.

La Noche de 12 Años 11 (Alvaro Brechner y actores)@Marcelo Singer

Già – come altri movimenti di liberazione i montoneros argentini o il movimento della sinistra rivoluzionaria in Cile – i Tupamaros nell’immaginario collettivo sono il simbolo della resistenza, del “pueblo” che mai sarà sconfitto, in lotta per la democrazia in quella parte del mondo dove è più facile avere un Caudillo – basta guardare al Venezuela di oggi – che un briciolo di democrazia.
Eppure la storia di questo film, forse troppo lungo (122 minuti) e anche un po’ troppo agiografico, aiuta a comprendere, in questa fase storica in cui vincono i social sul sociale, cosa significa la prigionia, la tortura, l’odio costante verso un tuo nemico. Perché questo è quello che ha cercato di fare il regime in Uruguay (ma verrebbe da dire che è così per ogni forma di totalitarismo): se non posso ucciderti, cerco di cancellarti l’identità, la memoria, di annientarti fisicamente. Il film racconta con immagini cruenti questa lunga traversata nel deserto, tra cambi di strutture penitenziarie fatiscenti e l’impossibilità per questi martiri di vedere un cielo stellato o anche solo prendere una boccata d’aria. Uno di questo tre carcerati, José Pepe Mujica – che pensa che il governo gli abbia infilato un’antenna nella testa per carpirne i segreti – riuscirà da guerrigliero a diventare Presidente del suo Paese, un simbolo quasi come Nelson Mandela e il suo Sud Africa.
“Ho voluto fare un film per raccontare anche la resistenza dell’uomo, di come il cervello possa sopravvivere nonostante tutto, nonostante il tentativo di annientamento” racconta emozionato Alvaro Brechner per un film documentario che, comunque non ha niente a che vedere – qualcuno ha provato a fare un paragone – con “Santiago, Italia” di Nanni Moretti. L’unica cosa in comune è il racconto di una parte del mondo e di una storia del mondo che troppo in fretta abbiamo dimenticato e che i millennials non sanno neanche che sia esistita. Un tentativo certamente coraggioso, quasi pedagogico ma che va fatto proprio per quella memoria storica che sta alla base di tutto. Come le note di “Sound of silence” di Simon and Garfunkel, canzone destinata a diventare un simbolo degli anni della contestazione, e che viene scelta non a caso per raccontare “Una notte di 12 anni”. Una notte lunga certo, ma prima o poi arriva l’alba a cancellarne il buio.

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