UNSANE, il thriller iPhone di Soderbergh alla 68. Berlinale

Steven Soderbergh “Unasane” Berlinale 68

La 68. Berlinale (stasera la premiazione) ha presentato fuori concorso “Unsane”, l’ultimo film di Steven Soderbergh. Girato interamente con un iPhone, racconta l’incubo di Sawyer Valentini, una giovane, brillante e glaciale impiegata con un’unica, insuperabile difficoltà, quella di relazionarsi con i propri sentimenti e l’altro sesso. L’incubo la aiuterà a fare i conti con questa fragilità, e infine a superarla. Forse.
Già perché è il “forse” la peculiarità di “Unsane”, almeno nella sua prima parte (e nella conclusione). Dopo l’usuale inizio tra le mura di un ufficio, la reazione di una collega, il maldestro e fiacco tentativo di approccio del boss e la telefonata alla mamma, unico affetto rimasto, a poco a poco (aiutati dalla intensa interpretazione di Claire Foy) scopriamo l’intima contraddizione della protagonista, tanto concreta ed efficiente sul lavoro quanto inconcludente negli approcci amorosi, programmati sui siti d’incontro come fossero appuntamenti di lavoro con sconosciuti (chiamati a rimanere tali) e poi fatti naufragare, involontariamente ma sistematicamente, con buona pace del malcapitato partner occasionale, costretto a misera ritirata.
La decisione di Sawyer di rivolgersi ad una clinica psichiatrica, anch’essa rintracciata in Internet, la costringerà ad una discesa agli inferi e, forse, alla risalita decisiva.
Forse, appunto. Perché inizialmente lo spettatore non sa pronunciarsi sull’identità di Sawyer: vittima di un complotto kafkiano o folle visionaria? Nella clinica, infatti, un semplice consulto si trasforma in pochi minuti in una reclusione coatta di sette giorni: forse hanno ragione i medici, è pazza e tanto socialmente pericolosa quanto drastiche sono le misure coercitive necessarie. A ciò si aggiunga il fatto che Sawyer, nel momento di massima e disorientante ambiguità, accusa uno dei medici di essere proprio lo stalker che l’ha perseguitata negli ultimi anni. Lo sconcerto per chi guarda è piacevolmente inquietante.
Peccato però che duri un istante e si scopra in poco tempo che… le cose stanno proprio così, lei aveva lasciato la carriera medica per colpa di quel collega e costui non è nient’altro che il classico orco da cui l’eroe, rinchiuso in un labirinto che pare senza uscita, dovrà tentare di scappare.
L’ambiguità cede quindi il passo al tradizionale impianto thriller con venature horror; per rispuntare nell’ultima scena, in quel gesto istintivo e irrazionale della protagonista e nel suo fermo immagine zoomato all’esterno…
Soderbergh si dimostra ancora una volta un originale e concreto rimescolatore del già visto, un sopraffino chirurgo dei generi e delle suggestioni depositati nella mente dello spettatore.
Anche le sue considerazioni in conferenza stampa sugli effetti di girare-con-un-telefonino portano indietro di vent’anni; al contempo, però, aprono il discorso a nuovi orizzonti. Joshua Leonard, protagonista di “The Blair Witch Project” (1999) e di “Unsane” (2018), è in questo senso il perfetto ponte tra oggi e ieri.
Quando, sul finire degli anni Novanta, se ricordiamo bene… ci fu la prima incursione dei mezzi di ripresa leggeri, apparati digitali i cui prodotti erano finalmente degni di visione in sala, macchine da presa che, all’evidente carenza di definizione e profondità dell’immagine, supplivano con la carica liberatoria garantita al regista e agli attori, abbattendo i tempi della lavorazione e moltiplicando i punti di vista e i minuti di girato. Oggi che si gira (quasi) tutto con le nipoti ultra-evolute di quelle arcaiche macchine elettroniche, ogni nostra visione è fatta di pixel e le considerazioni sulle differenze tra pellicola e digitale sono rintracciabili ormai esclusivamente in liminari dibattiti accademici, una ripresa “diversa” può insistere unicamente sulla leggerezza. Sì, perché sin dai primi anni, il cinema in digitale sdoganato, gonfiato e unanimemente accettato s’è fatto pesante più o meno come quello di celluloide, dentro un rituale produttivo-distributivo sostanzialmente invariato da più di un secolo. Ecco dunque il telefonino, la GoPro e tutti i micro-occhi che, con qualità pressoché identiche a quelli macro, offrono al regista la stessa ebbrezza dei primi anni del digitale: emancipazione dalla ritualità della messa-in-scena, dai laboriosi aggiustamenti di fuoco con ottiche pesanti come macigni, possibilità di punti di vista estremi… e, non da ultimo, ebbrezza (sempre controllata, in un blockbuster) dell’infrazione delle regole e della deformazione delle linee prospettiche.
Così Soderbergh ha potuto girare “Unsane” in due settimane. E (ecco la novità del XXI secolo) espanderlo come i prodotti digitali delle origini: non tanto “in differita”, ossia in termini di quantità di girato e di relative altre versioni (backstage) del film, quanto piuttosto “in diretta”, creando “in tempo reale” una connessione tra il film e la Rete, sia durante il tempo breve delle riprese sia in quello, lungo e indefinito, del “prima” e del “dopo”.
“Unsane”: struttura classica per un prodotto aperto al fluttuante mondo digitale.

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