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Valentina Cucinella conversa con Andrea Giostra. Palermitana, scrittrice, pittrice, artista poliedrica

Valentina Cucinella

“Il Profumo della Dolce Vita” ha incontrato Valentina Cucinella che ci racconta della sua poliedrica carriera artistica di successo. Palermitana, scrittrice, agente letterario, pittrice, artista multiforme, giornalista e bellissima donna sicula. Racconterà a “ilprofumodelladolcevita.com” la sua storia di artista e di professionista affermata che ha costruito con le unghie e con i denti, da vera lottatrice intellettuale, la sua adesso affermata carriera.

 

Valentina, benvenuta a “Ilprofumodelladolcevita.com” e grazie per avere accettato il nostro invito. Oggi con Te, che sei palermitana come me, voglio iniziare questa conversazione raccontandoTi un piccolo fatto storico della nostra città, Palermo, che certamente conoscerai. Questo fatto ci porterà alla prima domanda che ti farò. Il fatto storico riguarda il famosissimo – almeno per noi palermitani – “Teatro Massimo” che fu costruito tra il 1875 e il 1891 in stile neoclassico-eclettico da due tra i più importanti e famosi architetti di quel tempo, Giovan Battista Filippo Basile e il figlio Ernesto Basile. Dopo la prematura morte di Giovan Battista Filippo, Ernesto Basile, il figlio, finì i lavori del Teatro. Come certamente avrai letto tantissime volte, come me d’altra parte, nel gigantesco Frontale del Teatro Massimo, l’allora potentissimo e molto colto Ministro di Grazia e Giustizia Camillo Finocchiaro Aprile, del Regno di Vittorio Emanuele II di Savoia prima, e, successivamente, del Regno di Umberto I, ordinò che venisse incisa una frase che – si narra – scrisse lui stesso. Il Teatro Massimo di Palermo, come certamente saprai, è uno dei Teatri più belli d’Europa ed è il secondo per grandezza e capienza di spettatori. Possiede una qualità acustica terza in Europa dopo l’Opéra National di Parigi e la Staatsoper di Vienna. La frase che ti accennavo prima e che Finocchiaro Aprile volle venisse incisa sul frontale principale del Teatro Massimo è questa: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire».

Tu, Valentina, quale scrittrice, artista poliedrica, narratrice, giornalista che ha nel tempo assunto una forte identità professionale, leggendo questa frase quale riflessione ti viene in mente che vuoi condividere con noi adesso, così, a caldo prima e dopo riflettendoci un po’? 

Foto Cucinella 03

Penso alla parola popolo e mi viene in mente l’uomo e l’eternità del suo spirito: eternità che si esprime nel tentativo di elevare la dignità della vita stessa. Ecco allora che entra in scena l’arte. L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Perché l’arte è capace di elevare i gradi di libertà dell’uomo. Questo accade in ogni società e in ogni tempo. L’arte è forza comunicativa e rivoluzionaria, è ricerca della bellezza e della verità. Ma è vana quell’arte che non mira a preparare l’avvenire e a smuovere le coscienze. In questo caso si parla di scena. L’arte che si mostra nuda su un palcoscenico e che attraverso la finzione mette a fuoco le emozioni, i pensieri e i disagi. Smuovere le coscienze per preparare l’avvenire ed elevare la dignità della vita. L’arte lo può fare. Unisce, aggrega, costruisce, distrugge e poi dalle ceneri crea ancora e con più forza. Nuove immagini, nuove coscienze. Questo è il mio pensiero a caldo. Riflettendoci, invece, penso che questo motto meraviglioso dovrebbe essere scritto su tutti i muri delle città, ma soprattutto nelle scuole. Insegnate questo motto ai bambini, ai ragazzi, raccontate loro cosa può fare l’arte perché non accada più ciò che invece è successo: il degrado dell’umanità e l’impoverimento culturale.

Bellissima risposta Valentina! In parte hai già risposto, ma la frase che Finocchiaro Aprile volle fosse incisa nel frontale del Teatro Massimo di Palermo dà all’arte, in ogni sua espressione, un’importanza e un mandato straordinari e fondamentali per la crescita culturale e civile di un intero popolo, di una nazione. Secondo te, cosa fa oggi l’arte in tutte le sue forme espressive, per “rispettare” questo mandato così importante che ha sempre avuto, fin dal lontano tempo dei greci e addirittura anche prima? 

Rispettare il mandato? Cominciamo col dire che per troppo tempo l’arte non ha più avuto alcun mandato da rispettare. Le è stata strappata di dosso la sua funzione da questa orrenda società. Ci hanno raccontato della crisi: debito pubblico, tasse, spread che sale, spread che scende, credito, disoccupazione, stabilità, costo del lavoro, ma santo dio, io quello che vedo è una crisi più profonda. Nessuno parla della grande crisi culturale, artistica e spirituale di questo tempo? Ci hanno denutriti intellettualmente. Vedi Andrea, i periodi di crisi appartengono a tutte le epoche, ma quello che stiamo vivendo oggi è davvero qualcosa di orribile: l’affermazione della quantità sulla qualità, l’uomo ridotto a una macchina, l’appiattimento delle identità, il proliferare di quella zona grigia dove si manifesta il conformismo. I giovani si suicidano, soffrono il male di vivere in un’età in cui bisognerebbe soltanto vivere, senza pensare. E mentre i giovani si ammazzano, si stonano con le droghe e diventano violenti, i vecchi lupi si salvano. L’arte deve salvare la vita a un mucchio di gente perché regna un ordine apparente che ci ha reso macchine da guerra. Questo è il suo mandato oggi. Purtroppo la società ha influenzato negativamente il mondo artistico e se una volta gli artisti si riunivano attorno a un tavolo per creare insieme un’opposizione e vestire di nuovi contenuti la propria epoca, negli ultimi anni è successo esattamente il contrario. Gli artisti si sono divisi e l’arte si è ritrovata ad indossare i contenuti poveri di questa società malata. Un paradosso. L’arte che da sempre scava nelle tenebre per immettere luce è stata violata nella sua sacralità. Anni bui. Eppure, in questo preciso momento, ho come l’impressione che qualcosa stia cambiando. L’arte sta cercando di recuperare la sua purezza. Gli artisti si stanno risvegliando per tornare a condividere e camminare di nuovo insieme. Ed è di questo che si nutre l’arte: unione. I percorsi della creatività sono infiniti, non esiste una soluzione. Esiste un cammino. Questo cammino oggi l’Arte sta tornando a disegnarlo. Lo ripeto: l’artista, oggi più di ieri, ha una grande responsabilità. Deve entrare nella vita delle persone e immettere nuova luce. Aggiungere nuove crisi per produrre nuovi cambiamenti. Il mio motto è: “Uniamoci. Nel nome dell’arte” perché dove c’è arte c’è vita, ci sono sorrisi e io lo vedo, lo vivo, lo sento. Me ne accorgo anche e soprattutto per strada, ci sono artisti meravigliosi che si stanno riprendendo spazi e la gente per strada ride, canta e balla. Condivisione, spazio e autenticità. Ecco, gli artisti sono di nuovo per strada a rivendicare tutto ciò. Persino il mondo del teatro, che è stato vigliaccamente danneggiato, si sta risvegliando dal torpore grazie a straordinari personaggi che si stanno impegnando seriamente. Sì, qualcosa sta davvero cambiando. Ed è qualcosa di meraviglioso e potente. Qualcosa che avverto anche attraverso il mio lavoro.

Io penso, invece, Valentina che l’arte non ha saputo mantenere il suo mandato storico. Secondo me non gli è stato tolto, sono stati gli artisti che l’hanno rappresentata che si sono fatti “scippare”, come si dice a Palermo, il suo ruolo di autentico e vero forgiatore di anime, di cervelli e di pensatori. Quindi se bisogna cercare dei responsabili, questi vanno ricercati in chi ha rappresentato l’arte in questi ultimi vent’anni! Soprattutto nel modo della TV che ha preso il sopravvento su tutte le altre forme espressive artistiche ed ha soppiantato completamente il Teatro che per secoli e secoli è stato incisivo nel dare visibilità alle ingiustizie, al malaffare, con commedie comiche e divertenti, ma anche drammatiche, che riuscivano a rappresentare al popolo, in modo trasversale, la realtà e la vita quotidiana per migliorarla e dare spunti di riflessione che potessero dare speranza e forza di cambiamento. Ma adesso, Valentina, parlaci del tuo lavoro. In cosa consiste esattamente? Qual è la tua vera passione professionale che ti ha portato a fare quello che fai oggi con estrema diligenza e professionalità? 

Ho aperto un’agenzia letteraria. È la prima a Palermo. Il mio lavoro consiste nel rappresentare gli autori e nel ricercare e promuovere gli esordienti. Un progetto che ho sempre coltivato perché so esattamente cosa succede quando un giovane – o meno giovane – autore scrive un libro. Lo so perché l’ho vissuto anch’io. La mia storia è anche quella di tanti autori emergenti e figli di nessuno. Sto lavorando per realizzare qualcosa di meraviglioso. La mia agenzia diventerà un luogo di incontro. Presto inaugureremo la sede e sarà una “Casa degli Artisti” dove la scrittura si sposerà con l’arte in tutte le sue forme possibili e immaginabili. Io cerco i talenti. Voglio raccoglierli dal cestino della spazzatura o tirarli fuori dal cassetto e portarli in giro. Voglio assicurarmi che l’autore esordiente capisca e comprenda chi è. Rappresento l’autore e lo aiuto a muoversi nel mondo dell’editoria, tutelando il suo lavoro. Ecco cosa faccio. E lo faccio perché credo nell’arte e sono stanca di vedere immondizia nelle librerie e personaggi mediocri spacciati per scrittori perché amici degli amici o perché rispondono bene alle leggi del mercato. La mia agenzia è appena nata. In questo momento mi stanno arrivando tantissimi manoscritti e il mio obiettivo è riuscire a individuare potenzialità da sviluppare e poi rappresentare. Io sono ossessionata dai talenti cestinati. Sono ossessionata dalle storie. E ci metto il cuore. Nei giorni scorsi un editore importante mi ha detto: «Stai facendo un ottimo lavoro. I testi selezionati da te sono tutti di qualità», ed io mi sono commossa fino alle lacrime perché credo in questo progetto a cui lavoro segretamente da quando avevo 25 anni. Mi piace ricordare che non c’è nessuna improvvisazione. Anni di studio e preparazione. E comunque quella dell’agente letterario è una figura antica. Non mi sono inventata proprio niente. Risale all’inizio del XIX secolo e nasce negli Stati Uniti, ma è vent’anni dopo, in Inghilterra, intorno al 1875, che la figura dell’agente letterario diventa ufficiale grazie all’inglese A.P. Watt che stabilisce le regole basilari del mestiere. In Italia, invece, è un giovane ragazzo di 21 anni ad aprire la prima agenzia. È il 1898. Il giovane ragazzo è Augusto Foà. L’agenzia letteraria, invece, si chiama ALI e decolla con l’arrivo di Erich Linder, nato in Polonia ed emigrato con la famiglia a Milano. Siamo nel 1946 e Linder diventa il padre degli agenti letterari italiani. Ho messo un po’ di date perché questo è un mestiere che ha radici lontanissime. Adesso metto la mia data. Estate 2005. Mattina. Sapevo già cosa volevo fare, ma era ancora presto. Dovevo studiare. Oggi molti mi chiedono come mai sono rimasta qui a Palermo invece di aprire l’agenzia da qualche altra parte. Sì, potrei andarmene tranquillamente, ma questa è la mia città e ho fatto un patto con me stessa: io da qui non mi muovo, piuttosto vado a vivere sotto i portici, ma non me ne vado. Qui c’è un bisogno disperato di gente che si ribelli all’omertà culturale e soFoto Cucinella 07ciale. Se ce ne andiamo tutti, dopo non potremo più dire: «Io amo Palermo». No. Palermo è disgraziata perché i palermitani migliori se ne vanno ammettendo di non avere il coraggio di alzare un dito per migliorarla. Io quando vedo che a Ballarò bruciano un locale, quando sento parlare della parentopoli dell’università, la cupola di clan accademici che si spartisce il sapere, quando assisto alla violenza della movida, ecco, io mi convinco ancora di più della mia scelta. Palermo non si può abbandonare. Non può essere lasciata sola. C’è una cultura di merda? Offriamo l’alternativa. Quando ho presentato il mio romanzo alla Feltrinelli mi è stato chiesto: «Come sei riuscita ad entrare nel giro?». Ma che schifo di domanda è? Quando sono entrata nella redazione di Repubblica qualcuno mi ha chiesto: «Chi ti ha mandata?». Capisci? Alimentiamo una cultura sbagliata e non ce ne rendiamo neppure conto. Ci siamo arresi. Ma non può funzionare così. Imponiamo la meritocrazia e prendiamoci il nostro spazio. Creiamo una nuova cultura. Non servono grandi gesti teatrali, possiamo farlo nel quotidiano. Io sono qui e resisto con difficoltà che neanche puoi immaginare, ma resisto. E non sai quanti meravigliosi talenti ci sono insieme a me e quanta creatività che aspetta solo di potersi esprimere. Ecco, io con la mia agenzia voglio fare proprio questo, infondere fiducia ai ragazzi che restano e dire: «Non andate via e non rinunciate a spianarvi la strada. Potete farcela. Dovrete sudare il doppio e vi ritroverete a maledire tutti i santi, ma potete e dovete farcela». Io Palermo non la lascio neanche se mi puntano una pistola alla tempia. In questa città sono morti uomini come Falcone e Borsellino. Io se me ne vado, dopo, non potrò più pronunciare i loro nomi. E invece no. Le loro idee camminano sulle nostre gambe? E allora facciamole camminare queste gambe, ma non per fare un biglietto di solo andata e scappare, ma per restare.

Il fatto è Valentina, che spesso i giovani vanno via da Palermo, e dalla Sicilia in genere, e negli ultimi dieci anni, come ci dicono tutti gli studi sociologici fatti in materia di emigrazione giovanile, questo numero è aumentato esponenzialmente, perché i giovani non vedono nessuna speranza, non vedono nulla che possa dare loro un’opportunità di farsi conoscere, di mettersi in vista, di sperimentarsi come professionisti o come giovani artisti, se parliamo di arte. In Sicilia è tutto in mano alla politica più mediocre che questa terra abbia mai avuto. E tutto passa dalla politica e quindi dalla mediocrità, mai dalla meritocrazia e dal talento, che Tu giustamente e con grande orgoglio cerchi di recuperare con il tuo apprezzabile e ammiratissimo lavoro che ancora è in nuce. Manca la speranza, mancano le opportunità: è questo a mio avviso il vero problema che va affrontato con determinazione e forza. E credo che il Tuo progetto sia una piccola goccia che va proprio in questa direzione e Ti confesso che mi piace molto la tua idea di agente letterario e di diffusore di cultura e di scambi esperienziali tra intellettuali e uomini e donne che hanno vissuto e vivono la loro vita e la confrontano con quella degli altri. Complimenti davvero!

Adesso un’altra domanda Valentina, cosa diresti di te ai nostri lettori che volessero conoscerti un po’ meglio come donna che vive la sua quotidianità, che va al cinema, che va a fare la spesa al mercato di Ballarò o al mercato del Capo di Palermo, che fa le passeggiate al Foro Italico o a Mondello, oppure, che ozia in casa quando non lavora, che vive le sue emozioni come la gente comune che si incontra normalmente per strada? Descriviti ai nostri lettori come sei da persona che vive la sua quotidianità. Foto Cucinella 09

Sono una persona di una semplicità disarmante. Vivo in simbiosi con il mio cane, Peter, un labrador pieno di energie, e mi piace definirmi un’avventuriera del quotidiano. Sì, perché sono alla ricerca di continue emozioni e le cerco nelle cose più semplici. Ti faccio un esempio, Andrea: se sono al supermercato, giro tra gli scaffali facendo slalom con il carrello. Se invece vado al mercato annuso ogni cosa, tocco tutta la merce e poi parlo con le persone, parlo tanto e sorrido agli sconosciuti. Questa è una cosa che mi diverte un sacco. Sorrido alla gente e la gente mi sorride anche se non mi conosce. È uno scambio Andrea, capisci? Un sorriso è davvero un dono degli angeli. La mia attività quotidiana preferita, comunque, è gironzolare per le strade della città, perdermi tra le viuzze e i vicoli di Palermo, senza avere una meta. Finisco di lavorare ed esco. Tutti corrono? Io vado piano. Assaporo ogni passo e osservo scorci di strade della mia città che magari conosco a memoria, ma che ogni volta hanno qualcosa di nuovo da mostrare. Vedi, io sono cresciuta a pane e strada. Per me la strada è sacra. Rifiuto i salotti. Amo troppo la strada per chiudermi dentro un salotto culturale o letterario dove si consuma l’appiattimento della spontaneità e i partecipanti, che io chiamo “salottieri di mestiere”, celebrano il proprio ego smisurato. Questi salottieri non hanno mai nulla di interessante da dire. Potrei morire dentro un salotto. La strada, invece, è potente, è vita che si manifesta nella sua totale nudità. E poi ho un rapporto quasi romanzesco con i bar. Questa è una cosa che ho scoperto a Parigi. I parigini mi hanno accolta con amore e mi hanno insegnato a vivere i bistrot. Marc Augé, etnologo e antropologo francese, ha detto che il bistrot è un spazio aperto su altri spazi, sulla strada e sulla vita.  A Parigi si celebra davvero l’arte dell’incontro. Quando sono tornata a Palermo ho cercato di mantenere questa abitudine. Entro nei i bar e mi guardo attorno, osservo i clienti, ricostruisco le loro storie. Sedendomi a un tavolino, scopro il fascino dell’incontro e della conversazione. I momenti di tranquillità comunque durano poco. Lavoro tanto, senza sosta. In casa vivo in simbiosi con il mio cane, Peter. Facciamo la lotta, giochiamo e quando usciamo non facciamo passeggiate. No, noi corriamo per strada come se dovessimo scappare da qualcuno o qualcosa. «Corriamo, Peter, che la strada è davanti a noi», dico e la gente che ci osserva ride e si diverte. La notte poi scrivo e mangio biscotti. Tanti. Troppi. Dormo poche ore. Alle sette del mattino sono già sveglia. L’agenzia letteraria mi assorbe tutte le energie.

La vita è emozione Valentina, è vero quello che dici. Se non c’è emozione non c’è vita, ma solo un sopravvivere piatto scorticato di emozioni vitali. E mi piace molto quello che hai descritto della tua quotidianità. Il tuo approccio alla vita quotidiana ci porta ad un’altra importante domanda che ha a che fare sul come e quando è iniziata la tua carriera nel mondo dell’arte letteraria e artistica in generale? Come hai capito che volevi fare questa professione? Qual era la tua età quando hai pensato senza esitazione che questa era la strada che volevi seguire e percorrere?

Io non l’ho capito quando è successo. So che la scrittura è cresciuta con me e dentro di me. Penso che sia un dono che ti viene dato. Io ringrazio Dio per avermi dato questo dono, ma costa tanto. Costa fatica, sudore, sacrifici, lacrime infinite. Ero bambina quando la scrittura si è presentata al mio cospetto. Avevo sette anni e cercavo un luogo chiamato “Altrove”. Osservavo la realtà pensando che doveva per forza esserci altro. E scrivevo tanto. Ovunque. Mi veniva naturale, un po’ come respirare. Scrivere era l’unica cosa che sapevo fare. Cominciai a capire che non era soltanto un passatempo durante gli anni del liceo. Ero una ribelle con gli anfibi che si commuoveva leggendo i Malavoglia, ma ero un vero disastro. Facevo arrabbiare gli insegnanti perché mi consideravano un talento sprecato. Quelli erano gli anni dell’autodistruzione. Troppa fragilità che non riuscivo a gestire. Non avevo gli strumenti per farlo. E poi io non capivo cos’era questo talento di cui mi parlavano. Io scrivevo e mi sembrava così spontaneo farlo. Un giorno, avevo sedici anni, andai nella redazione di Repubblica Palermo: il pubblico poteva assistere all’intervista di un gruppo musicale. Ricordo che entrando pensai: “Ehi, ma qui scrivono!”. Allora non potevo immaginare che un giorno avrei scritto anch’io su quelle pagine. Non potevo saperlo perché ero piccola e perché non avevo idea di quello che la scrittura rappresentasse per me. Ma la scrittura era presente e chiedeva attenzione. Me ne accorsi, ad esempio, durante l’ultimo anno di liceo quando l’insegnante di italiano ci fece scrivere un tema nel quale dovevamo raccontare il nostro percorso scolastico. Il mio non fu un percorso semplice. Gli anni dell’adolescenza sono stati duri, pesanti. Ora, io non so perché, ma l’insegnante chiese al preside che il mio tema venisse letto a tutti gli alunni dell’istituto. Quando me lo comunicarono, la prima cosa che pensai fu: “E perché? Che cavolo avrò scritto di così grave?”. L’insegnante poi mi spiegò che il mio tema era viscerale e che doveva essere un esempio per gli altri. Io continuai a non capire. Il giorno dell’esame di maturità, poi, feci una scoperta: avevo terminato il tema in un’ora e alcuni miei compagni mi chiesero se potevo svolgere anche i loro temi. Lo feci e in quel momento realizzai che oltre a saper scrivere in modo naturale, potevo anche entrare nella mente degli altri e indossare parole che non fossero le mie. Per farla breve, potevo recitare attraverso la parola scritta. Fu una scoperta meravigliosa. Ma ero piccola e, ripeto, non sapevo ancora che farmene di questo dono. Dopo la scuola, cominciai a lavorare per mantenermi. Tanti lavoretti, e siccome avevo voglia di fare esperienze, partecipai pure a una campagna elettorale. Ora, niente accade per caso. Sapete, quando la vita ti deve condurre in un luogo, lo fa in ogni modo e con ogni mezzo. Una mattina, dalla segreteria politica mi dissero che dovevo andare nella redazione del quotidiano La Repubblica di Palermo per consegnare un documento. Entrai in redazione ed esclamai: «Ma io ci sono già stata qui dentro. Qui è dove si scrive!» Capite? Dovevo partecipare alla campagna elettorale per tornare in quella redazione. Allora pensai: “Bene, adesso devo solo prepararmi”. Sì, perché io non conoscevo nessuno e non avevo neppure il computer, ma invece di cercarmi un contatto o una conoscenza che mi aiutasse ad introdurmi nell’ambiente, mi impegnai per formarmi e presentarmi da sola con una preparazione adeguata. Questa è una regola di vita: l’unica strada per riuscire nei propri obiettivi è lavorare sodo. E così presi l’abitudine di andare negli internet point per imparare a utilizzare il computer (non l’avevo in casa) e poi cominciai a scrivere per piccoli giornali locali. La prima intervista la feci in una cabina telefonica: un sacco pieno di monete, la cornetta tra la spalla e il mento, e un taccuino vecchio e malridotto. Il mio esempio era Mario Francese. E poco importava se stavo intervistando un rapper palermitano e se le cabine ormai non le usava più nessuno e la gente mi guardava ridendo. Io volevo sentirmi come i miei eroi del giornalismo e volevo imparare questo mestiere secondo le regole della vecchia scuola. E la vecchia scuola prevedeva questo: sudore, fatica, sacrificio e poi ancora sudore. Quando finalmente mi sentii pronta, scrissi una lettera al caporedattore di Repubblica Palermo di allora, Enzo d’Antona. Avevo trovato l’indirizzo mail sul sito e ricordo che quella sera avevo ricevuto una brutta notizia.Foto Cucinella 02 Gli scrissi la lettera piangendo. Ma è nelle lacrime che ho sempre trovato forza e coraggio. Così gli scrissi e gli raccontai di me, del mio amore per Mario Francese e di quello che secondo me era il giornalismo. E poi gli parlai della scrittura. Di questo amore forte e irrazionale. Lui mi rispose subito. Iniziò così la mia avventura nel giornalismo. Entrai che ero piccola e insicura. Il mio primo articolo venne pubblicato a dicembre. Quell’anno festeggiai il capodanno chiusa in una stanza, da sola, con il giornale aperto sul letto. Mezzanotte. Fuochi di artificio. Voci. Festa per le strade. Io ero sola. Guardai il mio articolo e dissi: “Buon anno, Valentina. Ci sei riuscita”. Nel frattempo scrissi anche il primo romanzo. Non lo avevo previsto. Sapevo che dovevo scrivere questa storia e trascorsi un mese senza mangiare e dormire. Dopo un mese era pronto. Un collega mi prese in giro: «Vuoi pubblicare un libro? Ma finiscila!» Ricordo di averlo guardato e di aver pensato: “Sarai tu a presentare il mio libro”. E fu davvero così. Oggi questo stesso collega mi ha detto: «È la tua strada. Non smettere mai.» Il giorno della presentazione avevo 25 anni e ricordo che dentro di me, mentre parlavo al pubblico, si fece strada una visione assurda. Avrei studiato il mondo editoriale per aprire, in un giorno lontano, un’agenzia letteraria e aiutare tutti gli autori che come me non conoscevano nessuno e non avevano santi in paradiso. Una visione, appunto. Ovviamente non ne parlai con nessuno. Iniziai a studiare e a prepararmi da sola, come ho sempre fatto. Nel frattempo ho portato avanti la mia collaborazione con il giornale. Un giorno, un mio articolo fu letto dal direttore del Tg3 che lo fece leggere a Vauro Senesi e lui decise di realizzare partendo dal mio articolo un servizio per la trasmissione di approfondimento Tg3 Linea Notte. Io e Vauro ci siamo conosciuti così ed è nata un’amicizia sincera e meravigliosa. Vauro mi diede un consiglio importante: «Non smettere mai di scrivere. E se un giorno dovessi capire che il giornalismo ti sta cambiando come persona, allora molla tutto e continua a scrivere per i fatti tuoi.» Dopo un po’ di tempo le sue parole mi servirono. La mia collaborazione con La Repubblica giunse al capolinea. Enzo d’Antona venne trasferito a Roma e prima di andare via mi disse di non mollare il giornale perché nei miei occhi vedeva passione, ma aggiunse anche che ero troppo umana, gentile, e che mi sarei fatta male se non mi fossi indurita. Ora, io avrei pure continuato, ma il nuovo caporedattore era una macchina. Nessuna umanità nel suo modo di intendere il giornalismo. In quel momento realizzai una cosa importante: io amavo il giornalismo perché amavo la scrittura e raccontavo storie difficili cercando di dare voce a chi non ne aveva. Quando mi resi conto che non potevo più fare questo perché dovevo eseguire altri ordini e quindi scendere a compromessi, allora decisi di rinunciare. Non me ne fregava niente della firma. Scrivere spazzatura per vivere di luce riflessa: di questo si trattava. Non accettai. I compromessi non facevano per me. Adesso per fortuna la redazione è guidata da una persona straordinaria e di questo ne sono profondamente felice. Comunque è accaduto tutto velocemente: ho abbandonato il giornale, ho scritto e pubblicato il secondo romanzo subito dopo la morte di mio padre e ho dato vita alla mia visione. Aprire l’agenzia letteraria. Oggi la mia visione è diventata una realtà.  La mia agenzia è la prima nata a Palermo. E sto lavorando sodo. Questa è la mia risposta a chi dice che nella vita bisogna per forza scendere a compromessi. Non è vero. Non credete mai a chi vi dice questo. È una menzogna.

Il tuo percorso letterario adolescenziale è veramente interessante Valentina. Ritrovo le storie di diversi giovani artisti ed artiste che ho intervistato e che, pur avendo un grandissimo talento e una grandissima capacità professionale, hanno rifiutato i compromessi dei “mediocri” di cui ti parlavo prima e sono riusciti comunque ad ottenere successo e visibilità artistica e professionale, ma dopo tanto lavoro, lavoro, lavoro. Da questo punto di vista, Valentina, sai bene come tutti gli artisti, che l’inizio della carriera, soprattutto se si comincia da giovanissimi, come hai fatto tu, è piena di difficoltà, di problemi, di insidie, di incontri “poco raccomandabili”, soprattutto se sei, come nel tuo caso, una donna bellissima. Quali sono state le difficoltà più dure e insidiose che hai incontrato dall’inizio della tua carriera artistica di scrittrice e di artista poliedrica, e che hai dovuto affrontare e superare con tutte le tue forze e la tua grande determinazione?

Se guardo indietro, Andrea, posso dire che io sono stata l’unica vera grande difficoltà che ho incontrato. Io con le mie insicurezze e i miei tormenti. Io con la mia severità. Vengo da una realtà dove nessuno ti regala niente. Ero ancora bambina quando ho capito che per andare avanti avrei dovuto imparare l’arte della disciplina. E non mi sono mai improvvisata. Gli spazi, le occasioni, mi sono guadagnata tutto con il sudore. Perché il segreto per me sta tutto qui: la fatica e la gioia di conquistarsi lo spazio attraverso il perfezionamento del proprio talento. Questo è il segreto. Oltre alla mia disciplina ferrea, forse la più grande difficoltà è stata quella di dover fare i conti con la realtà di chi non ha un santo in paradiso. Realizzavo reportage che raccontavano di miseria e poi distrutta andavo a fare il call center per arrotondare. Finito il turno serale, tornavo a casa e mi mettevo a scrivere pensando alle storie tristi che avevo raccolto e alla mia che non era poi così diversa. Non c’è stato un solo momento facile nella mia vita. Neppure uno. Ma doveva andare così. E di cattiverie ne ho ricevute tante, ma io ho un segreto che voglio confidarti Andrea, perché spero possa essere di stimolo per chi leggerà questa intervista-conversazione tra me e te: quando qualcuno mi dice che una cosa non posso farla, che è meglio lasciar perdere, io mi impegno con tutta me stessa, per farla al meglio delle mie possibilità, per poi tornare da quella persona e dire: «Ci sono riuscita!» È sempre stato così nella mia vita. Sempre. In questo senso, tutto quello che ho fatto è stata una continua scommessa che ho vinto, una scommessa con me stessa e con chi diceva che non ci sarei riuscita a fare quella cosa. Ma non ci sono scorciatoie. Anzi, se posso dare un consiglio ad un/una giovane artista dico: non cercate mai le scorciatoie. E se le trovate o qualcuno ve le presenta, voi scansatele. Scappate via. E di corsa, anche. 

È vero allora quello che dicono i grandissimi artisti di ogni tempo che non basta il talento e la passione per riuscire e per avere successo, Valentina. Ci vuole altro ancora oltre al talento e alla passione, ed è quello che tu ha ben descritto: volontà, determinazione, testardaggine, forza, studio, lavoro, fatica, sudore, e tanto amore per la tua arte. Ma detto questo, Valentina, Tu hai mai pensato, all’inizio della tua carriera, quando eri ancora un’adolescente – perché sappiamo che la tua dirompente passione ti ha fatto iniziare giovanissima, da adolescente appunto, come hai già più volte detto- di mollare tutto e fare altro solo per non dover affrontare e risolvere i problemi che quotidianamente ti si presentavano davanti? 

Sì, l’ho pensato. L’ho pensato tutte le volte che, tornando a casa stanca, mi rendevo conto che nessuno mi sosteneva. Mia madre e mio padre avevano ben altro a cui pensare e per loro la scrittura era qualcosa di stupido, un “perditempo” come si dice da noi a Palermo. E poi vedevo le mie amiche che pensavano alle storie d’amore. Io invece non avevo neppure un attimo di distrazione. Niente uscite, niente divertimenti che quelli costavano. Io dovevo centellinarli tutti i soldi che avevo. I miei genitori non potevano certo permettersi di appoggiare e sostenere i miei sogni. Mio padre faticava ad arrivare alla fine del mese. Cosa dovevo chiedergli? Ma oggi io ringrazio i miei genitori, anche e soprattutto per questo. Perché mi hanno insegnato il valore della vita e l’arte dell’arrangiarsi. Se invece fossi cresciuta nell’agiatezza, sicuramente oggi non sarei quella che sono. Sono fiera dei miei genitori. Hanno fatto a cazzotti con la vita per mantenere tre figli e io li ho visti sudare ogni giorno. Sono loro il mio più grande esempio di vita vera. Tornando a noi, sì, ho pensato continuamente di mollare, ma poi la vita mi ha sempre ricondotta alla mia passione: la scrittura. Puoi cambiare strada, ma se hai un dono, ecco… quel dono verrà a cercarti e se proverai a ignorarlo, ti farà vivere male, nella depressione e nell’infelicità.

Bellissime parole Valentina. Ma adesso un’altra domanda che io definisco “classica” delle mie interviste, perché la faccio sempre, e perché mi sembra molto interessante. In genere vengono fuori cose molto profonde e intriganti per chi legge l’intervista, ma anche per la stessa intervistata che si ritrova, riflettendo su questo tema, in una condizione di introspezione rispetto al suo passato professionale. Io da adolescente, ma anche da adulto, sono stato e sono un gradissimo lettore di quello che ritengo uno dei più grandi scrittori della storia dell’uomo, e mi ricordo – ho poi verificato ovviamente! – che in uno dei suoi romanzi più conosciuti e più belli, “Memorie dal sottosuolo” pubblicato nel 1864, Fëdor Michajlovič Dostoevskij parla, tra le righe, della “Teoria dell’Umiliazione”. Negli anni ’90, alcuni scienziati e psicologi americani, ne hanno addirittura fatto una vera e propria teoria psicodinamica, un modello psicologico che parte dal presupposto che sono più le umiliazioni che subiamo nella nostra vita ad insegnarci a vivere meglio e a sbagliare sempre meno: si impara dalla propria esperienza di vita e dai propri errori, soprattutto quando sono gli altri a farceli notare e magari ridono di noi! Valentina, nella tua carriera hai mai subito delle umiliazioni professionali che ti hanno lasciato un segno doloroso e indelebile; oppure, sono state umiliazioni che ti hanno fatto crescere professionalmente e ti hanno dato più forza e più determinazione per continuare a seguire la tua passione e il tuo talento?

Le umiliazioni fanno parte del percorso di crescita, è vero. Ma non sono le umiliazioni a forgiarti. È il dolore a renderti una roccia. Le umiliazioni non sono mai buone. Sono il prodotto di una società malata dove si vive tutti contro tutti. Io sono convinta di una cosa: scegli tu le persone che ti circondano. Ed io ho sempre incontrato, a parte pochi casi, gente seria e onesta. Se stai alla larga dal marcio, non farai mai brutti incontri. Ovviamente, negli ambienti professionali molte persone sono pronte a sgomitare, a farti male, deriderti, e quindi sì, umiliarti. C’è molta invidia in giro. Ma è un peccato sprecare il proprio tempo sgomitando. Alle umiliazioni e alle cattiverie rispondo con i fatti. Una volta, un uomo mi disse che dovevo essere più maliziosa, che necessità fa virtù e che quindi se volevo restare a galla dovevo passare dal suo letto. Risposi che l’unico letto che conoscevo era il mio e che mi piaceva dormire da sola. Molte persone, poi, hanno cercato di mettermi da parte, negandomi spazi meritati e sudati. Oggi ho capito che se lo hanno fatto è perché mi consideravano una rivale. Parliamo di persone di un certo livello, che avevano già una posizione. Più sono in alto e più temono gli altri. Forse perché sono arrivati in alto grazie alle raccomandazioni, queste benedette raccomandazioni. Queste persone impazziscono se si ritrovano davanti qualcuno che ce l’ha fatta partendo da zero. Non possono accettarlo né capirlo e quindi hanno paura. Ma chi vive nella competizione e nell’invidia non è mai una persona serena e felice. Io però le ringrazio tutte queste persone. Tutte. Uno a uno. Perché sono state loro la mia forza. Ogni cazzotto, una risalita. “Ama il tuo nemico”, si intitola così il libro di John Carlin, giornalista inglese, nel quale racconta la grandezza di Nelson Mandela che, uscito dal carcere, dopo ben ventitré anni, si ritrova di fronte a sé il suo nemico più grande: l’apartheid. E Mandela riesce a compiere qualcosa di meraviglioso: unire il popolo del suo paese, la minoranza bianca e la maggioranza nera e lo fa amando il proprio nemico. Ecco, sull’esempio di questo straordinario uomo, io penso che sia necessario eliminare l’immagine del nemico e limitare al massimo l’odio reciproco. Quindi, ai miei nemici io dico: «Grazie per avermi ostacolata perché voi mi avete insegnato a crescere e a credere in me stessa. Senza di voi io oggi non sarei così forte.» I miei nemici, paradossalmente, sono diventati miei amici e sostenitori. Un collega che mi aveva ferita e umiliata è tornato da me e mi ha dato un bacio sulla guancia in segno di pace. Io gli ho sorriso. E l’ho ringraziato. Tutto sommato, comunque, posso dire di essere fortunata. Ho conosciuto e conosco persone meravigliose. Tre su tutte: Enzo D’Antona che ha creduto in me quando ero piccola e insicura, Enrico Bellavia, uno dei più grandi giornalisti che abbiamo a mio avviso e straordinario saggista italiano, che mi ha insegnato l’arte dell’umiltà e della professionalità e poi Vauro, amico e primo sostenitore.

Valentina, sai benissimo che molti giovani artisti e scrittori – ci hai raccontato brevemente che lo hai fatto anche Tu – all’inizio della carriera, da giovani o giovanissimi, per mantenersi gli studi e per compensare i pochi guadagni che fanno nel loro lavoro di artista, si impegnano lavorativamente in altre umili mansioni che consentono loro di guadagnare qualche soldo in più per coltivare la propria passione di artista. Tu, Valentina, hai fatto altri lavori per completare il tuo bagaglio esperienziale di vita e di donna? Quali mestieri hai fatto da giovanissima che ami ricordare oggi, che ti hanno segnato come donna e come professionista, al di là della tua arte e della tua attuale professione? 

Premetto che non esiste una mansione umile. Il lavoro, se onesto, non lo è mai. Tornando alla tua domanda, sì, ho iniziato subito a lavorare. A diciotto anni facevo tanti lavoretti. Ho fatto la baby sitter, la commessa in un negozio di abbigliamento, volantinaggio senza sosta. Poi ho fatto il call center e contemporaneamente studiavo all’università e scrivevo per piccole redazioni locali. Ricordo che al call center, tra una telefonata e l’altra, scrivevo gli articoli sui fazzoletti del naso, di nascosto dalla caposala. Poi il giornalismo e le campagne elettorali, ma devo dire che la politica dei partiti non faceva e non fa per me. Comunque sì, tutti i mestieri che ho fatto mi hanno segnata come donna e professionista. Vedi Andrea, sono sempre riuscita a portare a casa ottimi risultati perché il mio credo è: “Dai il meglio di te stesso anche se stai facendo la cosa più stupida del mondo”. Impegno, dedizione e ancora impegno. Alla fine tutto ti ritorna.

Ti ricordi quanti anni avevi quando hai comunicato ai tuoi genitori che volevi fare la scrittrice e l’artista? Cosa ti hanno detto e cosa di concreto hanno fatto per te? Ti hanno incoraggiato ed aiutato, oppure non hanno condiviso questa tua passione perché – come avviene per molti genitori – avevano pensato per la loro figlia un futuro professionale diverso che magari rispecchiava più i loro sogni che i tuoi talenti e le tue passioni? 

In realtà non l’ho comunicato. L’hanno scoperto. La sera i miei genitori si lamentavano perché non uscivo mai, ero sempre chiusa nella mia stanza a scrivere. Si disperavano. Loro non potevano immaginare che io stavo scrivendo quello che doveva essere il mio primo libro. Lo scrissi in un mese. Un mese durante il quale dimenticai di dormire, mangiare, persino di parlare. Tornavo a casa stanca e mi mettevo a scrivere. Dopo un mese il libro era pronto. Riuscii a pubblicarlo nel giro di poco tempo. Mia madre e mio padre piansero di felicità. Dopo non mi ostacolarono più. Sapevano di che pasta ero fatta. Si fidavano di me. Mia madre dopo che pubblicai, decise di sedersi accanto a me per leggere ogni nuova pagina che scrivevo. Oggi lei è la mia fedele consigliera e non pubblico neppure una riga senza avere prima il suo parere.

Allora sono sicuro che le avrai raccontato di questa intervista e di quello che ci avresti detto.

Valentina, oggi di fatto, e fondamentalmente, hai virato la tua arte verso la scrittura in senso lato e completo: sei una scrittrice, un agente letterario, una giornalista. Come e quando hai deciso di fare solo questo e di abbandonare – almeno professionalmente – gli altri tuoi talenti artistici? 

Non l’ho scelto io. È stata la scrittura a scegliere me. Io mi sono semplicemente arresa. Ho lottato con tutte le mie forze per fare altro, ma la scrittura non mi ha mai dato possibilità di scegliere. La pittura è rimasta un hobby. Ma è tutto legato. Oggi scrivo, ma dipingo anche. L’ultimo quadro l’ho dipinto utilizzando le mani e i gomiti. Sperimento, tengo in continuo allenamento la creatività. 

Sai di certo, Valentina, che Franklin Delano Roosevelt, voluto dagli americani per ben quattro mandati presidenziali consecutivi, in uno dei suoi discorsi pubblici più famosi, pronunciò queste parole: “L’uomo che scrive, l’uomo che mese dopo mese, settimana dopo settimana, giorno dopo giorno fornisce il materiale destinato a plasmare il pensiero del nostro popolo è sostanzialmente l’uomo che più di chiunque altro contribuisce a determinare la natura del popolo e il tipo di governo che esso deciderà di darsi.” Tu che oggi fai fondamentalmente il mestiere di scrittrice, di agente letterario e di giornalista, cosa pensi di queste parole? Che senso avrebbero se venissero dette oggi?

Mi guardo attorno e penso che, no, oggi questa frase non avrebbe alcun senso perché la natura del popolo la determina l’uomo che ha soldi e detiene il potere. Il popolo si lascia comprare, sale sul carro del vincitore, coltiva il proprio tornaconto personale e il risultato lo possiamo vedere tutti: il governo che abbiamo è quello che ci rispecchia e che ci meritiamo. Un governo marcio perché noi siamo stati sordi, muti e ciechi di fronte al degrado civile, morale e soprattutto culturale. Per questo continuo a ripetere che per riscattarci dobbiamo impegnarci con i bambini. Sforziamoci di insegnare loro la bellezza delle cose, i valori, le tradizioni e soprattutto la storia. E poi l’arte. Educhiamoli all’arte. Ai genitori impegnati a chattare vorrei dire: «Guardate i vostri bambini. Se ne stanno lì, fermi, mentre voi inviate emoticon. Buttate i cellulari, prendete i vostri figli e portateli nelle librerie, fateli scrivere, dipingere, fategli ascoltare la musica. Se non lo fate cresceranno male e si imbottiranno di sedativi proprio come fate voi e gli adolescenti di oggi.»

Più di trent’anni dopo queste parole pronunciate da Roosevelt, il potente Ministro della Propaganda del Terzo Reich dal 1933 al 1945 e tra i più influenti gerarchi nazisti, Joseph Paul Goebbels, immaginiamo “ispirato” dalle parole di Roosevelt, ideo delle tecniche di propaganda così efficaci e così dirompenti da portare Adolf Hitler al potere in Germania e ad inventarsi il motto “Ripetete una cosa qualsiasi cento, mille, un milione di volte e diventerà verità.” Oggi secondo te il mondo del giornalismo è affetto dal metodo Goebbels? Se sì o se no, vuoi dire ai nostri lettori perché secondo te? Inoltre, cosa pensi di quello che disse Pulitzer, il padre del Giornalismo moderno, alla fine dell’800: “Un giornalista è la vedetta sul ponte di comando della nave dello Stato… Non agisce in base al proprio reddito né ai profitti del proprietario. Resta al suo posto per vigilare sulla sicurezza e il benessere delle persone che confidano in lui.”?

Io penso che occorra fare una distinzione tra il giornalismo e il giornalista. Il giornalismo è importantissimo e ha una missione nobile e sacra nella nostra vita, ma è stato distrutto dal giornalista che in questi anni si è trasformato in una figura triste. I giornalisti non raccontano più la verità, ma decidono cosa deve diventare verità. Quindi sì, il metodo Goebbels è attuale. Honoré de Balzac diceva: «Se la stampa non esistesse, non bisognerebbe inventarla», ma io non sono d’accordo. La stampa è necessaria e ci sono tantissimi colleghi seri e onesti che non hanno mai leccato il culo a nessuno né si sono mai piegati al potere, ma hanno fatto e continuano a fare il loro lavoro in modo onesto. Ma sono pochi rispetto alla maggioranza. E la maggioranza è composta da quelli che tutti definiamo come “scribacchini propagandisti del potere”, gente che fa copia e incolla dei comunicati e riprende le notizie senza minimamente andare a vedere se quella notizia è vera o è una bufala. Se il potere decide che una notizia deve entrare nelle case dei cittadini, il giornalista lavora per bombardare il cittadino. Eccola la verità che ci meritiamo. È finito tutto. Dico questo con amarezza perché amo profondamente il mondo del giornalismo. E poi c’è una improvvisazione imbarazzante. Per capire come siamo messi basta davvero poco. Una giovane collaboratrice di una redazione locale ha scritto un articolo su alcuni giovani artisti di strada dicendo che si muovono di notte, al riparo da sguardi indiscreti. Mossa dalla curiosità sono andata subito a parlare con questi ragazzi perché in realtà sono tutti i giorni in via Maqueda, a Palermo, parlano con la gente e agiscono alla luce del sole. Gli ho chiesto se per caso la giornalista, prima di scrivere l’articolo, era andata da loro per incontrarli, conoscerli e vedere con i suoi occhi cosa fanno. Mi hanno risposto di no e mi hanno detto: «Nessuno è venuto a parlare con noi. Come fanno a scrivere di qualcosa che non conoscono?». In casi come questi mi domando se i direttori dei giornali e i redattori si impegnino abbastanza nella formazione delle nuove leve. Insomma, bisognerebbe informare, ricordare a chi si avvicina a questo mestiere che è necessario uscire fuori dalle redazioni e andare per strada perché la realtà la si racconta solo vivendola in prima persona. Però, se penso al futuro, ho fiducia nei giornalisti seri di cui ti parlavo prima. Ci sono e lavorano bene. Voglio essere ottimista. 

Valentina, quali sono i tuoi lavori artistici ai quali tieni di più e perché? Adesso a cosa stai lavorando? Ci vuoi raccontare le opere alle quali ti stai dedicando magari dicendoci qualcosa in anteprima?Foto Cucinella 08

Hai presente quando una madre partorisce il primo figlio e pensa che sia la creatura più bella del mondo? Ecco, poi magari arriva il secondo figlio e pensa la stessa cosa. Io considero le mie opere come figli che metto al mondo, e sono tutte creature meravigliose, ma poi le lascio libere, nelle mani degli altri e non mi appartengono più. Un romanzo è come un figlio che poi prende il treno e lascia la casa per fare la sua strada. Quindi amo tutti i miei lavori, ma non tengo a nessuno in particolare perché non mi appartengono più una volta che li ho pubblicati. Adesso sto lavorando al mio nuovo romanzo. Si tratta di una storia d’amore piena di dolore. Una volta Franco Migliacci, straordinario paroliere, disse in un’intervista che non si può morire d’amore. L’amore, quello distruttivo, che ti umilia, è quello che ti fa male e ti distrugge, ma non si può morire. Perché anche se ti sta uccidendo dal dolore, ti fa sentire vivo. Muori vivo. Ecco. Racconterò questo: l’amore che ti fa morire vivo.

Valentina, adesso una domanda leggera. Vorremmo ci raccontassi un aneddoto della tua carriera professionale, che ti è accaduto nel passato o di recente, e che lo hai vissuto come il più divertente, il più buffo, il più ilare, o che ti ha messo in forte imbarazzo davanti a colleghi o altre persone, ma che poi, ripensandoci, ti ha fatto ridere tantissimo, e che oggi ricordi con piacere e col sorriso sulle labbra. 

Erano i primi giorni che frequentavo la redazione de La Repubblica. Non mi conosceva nessuno. Seguii la riunione e sentii che Enzo D’Antona discuteva su chi doveva intervistare Leoluca Orlando. Dopo la riunione, entrai nel suo ufficio. «Lo posso intervistare io?», chiesi. Enzo mi guardò, sbarrando gli occhi, e rispose: «Ma non funziona così. Ci sono i giornalisti che si occupano di politica, tu non hai ancora scritto nemmeno un articolo». Fu divertente. Quando partecipai a una mostra, invece, indossai per la prima volta i tacchi per darmi un tono e rimasi incastrata in una grata. Dovettero aiutarmi non so quante persone. Da quel giorno capii che i tacchi non facevano per me. 

Una donna-professionista e piena di impegni importanti come te, come fa a gestire la sua vita affettivo/sentimentale conciliandola con il suo lavoro? Hai avuto in passato, o anche nel presente, delle esperienze che ti hanno creato delle difficoltà professionali o relazionali col tuo partner? Non è certamente facile condividere un lavoro tanto impegnativo come quello che fai tu con una vita relazionale soddisfacente per entrambi i partner. 

No, non ho mai avuto difficoltà anche perché ho amato pochi uomini. Credo nella qualità. Vivo lunghi periodi di solitudine e comunque chi mi ama sa che ho bisogno della mia solitudine. In generale, vedo che gli uomini hanno una visione distorta di me e questo penso che accada a tutte le donne che si danno da fare. Gli uomini pensano che io sia piena di corteggiatori e facendo questo mestiere si convincono che ogni giorno io conosca gente nuova, quindi si demotivano. Ma l’apparenza è la più grande fregatura dei nostri tempi. Per dire, sono rimasta fedele per tanto tempo all’assenza del mio ex compagno. Volevo vivere e rispettare la sua assenza. Comunque penso che in amore non bisogna mai annullarsi, ma anzi coltivare la propria vita. È bellissimo amare qualcuno che ha una vita piena di interessi e progetti. E tu stai lì, a coltivare i tuoi e a osservare la persona che ami mentre si realizza. Ovviamente nella pratica questo non accade quasi mai: quando si sta in coppia entrano in gioco tante dinamiche distruttive come la gelosia e il possesso. Tutte cose che con l’amore non c’entrano nulla. Al mio uomo dico sempre: «Dimmi che mi ami, ma dimmelo adesso, ora, in questo momento. Domani poi lo scopriremo insieme.» 

Valentina, adesso, per concludere la nostra bella conversazione, una domanda molto semplice: vuoi dirci qual è il tuo sogno nel cassetto che fin da bambina ti porti dietro e che oggi vorresti realizzare? 

Ho tre sogni nel cassetto. Il primo è vedere crescere l’agenzia letteraria e dare una casa a tutti gli artisti, raccoglierli proprio dalla strada e portarli con me. Il secondo sogno che vorrei realizzare è quello di scoprire dove si trova questo luogo chiamato “Altrove” che inseguo sin da bambina. So che è dentro di me. E so anche che si chiama serenità. La serenità di vivere i miei giorni senza farmi male, apprezzando ogni singolo momento. Il terzo sogno invece è quello di rifugiarmi, quando sarò vecchia, in un piccolo paese di montagna. È un sogno che coltivo da un po’ di tempo perché una volta sono andata a trovare un amico che abita in montagna, in una piccola casetta di legno. Davanti la casa c’era una grande montagna e il sole stava tramontando. Mi sono seduta per terra, accanto avevo le galline che camminavano libere e in un recinto c’era un cavallo bianco che correva. Ecco, io in quel momento ho avvertito la presenza di Dio. E ho pensato: “È così che voglio invecchiare”.

Grazie Valentina per aver passato questo momento bellissimo a parlare con noi con grande sincerità e passione, e grazie per averci dedicato il tuo prezioso tempo. In bocca al lupo per il tuo futuro professionale che sia di successo, sempre fruttuoso e ricco di belle soddisfazioni. Io e tutta la redazione de “ilprofumodelladolcevita.com” facciamo il tifo per te. Grazie ancora e buona fortuna.

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra