Il palcoscenico del Teatro Olimpico di Roma ha ospitato un’altra delle clamorose performances di Vittorio Sgarbi che continua a dimostrare come gli artisti del Rinascimento abbiano sostanzialmente influito sul modo di essere, di vivere, di pensare di noi “ moderni “ ( la sua influenza è ravvisabile anche in pittori del XX secolo come Salvador Dalí ) e lo fa con un excursus su un genio che circa cinquecento anni orsono nacque in quel di Urbino, Raffaello Sanzio, Raffaello per il mondo intero.

Figlio di un altro maestro della pittura, Raffaello è noto ai più per le sue Madonne e per la sua “Scuola di Atene “ un affresco databile al 15091511 attualmente situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro Stanze Vaticane, poste all’interno dei Palazzi Apostolici e Sgarbi, che confessa al pubblico in sala il suo dubbio sulla eccessiva durata dello spettacolo al quale ci si accinge ad assistere, sa farsi agevolmente “ sopportare “ attraverso descrizioni e racconti, oltre che con aneddoti incredibilmente arguti che rivelano, se mai ve ne fosse ancora bisogno, la grande cultura ferrarese ai quali ci ha piacevolmente sottoposti.

Da dongiovanni impenitente qual’è Il Vittorio nazionale loda la passione per le donne di Raffaello che, non dimentichiamolo, orfano di padre crebbe alla bottega del Perugino diventando, lui e Michelangelo, i preferiti dei Papi Leone X e Giulio II, ed evidenzia come potesse anche diventare capriccioso se le sue passioni per la carne non venissero adeguatamente soddisfatte; Sgarbi evidenzia ancora, con la sua simpatica sagacia, che fortunatamente la vita del pittore urbinate non fu troppo lunga perché, diversamente, il suo spettacolo invece che tre sarebbe durato almeno sei ore; osserva inoltre che un pittore che alla sua maggiore età aveva dipinto lo “ Sposalizio di Brera “ ed oltre cinquanta Madonne una diversa dall’altra non poteva non essere che un genio in grado di far morire d’infarto un suo “ concorrente “ al solo vedere una sua natura morta.

Simpaticissime le osservazioni di Sgarbi sulla “ Gioconda “ che secondo il celebre critico rappresenta la base di tutti i dipinti di genere femminile di Raffaello ed alcune osservazioni sulla possibilità che il ritratto di Leonardo possa venire esposto in Italia ( ma in cambio dovremmo dare, secondo lui, non solo “ L’uomo di Vitruvio “ e qualche opera minore di Leonardo del genere del “ Baldassarre Castiglione “, ma anche lo stesso Ministro italiano dei Beni Culturali ).

Francamente appassionato il paragone in apertura di spettacolo che Sgarbi fa accostando Caravaggio a Pasolini o descrivendo l’universalità di Michelangelo e la “ totale incapacità “ di un dilettante del calibro di Leonardo ma sublime è il suo riconoscere come Raffaello non abbia alcuna necessità di essere descritto o lodato, nemmeno da Sgarbi stesso che continua affermando infine che l’urbinate è davvero il nostro più grande pittore oltre che un filosofo che riesce a mettere Dio nel suo pennello allungando all’infinito il tempo della Creazione.

Trionfo finale del nostro critico più pregnante di questo periodo è la sua dichiarazione d’amore per il “ Baldassarre Castiglione “, il “ più bel ritratto al mondo “ e per l’autoritratto in cui Raffello sembra somigliare un pochino a Depardieu con davanti un giovane che “ sembra chiamare le ragazze per lui “.

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