Voglio  Mangiare  il  tuo  pancreas  web-novel  del  2013  di  Yoru  Sumino,  è  stato  tra  i  più fortunati fenomeni multimediali degli ultimi anni in Giappone e non solo, da cui ne sono stati tratti un libro (2015), un manga (2015-2017), un film Live Action (2017) e, in ultimo, questo  bell’Anime  diretto  da  Shinichirō  Ushijima,   e  che  probabilmente  è  il  migliore  tra tutti gli adattamenti.

Il protagonista della storia (che rimarrà senza nome fino al termine della pellicola) è un ragazzo introverso, senza amici e che condivide poco con gli altri, compagni e non. L’unica sua passione è leggere libri ed a scuola lavora come biblitecario, catalogando i libri. Qui incontra una sua compagna di classe, Sakura, della quale conosce ben poco, e che ha un carattere completamente opposto al suo, estroverso, dinamico, scanzonato, quasi un piccolo tornado. Un giorno, il protagonista si trova all’ospedale per alcuni accertamenti e mentre è in sala d’attesa trova un diario. Il caso vuole che appartenga proprio a Sakura, che si scopre affetta da una malattia terminale al pancreas, rimanendogli solo pochi mesi di vita. Il ragazzo nonostante l’evidente shock, cerca di mantenere il suo aplomb, non mostrando a Sakura alcuna particolare emotività di fronte a questa notizia. Sakura, però, gli spiega che lui è l’unico, a parte la sua famiglia, che sa della sua malattia. Il ragazzo, a quel punto, gli promette di mantenere il segreto. Essendo rimasta affascinata dalla reazione fredda ed insolita del ragazzo alla scoperta della sua situazione, e nonostante il loro carattere completamente agli antipodi, Sakura decide di voler passare gli ultimi mesi della propria vita con lui, chiedendogli di accompagnarla a fare qualsiasi cosa gli passa per la testa. Il ragazzo, seppure all’inizio reticente, sceglierà di accontentare Sakura, non sapendo, però, che in questo modo inizierà un viaggio che lo porterà non solo in “luoghi” dell’esistenza a lui sconosciuti, aprendolo al mondo e avvicinandolo sempre di più agli  altri, ma soprattutto a se stesso.

Come accade in molto adattamenti di romanzi o novelle giapponesi, le particolari tonalità espressive ed emotive del romanzo riescono ad essere esaltate dall’estetica che riesce a trasfigurare e rendere immediatamente percepibili allo spettatore le emozioni dei personaggi, esteriorizzare la loro vertiginosa introspezione psicologica. Ad esempio, a differenza della trasposizione cinematografica, che oltre ad una forse artefatta ed inadeguata fotografia televisiva, aggiunge una parte – pleonastica e soprattutto incongrua con la logica che chiudeva il romanzo (e l’anime) – che vede il protagonista cresciuto e diventato professore nella stessa scuola in cui aveva incontrato Sakura, ma che ancora vive – come se la storia con Sakura non avesse cambiato nulla nella sua percezione del reale e delle persone –  nel ricordo doloroso della sua amica. Si perde, nel film cinematografico del 2017,  l’aspetto  forse  più  interessante,  nella  Novel  come  nell’Anime,  della  relazione  tra  i personaggi,  cioè  non  solo  come  la  psicologia  del  protagonista  evolva  e  cambi  grazie  a Sakura, ma anche il gioco che vede i personaggi scambiarsi le caratterizzazioni per come fatte  percepire  allo  spettatore  all’inizio  della  vicenda  dove  lui  viene  disegnato  come  il ragazzo maturo e serioso e lei la ragazza frivola e naïve, per poi scoprire che forse è vero il contrario, e la maturità autentica sta, come ci dice Sakura, nella capacità di relazionarsi ed aprirsi  agli  altri,  perché  solo  se  io  mi  relaziono  a  te,  all’altro,  posso  essere  me  stesso. Peraltro,  nel  film  del  2017,  l’attore  scelto  per  interpretare  il  protagonista  adolescente appariva  troppo  palesemente  adolescente,  e  non  rimandava  quasi  per  nulla  all’artefatta maturità che il personaggio del romanzo trasuda in ogni pagina e che l’anime, invece, ben rappresenta.

In questo senso, infatti, Ushijima, rimanendo fedele al romanzo, è riuscito ad evitare tutte queste problematiche, rimanendo mimeticamente fedele alla novella di Sumino. E è riuscito soprattutto, grazie a tonalità delicate e dai tratti semplici, a sublimare il dramma che aleggia per tutta la storia (lo spettatore ne è avvertito fin dal primissimi minuti) in una serie di accenni disseminati lungo il corso degli eventi. Così facendo il film, se non per alcuni momenti, non sfocia mai nel melodramma in quanto tale. Appunto come in molta grande animazione giapponese, Voglio mangiare il  tuo pancreas, riesce ad affrontare  temi complessi e profondi (la solitudine, la relazione con l’altro, l’amore e la morte) con una leggerezza e pacatezza che li rende sempre agevoli e coinvolgenti.

In tutto ciò, però, c’è spazio anche per qualche problema. In particolare il fatto che il regista sceglie di affidarsi troppo ai dialoghi, facendo perdere mordente alla drammatizzazione, che risulta sminuita da dialoghi sì profondi e ben scritti, ma le cui tematiche appunto non vengono rese attraverso una costruzione scenica e drammaturgica, ma sono talvolta messe in bocca ai protagonisti, che le spiegano agli spettatori in una maniera talvolta didascalica, cosa che fa perdere un po’ di pathos.

Ciò nonostante Voglio Mangiare il tuo Pancreas dona un’esperienza unica, bella ed elegante, mostrando, con delicatezza e semplicità, come la morte, talvolta, può diventare l’occasione di una (ri)nascita.

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