Profondamente umano nel descrivere il valore spettacolare delle opere di un artista disgraziatamente solo e sommerso da incubi che soltanto da pochi anni l’arte sta riconoscendogli il diritto ad essere inserito nella lista dei grandi della pittura mondiale, Giorgio Diritti descrive il valore della diversità che non ha precluso ad Antonio Ligabue, Tony per quelli che nel tempo gli sono diventati “amici” solo perché primi tra tutti ne compresero l’immenso valore artistico ed economico, di esprimere dal profondo della sua anima inquieta la vita e la morte che contemporaneamente sussistevano in lui.

La figura di un uomo reietto, avvicinatosi alla pittura forse inconsapevolmente, che ha saputo esprimere nelle sue opere un punto di vista sulla vita da lui vissuta in maniera intensa, originale descritta con tigri, leoni,gorila all’interno di una giungla popolata da figure simili alla sua solitudine popolata da incubi è interpretata da un superlativo Elio Germano la cui maschera viene abilmente creata alla stregua di quel Craxi interpretato da Favino nel film che riguarda il politico fuggito ad Hammamet.

Il film narra a tinte forti l’avvicinamento alla pittura di un bambino nato con problemi fisici che ne causarono la sua emarginazione, elemento questo alla base dei suoi successivi problemi psichici, e che sentendosi  inadeguato, addirittura “sbagliato”, ha espresso nelle sue tele gli istinti da lui provati in particolare nei momenti di crisi alla base del suo continuo desiderio di nascondersi ma dai quali emerge comunque il forte desiderio di vivere

Giorgio Diritti ha saputo a mio parere descrivere in maniera perfetta il valore di quella diversità che, in quanto tale, ha costituito la base di un successo ottenuto sulla consapevolezza che la diversità in se stessa è tale da costituire un apporto per coloro che si ritengono normali perché “… se sono diverso da te vuole anche significare che ho qualcosa da darti che tu non conosci “, un assioma per il povero Ligabue che ha vissuto una favola amara il cui fine è stato, sempre, il desiderio di restare attaccato alla vita.

Nella pellicola, che sarà in sala a partire dal prossimo 27 febbraio, lo sviluppo narrativo della sceneggiatura non segue soltanto l’aspetto biografico del grande pittore le cui opere sono ora assimilate a quelle di Van Gogh  e di Fauves, ma descrive molto chiaramente e senza mezzi termini lo stato d’animo e le intime emozioni di Ligabue comportando con ciò, per lo spettatore, un coinvolgimento profondo, un interesse non facile da provare in opere analoghe magari di maggior fama.

La verità è il maggior fattore di un film che nel suo profondo intende trasferire la sensazione di quella “ favola nera “ che ha sempre accompagnato la vita di Tony: il suo “codice di comportamento”, il suo modo di vestire, le ambizioni sempre sottese che quasi al termine della sua vita è riuscito a soddisfare, riuscendo addirittura a provare il sentimento dell’amore che per lui si concretizzava, inaspettatamente, nel desiderio di “ sposarsi “.

Gran bel film, che va visto non sotto la lente della critica all’operato del regista e dei tanti protagonisti che con Elio Germano popolano la pellicola, ma nella prospettiva di recuperare l’immagine profondamente umana di un uomo la cui mente velata da una certa follia ha saputo diventare nel corso di una vita sempre in salita uno straordinario elemento per la costruzione di una identità sempre sottesa e poi consapevolmente cercata e finalmente trovata.

Una fotografia caratterizzata da notevole espressività ricavata da ambienti ripresi al naturale che accompagna, con le nebbie della bassa padana, la latente tristezza di un film che merita assolutamente di essere visto ed il cui contenuto può essere così riassunto nel latente pensiero del pittore: “ volevo nascondermi perché ero emarginato, ero un bambino solo, un matto da manicomio, ma….volevo essere amato “

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