Youth – La giovinezza (2015)

Prima di scrivere questa recensione ne ho lette diverse. Ho sentito diversi commenti di amici che amano il cinema e lo vivono con passione e competenza. E’ sulla base di queste prime valutazioni che mi sento di affermare che l’ultimo film di Paolo Sorrentino, Youth, non è un film per tutti. Nel senso che non tutti gli amanti del cinema, ovvero coloro che vanno al cinema per divertirsi e rilassarsi, riescono ad apprezzare questo film che a mio avviso è un vero capolavoro narrativo prima ancora che cinematografico. “Youth” aderisce perfettamente all’approccio culturale contemporaneo di matrice francese, che vede il cinema come il vero erede della filosofia quale arte del pensiero e della riflessione sul senso della vita, per migliorare la propria vita terrena, e per arrivare alla Saggezza frutto di sani principi quali l’Etica, la Moralità e l’Estetica.

Sorrentino in Youth maneggia con estrema maestria, eleganza e apparente leggerezza i grandi temi dell’uomo di ogni epoca: il senso della vita, il tempo, l’amore, la giovinezza, la vecchiaia, la fedeltà, il tradimento, il romanticismo, la passione, la bellezza, la cultura, la sensibilità, le arti quali espressione dell’animo umano, la speranza, il futuro, la fiducia, la disperazione, il significato del suicidio, la famiglia, l’amore filiale e l’amore dei figli verso i genitori, insomma tutti i concetti che dall’origine dell’uomo sono stati al centro della sua riflessione e del suo pensiero speculativo e filosofico.

Il film narra di due grandi artisti oramai anziani (impersonati dai magnifici Michael Caine e Harvey Keitel), amici da sempre, che sulla soglia degli ottanta anni decidono di passare nello stesso Resort di lusso svizzero, alle pendici delle Alpi, un periodo di vacanza e di riposo. Caine è un compositore di fama mondiale che ha abbandonato i teatri per la pensione; Keitel un grande regista hollywoodiano che sta lavorando al suo ultimo film testamento insieme ai suoi fidati collaboratori. Caine pensa che il modo migliore per abbandonare il successo e la grande notorietà, sia l’uscita di scena silenziosa e riservata. Keitel, invece, vuole uscire di scena con la sua ultima opera, un film testamento che dovrà entrare nella storia del cinema.

E’ dal confronto tra i due grandi artisti, Caine e Keitel, che Sorrentino ci parla dei grandi temi dell’uomo di ogni tempo. E’ da come Caine e Keitel osservano gli ospiti e il personale del Resort, e ne commentano le azioni, i discorsi, i silenzi, le posture, che ci fa entrare in un flusso di pensieri straordinariamente ricco e stimolante, come tanti aghi di medicina cinese che ci vengono infilati lentamente nel corpo e che, stimolando punti precisi del nostro cervello, scatenano emozioni e riflessioni che altrimenti mai avremmo fatto. Ed è a questo punto che il film di Sorrentino si inquadra come “cinema che prende il posto della filosofia”. Ed è per questo stesso motivo che Youth non è un film per tutti.

PS – Per concludere questa breve recensione, parafrasando Aristotele, potremmo dire che chi pensa che nel ventunesimo secolo per essere uomini e donne al passo coi tempi, colti e stimolati nel pensiero e nella riflessione, non sia necessario andare al cinema per vedere film come Youth, dà l’addio alla vita poiché tutte le altre arti al confronto appaiono solo come chiacchiere e vaniloqui.

“Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui”. Aristotele, Protreptico o Esortazione alla filosofia, 350 a.C..

Commenti

commenti