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Quel ‘cattivo poeta’ di Gabriele D’Annunzio che sussurra alle nostre coscienze

Quel ‘cattivo poeta’ di Gabriele D’Annunzio che sussurra alle nostre coscienze

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Difficile trovare un personaggio nella storia italiana più divisivo di Gabriele d’Annunzio. O lo si ama o lo si odia. Chi lo innalza a vessillo di una giovane Italia che dopo il primo conflitto bellico poteva risorgere dalle sue ceneri ne ricorda le gesta epiche, prima fra tutte la presa di Fiume senza un solo colpo sparato. Chi lo odia, lo identifica, a torto o a ragione come un intellettuale vicino al fascismo anche se non fu mai un vero sostenitore della politica di Benito Mussolini e osteggiò il suo appoggio incondizionato a Hitler.  Un personaggio così totalizzante però non è mai stato raccontato almeno al cinema. Ci ha provato l’esordiente Gianluca Jodice con il suo “Cattivo Poeta” un biopic che arriva al cinema da giovedì 20 maggio, distribuito in 200 copie (molte se si considera il periodo che stiamo vivendo a causa della pandemia e delle limitazioni), grazie alla caparibietà dei produttori Matteo Rovere e Andrea Paris e con una coproduzione italo francese Ascent Film e Bathysphere  insieme a Rai Cinema.

“Un film sull’inverno di un poeta e di una nazione intera. L’ultimo anno di Gabriele D’Annunzio raccontato come fosse una storia di spie, basato però rigorosamente su fatti storici” ha spiegato lo stesso Jodice presentando il film a Roma al Cinema Adriano per l’anteprima stampa insieme a Sergio Castellitto che veste in modo magistrale i panni del Vate che in molti inneggiavano all’epoca come il possibile salvatore della Patria.

Siamo nel 1936 e Giovanni Comini, interpretato da Francesco Patanè è stato appena promosso al ruolo di federale a Brescia, divenendo il più giovane in Italia a ricoprire questa carica. A favorirlo è stato Achille Starace (l’attore Fausto Russo Alesi) il segretario del Partito Fascista. Il primo incarico affidato al giovane federale è quello di recarsi a Roma, dove gli viene ordinato di “vegliare” su Gabriele D’Annunzio, per evitare che lo scrittore, ormai anziano, possa creare danni all’ascesa del fascismo e alle alleanze internazionali. Una missione delicata, perché D’Annunzio negli ultimi tempi ha mostrato un temperamento molto inquieto, tanto da turbare il Duce, preoccupato che possa compromettere i nascenti rapporti con la Germania nazista. Comini si reca al Vittoriale, dove risiede D’Annunzio, ignaro che l’incarico affidatogli appartiene a un disegno politico molto più grande e passando sempre più tempo in compagnia di questo “cattivo poeta”, inizierà a dubitare di se stesso e del partito, mettendo a repentaglio anche la sua nascente carriera politica.

Un film che evoca mondi contrapposti: da una parte un luogo chiuso come il Vittoriale, quasi una prigione, “un Castello di Dracula” l’ha definito il regista, dall’altra un Paese che inneggia nelle piazze al Duce grazie ad una propaganda martellante raccontata dai cinegiornali dell’epoca. Con un finale quasi da spy story con l’ipotesi, neanche tanto velata, che alla fine D’Annunzio sia stato fatto fuori proprio perché scomodo e avverso al regime fascista. Già perché una cosa è certa: Gabriele D’Annunzio è stato l’italiano più famoso all’estero e più influente in Patria. La parola del Poeta non era quella di uno scrittore o un politico normale: D’Annunzio era stato un eroe di guerra, l’artefice dell’impresa di Fiume, aveva occupato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Era uno scrittore acclamato, il più tradotto, il più amato e il più odiato. E quello che forse maggiormente poteva offuscare l’immagine di Mussolini.

“Mai c’è stato un poeta tanto adorato in vita come una rock star – ha spiegato Sergio Castellitto –  un genio a 360 gradi, come Gabriele D’Annunzio e tanto odiato post mortem. Elsa Morante diceva che era un imbecille e Pier Paolo Pasolini lo detestava ed è una cosa strana perché D’Annunzio e Pasolini avevano qualcosa in comune, erano entrambi poeti-soldato, pronti ad uscire dalla trincea e a prendersi un colpo in fronte”.

Sarà, ma un film come questo potrebbe essere un vero e proprio detonatore delle coscienze, della forza della parola sulla ragione e non è un caso se un’opera come questa arrivi nelle sale in questi giorni e non è mai stata prodotta o pensata in precedenza. Il cattivo poeta non è solo l’immagine di un cattivo maestro che lo stesso Vate diceva di se stesso. Ma anche di un cattivo verso un fascismo che stava degenerando e di cattivo anche verso quell’Italia che dopo il secondo conflitto mondiale ha messo una “pietra tombale” sull’opera di uno scrittore che andrebbe riscoperto e studiato. Ora più che mai.