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“Io Arlecchino” di Matteo Bini e Giorgio Pasotti: la maschera vela e rivela

Pasotti Io Arlecchino
Pasotti Io Arlecchino
Pasotti Io Arlecchino

Paolo (Giorgio Pasotti) è un affermato conduttore televisivo. Ripartono i suoi impegni televisivi (complice Mauro – Massimo Molea –, l’infaticabile amico produttore) e riprende la sua relazione con la showgirl Francesca. Tuttavia, da Cornello del Tasso, il suo paesino natale sperduto in una valle lombarda, giunge una chiamata che sconvolge la sua vita: Giovanni (Roberto Herlitzka), l’anziano padre, sta molto male. Costui è stato uno stimato interprete teatrale che per anni ha impersonato Arlecchino in giro per l’Italia e adesso vuole rifarlo un’ultima volta assieme ad un eterogeneo ed affiatato gruppo teatrale di dilettanti. Paolo viene così coinvolto in una realtà che sembrava non appartenergli più. A poco a poco, prende le distanze dal vacuo mondo televisivo e si riavvicina al padre per anni trascurato, restando affascinato dalla sua bravura e dalla sua vitalità. Giorno dopo giorno, si cala dentro il nuovo ambiente e… nel personaggio di Arlecchino. Fino a compiere il passo decisivo.
“Io, Arlecchino. Le radici e le ali: un padre e un figlio” per la regia di Matteo Bini e Giorgio Pasotti: vive sotto l’egida del doppio, questo film. Opera prima per entrambi i registi, entrambi bergamaschi, si muove tra due dimensioni agli antipodi, la televisione con la sua nota superficialità da un lato, la provincia con la sua intuibile genuinità dall’altro. Due i protagonisti, a loro modo entrambi attori: uno anziano, di fatto in pensione senza però aver mai rinunciato alla propria, antica passione, l’altro giovane, di fatto in attività come presentatore ma in realtà attore dentro uno spettacolo di cui nulla controlla e che ha ormai svuotato la sua anima. Due le donne: Francesca (Lavinia Longhi), concentrata su di sé e la sua carriera, e Cristina (Valeria Bilello), ragazza del borgo, sensibile e altruista.
Nel doppio ci si può specchiare, e Pasotti si confronta con Herlitzka in una (doppia) prova attoriale di alto livello, un passaggio di consegne coinvolgente, delicato e pienamente rispettoso dell’altro. Il doppio, tuttavia, può pure restare tale, se non vengono costruiti ponti e sfumature. È ciò che accade con i personaggi di contorno, disegnati su luoghi comuni a tratti stucchevoli, il bonario, affettuoso e fiducioso sorriso degli attori dilettanti di uno spettacolo a misura d’uomo, e l’arrogante superficialità dei professionisti della “tele”-visione, dello spettacolo a distanza. E così il film scivola via leggero con qualche momento d’intensa emozione e un intreccio classicamente strutturato. Sì, “Io, Arlecchino”, sospeso come i suoi elementi costitutivi tra l’arte e l’industria, non riesce a discostarsi da una tipologia narrativa, a sua volta, sospesa tra il cinema e la televisione. E la coppia Bini-Pasotti sembra procedere con il freno a mano tirato, capace di scelte narrative e registiche sorprendenti (come i due momenti dedicati a Giovanni: la sua esibizione solitaria nel teatro maggiore e il suo congedo onirico), ma bisognoso di appigli riconoscibili per ancorare la storia. Al momento, dunque, apprezziamo le “radici”. E aspettiamo che, presto e magari ciascuno per proprio conto, Bini e Pasotti spicchino il volo sulle “ali” di un talento finalmente liberato.

Massimo Nardin è Dottore di ricerca in Scienze della comunicazione e organizzazioni complesse, docente universitario presso l'Università Lumsa di Roma e l'Università degli Studi Roma Tre, diplomato in Fotografia allo IED Istituto Europeo di Design di Roma, giornalista pubblicista, critico cinematografico, sceneggiatore e regista. È redattore capo della sezione Cinema della rivista on-line “Il profumo della dolce vita” e membro del comitato di redazione di “Cabiria. Studi di cinema - Ciemme nuova serie”, quadrimestrale del Cinit Cineforum Italiano edito da Le Mani (Recco, GE). È membro della Giuria di “Sorriso diverso”, premio di critica sociale della Mostra del Cinema di Venezia, e del Festival internazionale del film corto “Tulipani di seta nera”. Oltre a numerosi saggi e articoli sul cinema e le nuove tecnologie, ha pubblicato finora tre libri: “Evocare l'inatteso. Lo sguardo trasfigurante nel cinema di Andrej Tarkovskij” (ANCCI, Roma 2002 - Menzione speciale al “Premio Diego Fabbri 2003”), “Il cinema e le Muse. Dalla scrittura al digitale” (Aracne, Roma 2006) e “Il giuda digitale. Il cinema del futuro dalle ceneri del passato” (Carocci, Roma 2008). Ha scritto e diretto diversi cortometraggi ed è autore di due progetti originali per lungometraggio di finzione: “Transilvaniaburg” e “La bambina di Chernobyl”, quest'ultimo scritto assieme a Luca Caprara. “Transilvaniaburg” ha vinto il “Premio internazionale di sceneggiatura Salvatore Quasimodo” (2007) e nel 2010 è stato ammesso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali al contributo per lo sviluppo di progetti di lungometraggio tratti da sceneggiature originali; nell'autunno 2020, il MiBACT ha ammesso “La bambina di Chernobyl” al contributo per la scrittura di opere cinematografiche di lungometraggio.