L'immortaleL’Immortale una maschera stanca della Gomorra che fu 

Recensione di Giancarlo Salemi

Di Immortale c’è solo la saga di Ciro di Marzio, boss tanto spietato quanto solo, in questo spinoff che arriva nelle sale il 5 dicembre in 420 copie con l’ambizione di portare al cinema tutti quelli che non si sono mai imbattuti negli ultimi anni nella serie di Gomorra. 

È questa l’ambizione di Marco D’Amore che in questa nuova interpretazione, oltre a prestare il suo volto all’ineffabile Ciro, è anche regista di un film che per sua stessa ammissione “è un coro” di una Napoli viva. Sarà ma la maschera di Ciro, sulle ceneri di Gomorra, il bestseller di Roberto Saviano, sta perdendo colpi e rischia di essere un rituale che non va oltre all’ennesimo capitolo da offrire ai tantissimi fan della saga televisiva. 

“Abbiamo scelto di raccontare l’infanzia di Ciro in una Napoli devastata dal terremoto degli anni Ottanta – ha spiegato D’Amore nel corso della conferenza stampa di presentazione al cinema The Space di Roma –  tra le macerie di una collettività sgretolata e bambini abbandonati a se stessi che non hanno altra possibilità se non legarsi a esempi negativi di uomini che li usano come piccola manovalanza criminale”.

Avevamo lasciato Ciro di Marzio morente in fondo al mare per mano del suo “fratello” e unico amico, Genny Savastano. Lo ritroviamo invece vivo (la pallottola che gli era stata sparata a bruciapelo si era fermata a un centimetro dal cuore) esiliato a Riga a combattere con i fantasmi del passato ma sempre con l’unica cosa che sa fare veramente: trafficare droga per i potenti di turno, in questo caso dei malavitosi russi che sono in guerra con dei lettoni poco propensi a lasciargli il territorio. Quello che passa è un messaggio chiaro ai più: l’Immortale non lo uccide nessuno, come se la vera condanna è questa espiazione perenne della sua vita da boss, a vivere circondato dai fantasmi del male che ha fatto e del male che ha subito. 

Nel film che racconta il Ciro di oggi con quella del Ciro di ieri, sopravvissuto miracolosamente al terremoto in Campania negli anni Ottanta, c’è il tentativo da parte degli autori di far ritornare sulle scene un personaggio tanto idolatrato dai fan che non ne hanno mai potuto accettare la scomparsa prematura. Il problema però è proprio qui. La maschera di Ciro l’Immortale risulta stanca, sbiadita, ripetitiva e a tratti noiosa in quasi due ore di film dove anche la trama è abbastanza telecomandata con un finale che ovviamente non si svelerà ma è alquanto prevedibile. Perché ciò che appare chiaro è che non si vuole mettere un punto a questa storia della saga di Gomorra. Perché il personaggio rende anche se il personaggio stanca, sfilacciandosi in un già visto (Ciro negli episodi di Gomorra era già stato esiliato in Germania ad espiare le sue colpe, in questo nuovo capitolo è in Lettonia ma poco cambia rispetto al già visto e sentito).

Si salva certamente l’interpretazione del giovane Ciro grazie ad un ragazzino, Giuseppe Aiello, che ad appena 11 anni si muove alla perfezione nel ruolo e tra i vicoli di Napoli. “Questo film vuole essere un ponte – ha spiegato D’Amore – tra la quarta stagione già trasmessa in tv e la quinta serie”. Sarà ma a forza di tirare la corda, il rischio che questa si spezzi è molto alto. Ma è un rischio che Vision Distribution, Cattleya e Sky vogliono prendersi perché senza Ciro di Immortale non resta nulla, neanche il Gomorra che fu. 

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