Home Arte Maestro Platimiro Fiorenza, l’ultimo Grande Corallaio della Sicilia, conversa con Andrea Giostra.

Maestro Platimiro Fiorenza, l’ultimo Grande Corallaio della Sicilia, conversa con Andrea Giostra.

l'artigiano del corallo Platimiro Fiorenza, recentemente iscritto dall’UNESCO fra i Tesori Umani Viventi nel Libro dei Saperi del Registro delle Eredità Immateriali, per la sua antica e prestigiosa tradizione artigiana. Platimiro Fiorenza, artisan working coral , recently registered with the UNESCO Living Human Treasures in the Book of Knowledge of the Register of Intangible Heritage, for his ancient and prestigious tradition of craftsmanship

Il Profumo della dolce vita” ha incontrato il Maestro Platimiro Fiorenza, l’ultimo dei Grandissimi Maestri Corallai della Sicilia, nato a Trapani nel 1944, figlio di un artigiano-orafo-corallaio, che nella sua arte e nella sua professione, ha ricevuto tutti i più importanti e prestigiosi riconoscimenti possibili, da tutto il Mondo dell’Arte e della Cultura. Recentemente, nel 2013, l’UNESCO l’ha riconosciuto quale “Eredità Immateriali della Sicilia” e lo ha inserito nel “Libro dei Tesori Umani Vicenti”.

foto_libro_Passio_Drepani-112 (1)Il Maestro Platimiro Fiorenza ci racconterà, in questa chiacchierata con Andrea Giostra, della sua esperienza di artigiano, della sua esperienza di professionista della lavorazione di uno dei beni più preziosi del mare di Sicilia, di cosa intende per Arte e di cosa intende per Artigianato. Ci racconterà, insomma, un bellissima storia di vita, di uomo radicato nella sua bellissima terra, la Sicilia e il trapanese in particolare; condividerà cono i nostri lettori il dono prezioso del lavoro manuale che è quello che forse più di ogni altro nobilita l’uomo e la sua natura di essere umano che crea e trasforma il materiale grezzo, in bellezza pura.

Benvenuto Maestro Platimiro Fiorenza nella Redazione del nostro Magazine online, “ilprofumodelladolcevita.com”, che come saprà è un Magazine giovane ma letto da tantissimi artisti e professionisti del mondo dell’Arte, del Cinema, della TV, del Teatro e dello Spettacolo in genere. Quale giovane magazine, di recente, abbiamo avuto l’idea di dare visibilità, attraverso le nostre interviste, non solo ai grandi artisti di fama internazionale e italiana – che abbiamo intervistato più volte e che potrà leggere sul Magazine appunto!- ma anche a giovani e giovanissimi artisti, ad artisti che seppur di grande talento non hanno, o non hanno ancora avuto, la possibilità, di farsi conoscere al grande pubblico, ad artisti che come Lei sono patrimonio vivente dell’UNESCO e che pochissimi in Italia conoscono.

Detto questo, Maestro Platimiro Fiorenza, cosa direbbe ai nostri lettori che volessero conoscerla meglio da un punto di vista umano e professionale, per iniziare questa chiacchierata oggi con me?

Mi sento fortunato, poiché ho fatto un lavoro che a me piace molto, chissà quanti giovani non hanno avuto la mia stessa fortuna. Sono figlio d’arte ed è stato proprio mio padre ad instradarmi in questa attività professionale che mi ha affascinato attraverso tutte le leggende che hanno girato attorno al mondo del corallo e che mio padre mi raccontava; mi ricordo ancora che raccontava dei grandi Maestri che abbiamo avuto a Trapani, Maestri con la “M” Maiuscola.

Per me le arti sono la rappresentazione del bello, tutto ciò che riesce a sensibilizzare, creare emozioni, far parlare di se è arte e artigianato: per artigianato intendo coloro che operano nel mondo della professione e che lavorano sia manualmente che con l’aiuto delle macchine, e che in genere si costruiscono i ferri del lavoro.

Il futuro è dei giovani, e questa è una grande verità, però non sottovalutiamo come molti artigiani sono gelosi del proprio sapere e non trasferiscono le proprie esperienze alle nuove generazioni. Io personalmente considero questi artigiani dei mediocri. Esistono tantissimi artigiani che lavorano dentro i retrobottega per non far vedere quello che fanno. L’arte è come la cultura: è di tutti. L’attività professionale è un pozzo senza fondo, non si finisce mai d’imparare qualcosa.

Guardando i bei gioielli antichi, ci si accorge che i veri Maestri erano loro, “i vecchi artigiani”: primo perché lavoravano in arte di arrangiamento; secondo perché non avevano gli attrezzi e le opportunità che abbiamo noi oggi, come i lunghi tirocini tenuti presso bottega, che sono sempre stati di grande insegnamento sia professionale che di vita. Sono molto propenso ad un dibattito con chiunque voglia conoscermi per il continuo di questa piacevole chiacchierata sulla trasmissione del sapere artigianale alle giovanai generazioni, perché forse così si sta a poco a poco perdendo.

Sono d’accordo con Lei Maestro, purtroppo sono pochi gli artigiani, gli artisti che amano donare il proprio sapere e gioire nel vedere un giovane allievo che impara a fare le stesse cose che fa il Maestro! Ed è vero anche quello che Lei ha detto prima: solo i mediocri sono gelosi del loro sapere; i Grandi Maestri amano insegnare e trasmettere il loro sapere artistico, artigianale o professionale, e gioiscono nel dare questo dono di esperienza e di professionalità ai loro “discepoli”. Purtroppo in questo, noi siciliani, siamo molto provinciali e “meschini” nell’accezione sicula del termine! Ed è un vero delitto per la nostra cultura e per le nostre tradizioni più antiche che in questo modo si perderanno per sempre.

3297_foto8Maestro Fiorenza, in una delle sue interviste che ho ascoltato, Lei ha detto queste bellissime parole: “L’artigiano che non ha cultura rimane un operaio. L’artigiano che giorno dopo giorno si aggiorna e studia le nuove tecniche, i nuovi strumenti, i nuovi stili, diventa un artista!”. E’ una grandissima verità ed io la condivido in pieno. Com’è arrivato nella sua lunghissima esperienza di Artista-Artigiano insieme, e di vita vissuta, a questa bellissima definizione? Perché oggi dice queste parole così forti ma così importanti per il mondo dell’Artigianato ma anche per il mondo dell’Arte in genere?

È vero che la cultura affina l’artigianato, la conoscenza degli stili ci porta alla conoscenza dei periodi storici, da ciò possiamo dedurre le origini e le azioni, che abbinate alla conoscenza professionale ci permettono di produrre qualunque tipo di oggetto. Arte e cultura sono due cose che camminano di pari passo, non esiste arte senza cultura e non esiste cultura senza arte.

Ed a proposito di “Cultura”, Maestro Fiorenza, mi piacerebbe conoscere il Suo pensiero rispetto ad una bellissima frase – almeno secondo me! – che certamente Lei conoscerà e che è incisa nel grande Frontale del Teatro Massimo di Palermo, famoso perché costruito da due dei più grandi architetti del XIX secolo, Giovan Battista Filippo Basile e il figlio Ernesto Basile. Il Teatro Massimo di Palermo, lo saprà certamente, è il secondo più grande d’Europa per grandezza e capienza di spettatori e possiede una qualità acustica terza in Europa solo dopo l’Opéra National di Parigi e la Staatsoper di Vienna. Il Teatro è una vera e grandissima Opera d’Arte dove si mischiano tantissimi approcci culturali ed espressioni artistiche. La frase incisa sul Frontale è questa: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire». Lei, Maestro Fiorenza, leggendo, o rileggendo, questa frase, cosa Le viene in mente, cosa Le ispira che vuole condividere d’istinto adesso con noi?

Il Teatro Massimo di Palermo è una grandissima opera, come lo sono stati gli architetti del tempo, il padre Giovan Battista Filippo Basile e il figlio Ernesto, non potevano scrivere frase più bella di questa: ”l’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita …”.E’ vero! Attraverso l’arte i popoli possono rimettere a nuovo tutto ciò che è vecchio e pertanto possono rinnovare i pensieri e i sentimenti.L’arte fa scoprire attraverso la bellezza i segreti della vita ed apprezzare la vita stessa.

Inconsistenti le scene dell’amore se sono senza vita e senza arte, e di conseguenza senza vita e senza arte non c’è futuro. Leggendo e riflettendo su questa frase mi vien da pensare che facendo morire l’artigianato si rischia di annullare quella che è l’identità di un popolo e come diceva il presidente francese Charles de Gaulle:la fine di una nazione avviene quando non ci saranno più i garzoni a guardare le botteghe…”, aveva perfettamente ragione, il che si confà con quella famosa frase “l’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita”.

Le piacerebbe raccontare ai nostri lettori come è iniziatala Sua carriera di artista? Con quali vere difficoltà si è scontrato per andare avanti nel suo percorso professionale, per procedere nella sua carriera?

immagine profiloNella bottega di mio padre si lavorava nella realizzazione di oggetti unici e non di massa. Mio papà ripeteva sempre: “la concorrenza si batte solo con l’unicità dei pezzi, l’importante è farsi copiare”. Ed io, pian piano, fin da giovinetto, entrai in questa forma mentis. Quando ho realizzato il primo pezzo avevo 14 anni, era il lontano 1958. Il console del gruppo dei muratori e scalpellini dei Misteri venne in bottega e mi ordinò un lavoro per il gruppo. Si trattava di sostituire le piume realizzate in ferro e farle in argento. Mio padre mi diede carta bianca per realizzare quel lavoro. Ancora oggi esistono le “mie” piume e vengono esibite durante la processione dei Misteri che avviene il venerdì Santo di ogni anno. In quel periodo mi sono scontrato contro la categoria degli orefici: più apportavo novità, più per gli anziani ero considerato pazzo. Lavoravo la mattina e dopo pranzo fino alle 17.30, dopo andavo alla scuola di Arti e Mestieri, comunemente chiamata “scola di disignu“, ovvero “scuola di disegno”, e si usciva alle 22.00. Il liceo Artistico a Trapani ancora non esisteva, e mio padre non poteva mantenermi a Palermo. La difficoltà incontrata principalmente veniva dall’invidia della categoria che faceva di tutto per farmi passare per stravagante (anche qui nell’accezione siciliana del termine, che non coincide affatto con quella della lingua italiana!). Tutto nasceva dal fatto che l’innovazione negli stili che io portavo, toglieva a loro clienti.

Se nemmeno Gesù è stato profeta in patria, come ci possiamo aspettare che lo siamo noi comuni mortali? Il problema è tutto lì: gli innovatori, i grandi talenti, i grandissimi artisti, hanno da sempre dovuto lottare con il becero conservatorismo e l’ostinata mediocrità delle persone di potere e di influenza collettiva. E purtroppo oggi èla “mediocrità” a dominare il Mondo intero e i risultati sono sotto gli occhi di tutti! Ma lei, Maestro ce l’ha fatta, come tanti altri Grandi dell’Arte che nella loro giovinezza professionale si sono dovuti imbattere contro le stesse sue difficoltà sociali e psicologiche, perché di questo parliamo quando un’intera comunità ti attacca senza apparente motivo!

Lei, Maestro Fiorenza, nella Sua lunghissima carriera di Artista ed Artigiano-creativo, ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti da tutto il Mondo della cultura e dell’arte internazionale. Ci vuole raccontare quali sono stati quelli che ha apprezzato di più e perché? Quali di questi tantissimi riconoscimenti le hanno dato maggiore soddisfazione umana prima e professionale dopo?

Tutti i riconoscimenti sono importanti, perché per ogni riconoscimento che si riceve, vuol dire che c’è gente che crede in te, non siamo noi a poter giudicare il nostro operato, ma gli altri. Certo, sentirsi chiamare Maestro è una grande soddisfazione, ma sono le opere realizzate che vanno al vaglio degli altri e pertanto sono gli altri a giudicare. La soddisfazione più grande è che quando ero giovinetto ero stravagante, il tempo è stato galantuomo. Ogni riconoscimento porta sempre un’emozione a sé e principalmente dipende dallo stato d’animo del momento.

E’ vero, come Le dicevo prima, il tempo, la tenacia, la determinazione, la disciplina, il sudore del suo lavoro, i sacrifici che ha fatto fin da bambino, e il grande talento che Lei possiede, Le hanno dato ragione. E poi non si dice forse che “La Bellezza vince sempre sulla Bruttezza”? (sorrido).

Lei, Maestro Fiorenza, per diventare professionalmente quello che è diventato oggi, un Grandissimo Corallaio, probabilmente il più grande corallaio vivente, come ha imparato quest’Arte, chi sono stati i Suoi “Maestri d’Arte” e come ha perfezionato nel tempo il suo talento artistico?

Con il corallo ho sempre lavorato: all’età di 7 anni dentro bottega di mio padre spianavo, “affinavo” le prime navette “spolette” di corallo. Tutt’oggi continuo la lavorazione del corallo con grande passione e nella mia bottega, il lavoro, qualunque esso sia, si inizia dal disegno e si finisce dentro la bottega con la realizzazione dell’oggetto. La bottega è luogo di identificazione da generazioni, e ogni riconoscimento che mi viene dato tende sempre a rafforzare il mio modo di lavorare con orgoglio e soddisfazione.

Il miglior Maestro di quest’Arte fu mio padre, Pasquale Fiorenza. Nella scultura il Professore Domenico Li Muli. Nel futurismo dell’oreficeria il Maestro Giò Pomodoro. E poi la mia innata volontà di sapere e di conoscere sempre di più hanno fatto il resto.

Oltre al talento ed alla passione per il Suo lavoro, ha avuto dei Grandissimi Maestri, molto noti in tutto il Mondo per l’Arte che hanno espresso. I tre nomi che ha fatto, compreso quello di Suo padre, sono tre Grandissimi Artisti della cultura siciliana e della cultura pesarese, che hanno lasciato un’impronta indelebile. E questo Le fa un grande onore, oltre ad aver avuto un privilegio immenso!

Maestro Fiorenza, il lavoro di artista è un lavoro difficile e pieno di incertezze economiche, soprattutto all’inizio della carriera quando non si guadagna abbastanza e bisogna arrangiarsi con altri lavori.

Qual è la Sua storia da questo punto di vista considerato che Lei ha iniziato la Sua professione nella “Bottega” di Suo padre? Come ha vissuto da ragazzo prima, da adolescente dopo e da giovane uomo infine, questa “convivenza” umana e professionale con Suo padre, cosa assolutamente normale in quegli anni? Cosa vuole raccontare ai nostri lettori che possa appassionarli e che Le fa piacere ricordare insieme a noi?

A Trapani c’era un detto che mio padre ripeteva spesso: “artista.. artista chi da fami perde a vista” (artista…artista che per la fame perde la vista). Me lo diceva per farmi capire che prima di fare l’artista bisognava pensare “al pane sicuro”, che per mio padre non era altro che l’arte della riparazione di oreficeria. Chi faceva le riparazioni, a quel tempo, lavorava sempre. Chi aggiustava gli oggetti d’oro poteva guadagnarsi quello che gli basta per vivere dignitosamente.

Certo la fanciullezza è stata un po’ torbida, principalmente nei periodi estivi, quando vedevo altri bambini, miei coetanei, andare al mare ed io dovevo rimanere in bottega. Mio padre mi chiamava “spirìu”, ovvero: “è sparito”. E mi chiamava a voce alta. Io quando potevo, non perdevo occasione per fuggire e andare al mare con gli amici.

200756962-8c2302bc-a064-423f-acd0-30d14916ab28A dieci anni andai a lavorare presso uno stabilimento conserviero dove guadagnavo 15 lire l’ora. Dentro lo stabilimento c’era un’officina dove si lavorava, e mi ricordo che c’era un giovane che aveva una bellissima voce tenorina e quando lui cantava lo stabilimento si fermava.

Quando ero adolescente lavoravo di giorno e andavo a scuola la sera. La convivenza con mio padre era una cosa meravigliosa. Ma il rapporto lavorativo non era bello, perché mio padre pretendeva sempre di più e mi diceva sempre: “Non sai fare niente!”.

Prima di mettermi i bulini (scalpellino sottilissimo in acciaio) fra le mani, mi faceva scrivere in corsivo inglese, per stimolarmi sempre più a livello professionale, e inoltre mi diceva: “Nell’arte bisogna distinguersi nei particolari e nelle rifiniture, e dare agli oggetti realizzati sempre una forma diversa.

Sono stato dentro bottega fino al giorno che partii militare. Chi dice che stare dentro bottega da bambini è sfruttamento, sbaglia! Perché ciò che si assimila da bambini, solo guardando, non si dimentica più. Pertanto è un bene per i futuri artigiani “andare a bottega da bambini”. Io considero sbagliato far andare a lavorare i ragazzi all’età di 16 anni, perché è il periodo dell’adolescenza, un periodo giovanile con tanti grilli per la testa e non si ha la maturità per stare con disciplina e concentrazione dietro agli impegni lavorativi per imparare un’Arte, un Mestiere.

Sa una cosa Maestro? L’ho sempre pensata come Lei! Io da bambino, quando finita la scuola, d’estate me ne andavo a fare il manovale con mio papà che era un Grandissimo Mastro Muratore: “U’ Mastru finu” lo chiamavano a Montelepre, il mio paese di origine, perché era bravissimo nelle rifiniture dei particolari e dei dettagli delle case e delle ville che costruiva. A quei tempi il Mastro Muratore era una professione importantissima e prestigiosa, e avevano un grandissimo rispetto di tutta la cittadinanza. Emi ricordo che ero felice quando andavo con lui e volevo imparare tutto, perché costruire, creare dal nulla qualcosa che prende forma e lo puoi toccare oltre che vedere, per un Uomo o una Donna che hanno l’Arte nel sangue, è la cosa più bella che possa fare.

Quando i nostri politicanti da strapazzo, di una mediocrità intellettuale e culturale straordinaria, si sono inventati la legge a tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, hanno cancellato con un vero e proprio “atto demenziale”, millenni di cultura e di storia artigianale italiana che si era tramandata per millenni di padre in figlio. Oggi se un padre porta il figlio minorenne nella sua bottega, o nel suo studio di lavoro, o nel suo cantiere professionale, rischia l’arresto per sfruttamento del lavoro minorile: è una idiozia politica e giuridica che di fatto ha distrutto tutte le nostre più belle e millenarie tradizioni culturali, artistiche, artigianali, che hanno a che fare con le nostre tradizioni più antiche e più belle, con il lavoro manuale, con il lavoro dell’oggetto grezzo che prende forma viva, con il lavoro a contatto con la madre terra. Ecco cosa hanno fatto questi imbecilli! Ma questa è un’altra storia e purtroppo non possiamo approfondirla in questa bellissima intervista con Lei.

Si dice spesso che un bravissimo artista non è solo chi sa fare bene il suo lavoro, ma ci vogliono altre qualità che deve possedere, altri talenti, altre virtù. Lei, Maestro Fiorenza, cosa ne pensa di questo detto, cosa ci vuole dire in merito?

Esiste una grande differenza tra un bravo artigiano e un’artista. Oltre ad avere un bagaglio di esperienza professionale acquisite, ci vuole amore per la cultura, estro, una continuità nell’evoluzione degli stili, fare un buon uso delle critiche negative, fantasia, principalmente umiltà, usufruire di quel patrimonio di nozioni che ci hanno regalato i Maestri del passato e principalmente non essere un copista, ma mettere a fuoco la propria creatività.

I “copioni” alla fine vengono sempre scoperti e di certo non fanno una bella figura! E purtroppo, Lei me lo insegnerà, il mondo dell’Arte e dell’Artigianato, è straricco di “copioni” che si spacciano per creativi! Ma anche questa è un’altra storia Maestro. Magari ne parleremo, come per il lavoro di bottega per i bambini, nella prossima intervista. (sorrido).

Maestro Fiorenza, nella Sua lunga carriera artistica e professionale, quali vere difficoltà ha incontrato fino ad adesso e qual è stata l’esperienza che ha fatto nella Sua professione che non vorrebbe fosse mai accaduta?

Trapani: l'artigiano del corallo Platimiro Fiorenza, recentemente iscritto dall’UNESCO fra i Tesori Umani Viventi nel Libro dei Saperi del Registro delle Eredità Immateriali, per la sua antica e prestigiosa tradizione artigiana. Trapani: Platimiro Fiorenza, artisan working coral , recently registered with the UNESCO Living Human Treasures in the Book of Knowledge of the Register of Intangible Heritage, for his ancient and prestigious tradition of craftsmanship.

Non sono mai stato soddisfatto dei lavori che ho realizzato. Penso che avrei potuto dare molto di più. Le difficoltà incontrate sono sempre state legate alle poche conoscenza acquisite, sia storiche che culturali. Ho sempre cercato di saperne di più, perché non si sa mai chi incontri nella vita. Non mi è mai piaciuto fare la figura del cretino, anche se di apprezzamenti ne ho ricevuti tanti, e difficoltà anche a livello professionale ne ho avute molte.

L’uso del bulino, mi ha costretto ad impegnarmi tantissimo negli anni, e al contempo a fare tanti sacrifici. Per via delle difficoltà tecniche che richiede, ho dovuto esercitarmi a lungo in un estenuante tirocinio. E’ uno strumento importantissimo che non viene usato solo sul corallo, ma principalmente sui metalli nobili, il che è tutto un’altra arte. Sono pochi gli orefici che usarono il bulino per le incisioni, da non confondere con il bulino dalle punte secche per le incisioni ad acque forti.

Un altro elemento principale è cercare di incontrare il gusto dei committenti.

Chi durante il periodo della propria attività non ha fatto errori professionali? L’esperienza si acquista anche sugli errori fatti, basta un poco di modestia, capire e cercare di correggere gli errori e non ricadere sugli stessi.

Alla fine si finisce sempre lì, il nostro Migliore Maestro e la nostra personale ed intima esperienza: si impara dalla propria esperienza e dall’attenta osservazione dei più bravi, come diceva Lei prima.

Io, Maestro Fiorenza, sono un grandissimo lettore, in particolare del più grande scrittore del profondo dell’animo umano della storia della letteratura mondiale, tanto per rimanere in tema di Cultura, come diceva Lei prima. In uno dei suoi romanzi più conosciuti e più belli, “Memorie dal sottosuolo” pubblicato nel 1864, Fëdor Michajlovič Dostoevskij parla, tra le righe, della “Teoria dell’Umiliazione”. A partire dagli anni ’90, alcuni scienziati e psicologi americani, ne hanno fatto una vera e propria teoria psicodinamica, un modello psicologico che parte dal presupposto che: “Sono più le umiliazioni che subiamo nella nostra vita ad insegnarci a vivere meglio e a sbagliare sempre meno: si impara dalla propria esperienza e dai propri errori, soprattutto quando sono gli altri a farceli notare e magari ridono di noi!” Maestro Fiorenza, hai mai subìto delle umiliazioni professionali che Le hanno lasciato il segno ma che al contempo l’hanno fatta crescere professionalmente e Le hanno dato più spinta e più forza per andare avanti e continuare nella Sua carriera artistica molto particolare e molto affascinante, oltre che unica?

Fare l’artigiano ai miei tempi, quand’ero un giovane apprendista, era una continua umiliazione, specie nel dopoguerra quando c’era fame. Si era molto soggetti ai gioiellieri strozzini che esercitavano la loro professione sulle spalle di chi viveva lo spettro della fame. Solo gli idealisti come Dostoevskij potevano capire e comprendere le umiliazioni della povera gente, solo chi ha sofferto, chi ha peregrinato ed è stato colpito dall’indifferenza che nei momenti di crisi prende il sopravvento su tutto. Mio padre era un idealista puro e non volle mai lavorare per i gioiellieri strozzini, mi ripeteva sempre: “Vai avanti con le tue forze. Il tempo ti darà ragione. Mai piegarsi ai soprusi. Devi camminare sempre a testa alta. Sii sempre orgoglioso di ciò che fai, ma non montarti mai la testa. Le critiche, anche se negative, sono sempre costruttive.” Anche se le critiche negative le odiavo, capivo bene che “bisognava trarne buon uso. Solo così si può crescere. Bisogna avere il coraggio di continuare ed andare avanti perché il tempo è galantuomo, ed alla fine se hai messo passione e talento, ti dà ragione.”

Maestro Fiorenza, facendo questo lavoro, magari nella gioventù, non certo adesso, Le è mai venuto in mente, durante uno dei tanti momenti di difficoltà che avrà certamente attraversato e che normalmente un artista attraversa, di pensare: “Basta, non ce la faccio più! Adesso mollo tutto e faccio altro!”?

Platimiro-Foirenza-artista-del-corallo_30s-300x200Quando ero giovane, come tutti i miei coetanei, avevo tanti grilli per la test. Mi sentivo padrone del mondo, e finita la carriera militare obbligatoria tornai a casa e mi misi nuovamente a lavorare, ma pensavo continuamente di partire per andare fuori ed emigrare. Così alla prima occasione, unitomi a due amici, partii per la Germania a cercare fortuna. Era il lontano 1966. Arrivati lì iniziammo a lavorare in una fabbrica dove venivano riempiti dei gomitoli di fili di cotone e fili di lana. La vidi per la prima volta la vita degli emigrati, in uno stanzone di circa 6 metri per otto dormivano circa ventidue giovani, con un gabinetto e due lavandini per lavarci. Dovevamo fare circa cinque chilometri di bosco a piedi per andare a lavorare. Immaginate la sera il ritorno a casa da fare a piedi nel mese di novembre! Dopo dieci giorni i miei amici si son fatti licenziare, ed io, per solidarietà, mi sono licenziato.

Abbiamo girato la Germania dal Nord al Sud e ho visto cosa significa la “fame”, cosa significava dormire fuori con la neve e solo così ho capito che non era vita per me.

Giunti a Basilea siamo andati a chiedere un piatto caldo alla Missione Italiana, la sorpresa quale fu? Incontrai un amico di mio padre e mi disse: “Tu che ci fai qui?”. Risposi che ero li per cercare lavoro, mi guardò stupito e mi disse: “Tu, ti dovresti vergognare, non ti do qualche sberla per rispetto di tuo padre. Se io non conoscessi la tua famiglia e non sapessi il lavoro che fai! Cosa mi vieni a raccontare che sei qui per lavoro! Lavati la faccia e vergognati.” Oltre all’umiliazione, non ebbi il coraggio di dire una parola. Provai vergogna di me stesso e quella fu la goccia che fece cambiare la mia voglia di andare fuori a trovare lavoro. Mi ritirai in buon ordine a casa d mio padre, e ripresi il lavoro in bottega.

Sa Maestro, penso che Lei abbia fatto bene a fare questa esperienza che è andata male! Penso anche che suo padre in fondo sapeva che sarebbe ritornato, ma con una carica in più e con una forza e una determinazione che Le avrebbe dato solo quell’esperienza fallimentare in Germania. Se non l’avesse fatta, Le sarebbe rimasto per sempre dentro di sé il rammarico di non aver tentato “la fortuna” altrove, il rimpianto di non essersi messo in gioco in un’altra dimensione lavorativa, e forse oggi non avremmo il più Grande Maestro Corallaio vivente patrimonio dell’UNESCO! (sorrido).

Che età aveva, Maestro Fiorenza, quando ha deciso che avrebbe fatto questa professione per tutta la Sua vita? E quando ha comunicato ai suoi genitori che non avrebbe fatto altro se non continuare a coltivare il “patrimonio culturale, artistico e professionale” della Sua famiglia? Si ricorda cosa Le hanno detto i Suoi genitori? Vorrebbe raccontarcelo se Le fa piacere?

Io sono l’unico di sei figli che Ha continuato la tradizione di famiglia. tutti i miei fratelli sono passati dal banco di lavoro. in quei tempi era diverso per i giovani, c’era sia lo studio che il lavoro. e durante i periodi estivi si andava in bottega ed io più degli altri, perché mi piaceva la vita lavorativa, anche se ogni tanto fuggivo per il mare: un’altra mia grande passione. Finita la scuola media, dissi a mio padre che volevo fare la sua professione perché ero molto portato per i lavori manuali. Mio padre sorpreso mi disse che era un peccato non studiare più e che la vita degli artigiani era una vita di privazioni, di tanti sacrifici. Io insistetti e così entrai in bottega. Mio padre era scontento perché abbandonai gli studi, ma soddisfatto perché c’era una continuità familiare dell’attività artigianale di famiglia. Mi piaceva molto disegnare e dipingere, e infatti, qualche anno dopo, mi iscrissi alla scuola serale di disegno, e tra la scuola e la bottega di mio padre imparai l’uso del bulino sui coralli, dell’incisione e della fusione. Un po’ tutte le tecniche dell’oreficeria. Ogni giorno era un’esperienza nuova, e proprio questa diversità mi faceva amare sempre di più quella che sarebbe diventata la mia professione. Mia madre, invece, non era molto contenta. Avevo abbandonato gli studi e mi ero messo a lavorare. Il posto fisso non era fatto per me. La libertà non ha prezzo! Io sono sempre stato un ragazzo libero sin dalla nascita. Non mi sono mai pentito di questa scelta di vita, di questa scelta professionale. Anzi, mi reputo fortunato, perché faccio ciò che mi piace e ho fatto della mia passione la mia professione di vita.

Dire che è stato fortunato è solo un eufemismo, Maestro Fiorenza. Lei ha scelto la strada più dura e difficile: ma allora, quando ha fato questa scelta, non sapeva che era una scelta obbligata dalla sua innata passione e dal suo talento: non credo che avrebbe potuto fare altrimenti. Quindi credo che il suo destino professionale, un destino artistico di grandissime soddisfazioni e di grandissimo successo, era già scritto nel suo codice genetico!

particolare presepe (3) terMaestro Fiorenza, una delle domande che facciamo sempre agli artisti che intervisto perché li rende più simpatici, è di raccontarci la cosa più buffa e divertente che è accaduta loro nell’esercizio della loro professione. Sono spesso episodi imbarazzanti ma che poi, nel raccontarli, diventano simpatici. Lei cosa ha il piacere di raccontarci di bello e di divertente al contempo che Le è accaduto nel passato o anche recentemente nell’esercizio della Sua professione?

Nel mese di Novembre del 1989 un mio amico mi portò un bel paio di orecchini pendenti di corallo per pulirli. Erano orecchini risalenti alla metà dell’800, di fattura trapanese. Avevo già in bottega altre paia di orecchini su quella tipologia di stile, commissionati per alcuni antiquari di Catania. Dopo il processo della lucidatura, misi gli orecchini del mio amico dentro una busta senza accorgermi che avevo cambiato gli orecchini, facendo uno scambio di buste, quelli antichi erano orecchini che costavano intorno ai quattro milioni, mentre le imitazioni costavano la metà. Consegnai gli orecchini al proprietario che non si accorse dello scambio. Dopo tre giorni, quando stavo per consegnare gli altri orecchini all’antiquario, mi accorsi dello scambio avvenuto sol perché gli orecchini antichi avevano i punzoni, mentre le imitazioni no. Bloccai l’antiquario e andai a casa del mio amico con gli orecchini antichi. Per fortuna lo trovai, c’erano la moglie e la figlia, quest’ultima sfoggiava gli orecchini e non si erano accorti della sostituzione. (sorride). Ho dovuto spiegare loro tutto quello che era accaduto, compresa la differenza del valore economico degli orecchini. Loro erano un po’ turbati. Erano convinti che volessi derubarli. Per mia fortuna arrivò la madre, ovvero la nonna, e spiegai la sostituzione. Ero veramente mortificato. Al ché la nonna disse ad alta voce: “Non conoscete la vostra roba? Non vedete che le chiusure sono leggermente diverse? Questi sono i miei orecchini. Erano di mia madre, volete che non conosca i miei orecchini?” Il mio amico mi guardò dispiaciuto chiedendomi scusa. Dopo quel giorno, ogni volta che mi vede, decanta la mia onesta e ci facciamo delle risate pensando all’accaduto.

Purtroppo l’onestà non sempre viene riconosciuta immediatamente. La prima cosa a cui si pensa è il “male”! E quando ci sono di mezzo degli equivoci, la cosa diventa ancora più complicata, ma anche più divertente! Meno male che c’era la nonna che con una “vuciata” ha messo d’accordo tutti!!! (sorrido). Grazie per questo bel racconto Maestro.

Oggi in Italia, e in Sicilia in particolare, l’artigianato sta a poco a poco morendo, forse è già morto! Quei pochi “Maestri d’Arte” ancora in vita, non tramandano più, come avveniva nel passato, la loro professione, la loro esperienza, le loro tecniche, il loro talento. La politica italiana degli ultimi trent’anni – e mi assumo la responsabilità di quello che dico ed h detto prima in proposito! – ha distrutto lentamente l’artigianato italiano, e siciliano in particolare, basato storicamente e da millenni, da un “passaggio d’arte” di padre in figlio, come dicevamo prima Maestro. Oggi, con le nuove norme europee, recepite ovviamente anche dall’Italia, se un padre artigiano porta il figlio in bottega per insegnargli il mestiere, rischia una denuncia per sfruttamento minorile! Cosa pensa di questo grandissimo problema che oramai ha – secondo me – definitivamente affossato la grandissima arte dell’Artigianato italiano riconosciuto in tutto il mondo come la migliore in assoluto, l’artigianato dei Grandi Maestri d’Arte quale si definiva lo stesso Leonardo da Vinci?

L’artigianato è destinato a scomparire, un po’ come la nostra vecchia cultura. E’ una cosa che parte “dall’alto”, l’ignoranza è una grande industria, un po’ come la disoccupazione. In questo modo la gente si può strumentalizzare a proprio piacimento, di conseguenza anche i maestri d’arte ancora in vita, non hanno più le conoscenze delle vecchie categorie, tutto ciò porterà un giorno alla completa estinzione delle tecniche artigianali. Dalla mia bottega sono usciti una trentina di giovani che, di conseguenza, hanno aperto bottega un po’ in ogni dove, purtroppo questa politica parte anche dai sindacati, anziché proteggere i lavoratori hanno fatto scomparire i doveri, acclamando a voce alta i diritti si sono tutti dimenticati dei doveri. Un esempio pratico sono anche i corsi di formazione “soldi, soldi… e poi? I risultati quali?”, sono veramente pochi i ragazzi che dopo aver fatto i corsi di formazione hanno realmente imparato l’Arte e lavorato nel settore di competenza. Mentre un ragazzo che va a bottega non perde il proprio tempo, anzi è tutto tempo guadagnato. Esistono artigiani con grandissime capacità e conoscenze accumulate in tantissimi lustri di duro tirocinio di bottega. L’artigiano conserva usi, linguaggi e riesce ancora oggi a trasmettere emozioni. Dal momento che non esistono più i garzoni di bottega, oggi stiamo vedendo i risultati. Andare in bottega per imparare l’Arte dell’artigianato a sedici anni, è il più grande errore che i politici hanno potuto fare, e come ho detto all’inizio, per me, è una volontà politica, stimolata dall’alto.

spilla in corallo mediterraneo - .ìNon credo ci sia una volontà politica di distruggere l’artigianato, Maestro. C’è un’ignoranza e una mediocrità politica che non capisce che le scelte che fa distruggono le cose più belle e importanti che abbiamo. Se ci fosse volontà politica, per un obiettivo preciso (che in questo caso non si capisce bene qual è), potremmo parlare di scelte intelligenti anche se diaboliche. Qui il fatto è che sono scelte fatte da personaggi che eccellono in mediocrità e in ignoranza, e non sanno i danni che fanno: quindi mediocrità, ignoranza e presunzione. Una miscela più distruttiva di un micidiale tsunami!

Maestro Fiorenza, alla luce della sua immensa esperienza artistica ed umana, se Lei dovesse raccontare ad un bambino o ad una bambina di dieci anni che cos’è l’Arte, cosa direbbe per farglielo capire bene?

L’arte è la più bella favola del mondo. Attorno all’arte girano tante di quelle fantasie che s’incontrano con il fantastico mondo dei bambini: il riuscire a colpire il loro immaginario e fare entrare i bimbi in quel mondo. Non è facile ma nemmeno difficile, bisogna avere solo un po’ di giovinezza d’animo ed empatia.

Il loro mondo penso che sia una cosa bellissima, ho avuto esperienza con mio padre, mi ha fatto entrare nel grande mondo presepistico, raccontandomi dei personaggi attraverso favole, magari al momento inventate. Questi racconti mi hanno fatto fantasticare ed entrare nel mondo dell’arte. Un mondo che faceva parte di me come tutti i bambini, ed è così che trasmetto ai bambini che vengono a visitare la mia bottega per la mia arte, partendo proprio dai personaggi che animano i presepi che realizzo.

Un’ultima domanda, Maestro Fiorenza. E’ una domanda che amo molto perché ci fa fare d’improvviso un salto nel passato, quand’eravamo bambini e vivevamo di sogni e di bellissime speranze: Lei ha un sogno nel cassetto che si porta dietro fin da bambino e che vorrebbe realizzare oggi? Vorrebbe dirci qual è e perché proprio questo?

Purtroppo ero un giovane che sognavo molto. Ma il borsello dei sogni che un giovane porta con se, spesso si perde per strada. Lunga è la strada dei sogni, ma ogni desiderio viene esaudito. Ho sognato di diventare un bravo artigiano, il tempo è stato galantuomo e mi ha dato questo dono. Chi si accontenta gode, ammirando quello che hanno fatto i nostri padri mi sento piccolo, piccolo, ma sono abbastanza soddisfatto e orgoglioso di quello che la vita mi ha regalato: dalla bella famiglia ad una meravigliosa professione, e per questo ringrazierò sempre il destino per la fortuna che mi ha donato.

Grazie tantissimo Maestro Fiorenza per essere stato con noi, per averci dedicato il Suo preziosissimo tempo, per averci raccontato una storia bellissima ed interessantissima, e Le facciamo il nostro in bocca al lupo per il Suo straordinario lavoro di artista, di artigiano e di “creatore di bellezze”. Noi de “ilprofumodelladolcevita.com” Le auguriamo di poter raggiungere altri traguardi professionali prestigiosi per la professione che Lei esercita, anche se credo che Lei abbia già raggiunto il massimo livello possibile in questo pianeta!

Noi de “ilprofumodelladolcevita.com” speriamo di incontrarLa tra qualche anno per raccontarci ancora di Suoi altri successi artistici e professionali. Grazie e buon lavoro.

Platimiro_Fiorenza_02Ho il piacere di ringraziare la Redazione, il Magazine “Il Profumo della dolce vita” e Andrea Giostra per avermi permesso di esprimere il mio amore per l’arte e per avermi fatto immergere in ricordi bellissimi che grazie a voi ho avuto il piacere di rivivere con la maturità dell’uomo che sono adesso.

Grazie per l’attenzione che avete nei confronti dell’arte e della cultura e grazie per l’attenzione che avete avuto anche nei miei confronti, un affettuoso saluto, Platimiro Fiorenza.

I lettori che volessero conoscere più da vicino il Maestro Platimiro Fiorenza, possono consultare alcuni interessantissimi link che vi proponiamo a seguire:

 

Platimiro Fiorenza – sito-web ufficiale:

http://www.platimirofiorenza.it/ ;

Platimiro Fiorenza – slide-show by Andrea Giostra:

https://www.youtube.com/watch?v=MaJO88MPKOs ;

Platimiro Fiorenza – Il Catalogo delle sue creazioni:

https://youtu.be/DRWfyKrhnnc ;

Platimiro Fiorenza – “L’ultimo dei corallai”:

https://www.youtube.com/watch?v=1eVm19MSBjo ;

Platimiro Fiorenza – “Profile – Rosso corallo: tra sogno e materia”:

https://www.youtube.com/watch?v=9cxY9qqYk_s ;

Platimiro Fiorenza – “Una vita per il Corallo”:

http://www.gioielleriaplatimirofiorenza.it/index.php?fbl=a2&eng=Area1&idm=2 .

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra