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Presentato a Venezia 79 il primo lungometraggio di Samantha Casella

“Santa Guerra” - La locandina del film ©TheShadowsFactory

Alla 79ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato presentato oggi in anteprima internazionale Santa Guerra, il primo lungometraggio della regista Samantha Casella. Presso lo Spazio Ente dello Spettacolo all’Hotel Excelsior sono stati proiettati alcuni brani del film alla presenza della regista, del produttore Antonio Micciulli e del cast, quasi interamente femminile. Punta di diamante, la partecipazione straordinaria di Maria Grazia Cucinotta. Ad affiancarla, Eugenia Costantini (la protagonista), Emma Quartullo, Ekaterina Buscemi, Isabella Tedesco, Simona Lisi, Chioma Ukwu, Diego Pagotto e la stessa Casella. I frammenti che hanno conquistato il pubblico presente suggerivano una trama inconsueta e accattivante…

“Santa Guerra” – Eugenia Costantini (1) ©TheShadowsFactory


Una donna nuda – la protagonista del racconto – è coperta da un lenzuolo bianco, sdraiata supina su un letto del medesimo colore, che è quello dell’ambiente che la circonda, della luce che la illumina, della sua pelle emaciata. Quella donna è immobile, sembra morta, ma ad un tratto si desta e si volge verso la cinepresa. Dal nero emergono… Le spire di un serpente, poi un orologio circolare da parete senza lancette, una seconda donna, nuda e ricoperta di fango contro un muro scrostato… Una piccola barca ch’è un oggetto d’arte, con la prua a forma di pugno che stringe un serpente di metallo: quella composizione, davanti al motivo a spine di pesce nere disegnato sul bianco pavimento, ricorda – e annuncia – l’attraversamento di un labirinto, o dell’Ade… Compare una terza donna, in un letto totalmente diverso dal primo, lenzuola rosse e pareti blu, vegliata dall’ombra di un volto e da altre opere d’arte, tre quadri stavolta. Ora il letto rosso non c’è più, al suo posto ritroviamo la protagonista, vestita, che osserva il quadro centrale e la stanza blu accompagnata dai netti contorni della propria ombra. Sul pavimento a scacchi di quella stanza c’è una scatola: apertala, la protagonista trova un’antica chiave di ferro….
Il racconto ha così inizio, si susseguono nuovi ambienti nei quali il “naturale” (il bosco) si (con)fonde con le architetture umane (interni che sembrano caverne), ritroviamo – in parte diversi – scorci appena visti, squarci inattesi ci sorprendono, in alcuni cammina la protagonista, in altri vagano invece figure femminili che paiono rispecchiare i lati della sua anima. Tutte le figure si muovono, inesauste e tenaci come le manifestazioni della natura che qua e là irrompono – l’acqua, la lava, il sole, il latte, il sangue –, tese alla ricerca di qualcosa che non emerge se non come pura essenza, sottile eppur cogente “filo rosso”, “direzionalità” verso quel magnete intangibile ch’è il nucleo tragico da cui ha preso le mosse l’indagine interiore della protagonista e verso il quale tutto (ri)conduce. Un unico raggio/“filo rosso” che si rifrange nella molteplicità dei personaggi e delle direzioni dello sguardo della protagonista.

“Santa Guerra” – Eugenia Costantini (2) ©TheShadowsFactory


Forte di una lunga ricerca nel mondo dell’arte contemporanea – concretizzatasi in documentari e cortometraggi premiati in tutto il mondo –, Samantha Casella si approccia al proprio primo lungometraggio con il coraggio di una artista totale. Per lei il cinema non è mera narrazione, ma innanzitutto evocazione, viaggio, un continuo, sfiancante e insieme affascinante gioco associativo, un percorso doloroso ma necessario per uscire dall’impasse che è all’origine di ogni opera d’arte. Un’impasse comunicativa, un’urgenza che cerca una voce, una domanda che non è stata ancora compiutamente formulata. Le prime parole («Ho fatto un incubo») giungono non a caso dopo un quarto d’ora – il film dura meno di ottanta minuti – e sono, come quelle che seguiranno, conseguenza (e scaturigine) della precedente deviazione immaginativa. Sono le parole della coscienza, cristalline, lapidarie, essenziali. Sono atti performativi nella misura in cui celebrano immagini e suoni e indirizzano la peregrinazione dello sguardo della protagonista. La quale è una e centomila, mentre ognuno di quei centomila riveste una funzione fondamentale nello scioglimento (impossibile) dell’enigma. I gesti dei personaggi, i luoghi, gli oggetti, le parole…: quello di Casella è un mondo scarnificato e – proprio per questo – pulsante di vita primigenia, un potente florilegio di simboli che – insieme e soli – concorrono all’espressione di uno stato d’animo.

“Santa Guerra” – Maria Grazia Cucinotta ©TheShadowsFactory


A Santa Guerra non basta una visione. Meglio, la prima visione instilla nello spettatore una vibrazione che, con il progressivo abbattimento di ogni sua barriera, non lo abbandonerà più. Visioni ulteriori contribuiscono, da un lato, ad accrescere quella stessa vibrazione; dall’altro, a confermare che l’impressione di un libero – financo capriccioso – vagare della mente poggia in realtà su un impianto rigoroso, calibrato in ogni dettaglio, ciò che rimarca la tragedia sotterranea, la ragione che cerca – invano – di circoscrivere l’emozione, e quest’ultima che, senza la prima, non può assurgere ad alcuna – per quanto limitata e limitante – forma (comunicazione). Pensiamo all’apparizione del personaggio interpretato da Maria Grazia Cucinotta: avviene alla metà esatta del film e porta seco il “frutto” del cambiamento e di un’insperata possibilità; oppure alla confessione della protagonista, tre minuti prima della conclusione del film, parole cariche e indispensabili per “inquadrare” quanto visto (e patito) ma beneficamente insufficienti per dargli un’interpretazione univoca; o, ancora, ai “ruoli” di ciascun alter ego, mai sovrapponibili e ognuno fondamentale.

“Santa Guerra” – Emma Quartullo ©TheShadowsFactory


Le interpreti scelte da Casella dimostrano tutte la rara dote di riuscire ad entrare in sintonia con il mistero, con il non detto, con quel che è solo accennato e percepito, definito nella sua indeterminabilità di fondo. Su tutte, svettano le interpretazioni di Emma Quartullo – la sua fragile sensualità e quello spaesamento che, paradossalmente, consente di ritrovarsi – ed Ekaterina Buscemi – algido fulgore e occhi grandi che penetrano più di mille parole –, i cui personaggi – complici i costumi e gli ambienti scelti per loro – sono più che mai le due facce della medesima medaglia.

“Santa Guerra” – Ekaterina Buscemi ©TheShadowsFactory


Casella sa omaggiare personalizzando: ogni contributo fisicamente presente nel film o semplicemente citato passa attraverso la luce e la visione da lei elette – e, d’altronde, è lei stessa a curare la fotografia del film. «Le opere d’arte presenti nel film – ha dichiarato la regista – sono state realizzate da alcuni artisti di fama internazionale, come Giovanni Scardovi, Federico Severino, Pier Giovanni Bubani, Sergio Monari, Bacco Artolini e Filippo Zoli»; Casella ha confessato poi citazioni filmiche esplicite che chiamano in causa i registi del suo cuore, David Lynch ed Ingmar Bergman. In effetti, Santa Guerra trasuda echi (figurativi, tematici e sonori) lynchani; tuttavia, Casella non si concede le digressioni narrative dell’autore di Lost Highway e Mulholland Drive: nessuna ironia, nessun nonsense, nessun intermezzo, nessuna stravaganza, ma un’unica, disarmante e disarmata, coerenza espressiva. Come se il suo film fosse una scultura, da guardare e riguardare da ogni angolazione perché portatrice di un’inattaccabile e arcana compattezza.

“Santa Guerra” – Eugenia Costantini (3) ©TheShadowsFactory
Massimo Nardin è Dottore di ricerca in Scienze della comunicazione e organizzazioni complesse, docente universitario presso l'Università Lumsa di Roma e l'Università degli Studi Roma Tre, diplomato in Fotografia allo IED Istituto Europeo di Design di Roma, giornalista pubblicista, critico cinematografico, sceneggiatore e regista. È redattore capo della sezione Cinema della rivista on-line “Il profumo della dolce vita” e membro del comitato di redazione di “Cabiria. Studi di cinema - Ciemme nuova serie”, quadrimestrale del Cinit Cineforum Italiano edito da Le Mani (Recco, GE). È membro della Giuria di “Sorriso diverso”, premio di critica sociale della Mostra del Cinema di Venezia, e del Festival internazionale del film corto “Tulipani di seta nera”. Oltre a numerosi saggi e articoli sul cinema e le nuove tecnologie, ha pubblicato finora tre libri: “Evocare l'inatteso. Lo sguardo trasfigurante nel cinema di Andrej Tarkovskij” (ANCCI, Roma 2002 - Menzione speciale al “Premio Diego Fabbri 2003”), “Il cinema e le Muse. Dalla scrittura al digitale” (Aracne, Roma 2006) e “Il giuda digitale. Il cinema del futuro dalle ceneri del passato” (Carocci, Roma 2008). Ha scritto e diretto diversi cortometraggi ed è autore di due progetti originali per lungometraggio di finzione: “Transilvaniaburg” e “La bambina di Chernobyl”, quest'ultimo scritto assieme a Luca Caprara. “Transilvaniaburg” ha vinto il “Premio internazionale di sceneggiatura Salvatore Quasimodo” (2007) e nel 2010 è stato ammesso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali al contributo per lo sviluppo di progetti di lungometraggio tratti da sceneggiature originali; nell'autunno 2020, il MiBACT ha ammesso “La bambina di Chernobyl” al contributo per la scrittura di opere cinematografiche di lungometraggio.