Venezia 83: al Lido arrivano le “Furies” di un’avvincente opera prima libanese promossa da George Clooney
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Beirut, novembre 2019. Mora (Rym Mroue) è una ragazza madre separata con un figlio piccolo, la sorella Dalia (Maria Nakouzi) è afflitta da un male che necessita di un’operazione urgente e si barcamena in vari lavori occasionali, dalle pulizie fino a un disastroso approccio alla prostituzione. Ancor più della stessa interessata, Mora è determinata a trovare il danaro necessario per l’operazione nonostante il governo abbia improvvisamente bloccato l’accesso ai conti correnti, gettando il paese nella disperazione.

Dopo un’infruttuosa irruzione nell’ufficio del direttore della sua banca, Mora escogita con la complicità di Dalia una rapina notturna proprio in quell’agenzia. Il portale d’accesso, sarà, come spesso capita alle “bande del buco”, l’appartamento adiacente in cui vive un ignaro ragazzo. Complici, un giovane camionista inguaiato con la malavita (Hasan Akil) e un uomo più grande segnato dal passato di miliziano cristiano (Issam Bou Khaled). Il mix sarà esplosivo e coinvolgerà il ragazzo e il direttore della banca, i rischi di fallimento si susseguiranno per tutta la preparazione e l’esecuzione della rapina, prolungandosi nella folle fuga delle due sorelle…

Con la produzione esecutiva della Smokehouse Pictures di Grant Heslov e George Clooney (coinvolto in prima persona in quanto marito di Amal Ramzi Alamuddin, famosa avvocatessa di Beirut) e con il nostro Paolo Maria Spina (Revolver) impegnato nella distribuzione (in Italia uscirà non prima di marzo 2027), “Furies” è apparso al Lido come l’inatteso fuoco d’artificio della sezione Venezia Spotlight.

Il regista Rami Kodeih, cosceneggiatore con la moglie Nora Mariana Salim, amalgama, senza soluzione di continuità, le ferite di un’esperienza personale vissuta proprio con lei, le tensioni, la frustrazione e la voglia di riscatto del suo popolo di fronte allo sfacelo finanziario del Libano e uno spiccato gusto per l’azione e l’escalation dello sviluppo drammaturgico. Un gusto che s’estende alla narrazione tout court, con un’inedita attenzione ai dettagli, ai piccoli episodi rivelatori di psicologie e portati storico-sociologici, alle digressioni che aprono squarci su un passato comune e un futuro incerto tutto da costruire.

Il risultato è un’opera incalzante, ipertrofica, qua e là ridondante ma irresistibile, che guarda alla tradizione del “heist movie” così come alle inquadrature e al montaggio tarantiniani e – lo ha notato Spina – al Gregg Araki di “Doom Generation” senza perdere mai la propria identità. Fecondamente sospesa tra spettacolo e riflessione, azione e approfondimento.



