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La Prima Luce. Luci ed ombre su un coraggioso e intenso film di denuncia

La Prima Luce. Luci ed ombre su un coraggioso e intenso film di denuncia

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La-prima-luce-Riccardo Scamarcio

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“La prima luce”, il quarto lungometraggio di finzione del quarantatreenne Vincenzo Marra, presentato alle “Giornate degli Autori” dell’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e in uscita domani, giovedì 24 settembre, è la storia della crisi di una giovane e bella coppia con un figlio di otto anni. Lui (Riccardo Scamarcio) è un avvocato pugliese, lei (Daniela Ramirez) è una sudamericana trasferitasi da tempo in Italia e attualmente impiegata in un’agenzia di marketing. Marra rivela immediatamente il disagio psicologico di Martina, il suo sentirsi un’estranea ovunque si trovi, tanto in famiglia quanto al lavoro; e, parimenti, sottolinea l’amore assoluto di entrambi i genitori verso il loro unico figlio Mateo (nome che sembra italiano senza esserlo). Di qui il conflitto: lei vuole far ritorno al proprio paese natale assieme al bambino, Marco si oppone. L’arma che costui ha per impedirle l’espatrio è spuntata: Martina, trovati i passaporti che l’uomo aveva nascosto, sparisce. Inizia la ricerca di Marco, che perde in un sol colpo tutte le proprie certezze e si ritrova in un paese straniero senza nemmeno sapere l’indirizzo della famiglia di Martina. Di qui l’assoldamento di un avvocato che parla italiano e di un oscuro detective privato…
Con “La Prima Luce” Marra ha avuto il coraggio di affrontare un tema che, pur accomunando molti nostri connazionali, riceve ancora una visibilità troppo scarsa: la separazione e l’affidamento dei figli quando di mezzo ci sono due nazionalità e due diverse giurisdizioni. Una complicazione spesso insormontabile che si aggiunge al dramma, già di per sé lacerante, della fine di un rapporto. L’indagine di Marra è condotta con occhio discreto e parsimonia di dialoghi e spiegazioni. Il protagonista è Marco, che si deve confrontare con la glaciale determinazione di Martina. La performance dei due attori e del piccolo Gianni Pezzolla (lo si ammiri nel dialogo col padre, seduto di fronte a lui in riva al mare) è di straordinario spessore, e proprio sui loro volti, ciascuno a suo modo smarrito, insiste Marra (una tale eccellenza evidenzia per contrasto la debolezza dei ruoli e delle interpretazioni minori, eccettuati quelli sudamericani).
“La Prima Luce” avvince, ma è innegabile che soffra di alcune fragilità, soprattutto quando l’azione si sposta in Sud America. In Cile, precisamente, anche se né la nazione né la città di «sei milioni di abitanti» vengono mai nominate. Marra è infatti mosso da un legittimo e in parte riuscito intento universalizzante: la vicenda non riguarda un pugliese e una cilena, ma migliaia di coppie come la loro. Tale obiettivo è però affiancato da altri, che spiegano l’incompiutezza dell’opera e si rintracciano chiaramente nel pressbook. Dove Marra dichiara: «L’idea del film nasce dalla somma di tante cose. […] La storia narra dei figli contesi, bambini figli della globalizzazione […]. Martina inizia a sentire il bisogno di “tornare a casa” sua. Le logiche del mondo si sono ribaltate: nel suo paese si aprono possibilità economiche di benessere e di futuro per lei e per suo figlio, che la vecchia Europa non sembra poter più assicurare. […] Partendo quindi da una mia urgenza di realizzare un film su questa storia così attuale e ad oggi ancora molto poco raccontata dal cinema, ho capito che la materia si offriva a tanti altri spunti e metafore. […] Nella vicenda inoltre affiora un’altra metafora sottile che mi è sembrata utile inserire nel film: quella dei desaparecidos cileni».
Forse troppe, le «metafore» che Marra ha cercato di sviluppare. Perdendo così di vista alcune verosimiglianze, soprattutto riguardanti l’identità dei protagonisti e il rapporto di coppia. Viene detto nel pressbook che Marco è un «giovane e cinico avvocato rampante», ma non bastano la sortita in un tribunale, l’incontro con un amico debitore e le sudate carte portate a casa la sera per farci capire che, come spiega Marra, «Marco è il classico giovane del sud Italia rampante, diviso tra valori antichi, quelli di una famiglia e di un benessere economico e sociale, ma anche “figlio” di un cinismo e di tante storture dei nostri giorni». Come dell’uomo manca il lato negativo, così Martina difetta di quello positivo. Che pure c’è, o c’era: «Martina – ci rivela Marra nel pressbook – è arrivata in Italia, dopo aver vinto un master e spinta dal mito delle sue origini italiane. Martina si innamora di Marco viene [sic] travolta dalla passione e decide di rimanere con lui. Ma dopo essere diventata mamma, col passare degli anni, il rapporto con Marco va in crisi». Ebbene, tutte queste sfaccettature non emergono nel film, o sono soltanto abbozzate. Affascinante poi l’idea della perdita e ricostruzione di un’identità personale, professionale e relazionale, il reuccio in patria buttato in un paese alieno, ma riesce faticoso accettare che il «giovane e cinico avvocato rampante» dei giorni nostri (ossia dell’era Internet) si presenti in Cile senza un indirizzo (mai saputo in quasi dieci anni di rapporto?) e totalmente impreparato anche solo sulle minime questioni legali. Così come claudicante risulta lo sviluppo della storia della coppia. Con un capovolgimento finale ch’è difficile giustificare soltanto con la determinazione di un padre che non ha più nulla da perdere e la battuta del bambino nell’ultimo dialogo con la madre.

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