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Venezia 83: la sezione Orizzonti colpita e commossa dall’opera prima “I figli della scimmia” con Riccardo Scamarcio

Venezia 83: la sezione Orizzonti colpita e commossa dall’opera prima “I figli della scimmia” con Riccardo Scamarcio

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Tommaso Landucci con il cast del film (Foto di Sabina Filice)

In una provincia piemontese dei giorni nostri, Dario (un Riccardo Scamarcio potentemente sotto traccia) e Roberto (un granitico Fausto Russo Alesi) sono due fratelli, entrambi periti assicurativi, che condividono il medesimo studio. Roberto è il padre severo e soffocante di Giacomo (un bravo Tancredi Naldini), un bell’adolescente che risente delle aspettative in lui riposte; Enrico (un luminoso Andrea Aggio), il figlio di Dario, è invece un ragazzino tetraplegico di cui il padre si prende cura quotidianamente, ancor più della madre Ginevra (una pungente Lidiya Liberman), seguendolo con amore e competenza nelle pratiche quotidiane in casa e nelle strutture riabilitative. La riscoperta dell’esplorare in motocross i boschi vicino casa instaura un’inattesa complicità tra Dario e il nipote lontano dagli occhi di Roberto, incrinando a poco a poco gli equilibri tra le due famiglie e costringendo Dario a riparare dall’anziano padre (un serafico Luigi Diberti). Quando Giacomo sparisce, le tensioni esplodono…

Riccardo Scamarcio e Tommaso Landucci (Foto di Sabina Filice)

Dopo il convincente documentario “Caveman”, Tommaso Landucci – con un terzetto di case di produzione tra cui la Lebowski dei fratelli Riccardo e Nicola Scamarcio, accanto a Lungta Film e Mosaicon Film – esordisce nel lungometraggio dando forma a una sceneggiatura, scritta col sodale Damiano Femfert, vincitrice del Premio Solinas 2021. Una storia sviluppata attraverso piccoli e impercettibili spostamenti che sublimano le abituali e decise svolte narrative del cinema corrente; e con scelte registiche coraggiose, quali il 16mm, il formato 4:3 e l’assenza di musiche, almeno fino agli ultimi secondi di film.

Andrea Aggio salutato da Luigi Diberti sotto gli occhi di Riccardo Scamarcio, Tommaso Landucci e Lidiya Liberman (Foto di Sabina Filice)

Dario continua ad amare e curare il proprio figlio, eppure comincia a percepire una seconda giovinezza, una nuova e impossibile opportunità lungo una via parallela, impossibile e minata, quella di diventare padre e, insieme, ragazzo per una seconda volta. Se infatti Enrico, attorno al proprio radioso e contagioso sorriso, nasconde il bisogno fisiologico dell’aiuto degli altri per continuare a vivere, Giacomo è il Dario di decenni prima, l’adolescente che con silenziosa tenacia cerca di svincolarsi dalle cure genitoriali avendo di diritto il futuro davanti a sé e, insieme, un figlio diverso, con cui potersi confrontare da pari, nella certezza della sua progressiva emancipazione e della parallela formazione di un’identità autonoma, un orizzonte ad Enrico precluso dalla nascita.

Riccardo Scamarcio (Foto di Sabina Filice)

In questa scissione, percepita ma mai consumata sino in fondo, si situa la tragedia che, sotterraneamente, Dario è chiamato ad affrontare. La sua è una necessaria discesa agli inferi per recuperare in maniera nuova e feconda il rapporto non tanto con Giacomo e il suo nucleo familiare, ma proprio con Enrico e, di riflesso, la moglie. La struttura circolare del racconto sancisce l’emozionante riuscita del percorso. E scongiura e capovolge l’esito della favola di Esopo che dà il titolo al film: la scimmia non soffocherà il primogenito, e questi, insieme col secondogenito, avranno l’occasione di crescere più forti dopo la presa di consapevolezza dell’adulto.

Riccardo Scamarcio con Andrea Aggio (Foto di Sabina Filice)