Capitanato da Peppe e Cosimo (gli intensi Francesco Colella e Marco Leonardi), un intero paese scende a valle, mentre proprio verso quel paese sta salendo Giulia Tedeschi, una distinta donna bionda (una pervasiva Valeria Bruni Tedeschi, che non a caso condivide il cognome con il proprio personaggio). È il 1951, siamo ad Africo, villaggio calabrese abbarbicato sull’Aspromonte e isolato da tutto ciò che lo circonda, senza elettricità, acqua corrente, un medico e una scuola. Chiamata a colmare quest’ultima lacuna è proprio quella donna a disagio sopra la schiena di un asinello. È un’insegnante, è lombarda ed è intenzionata a non cedere come i suoi predecessori, impegnando cioè tutta se stessa per riscattare gli africoti dall’ignoranza bestiale cui sembrano irrimediabilmente condannati.
Sì, perché tanto gli abitanti “di sotto”, i “paesani civilizzati” in riva al mare, quanto il signorotto “di sopra”, il prepotente don Totò (un ombroso ed elettrico Sergio Rubini) non hanno alcun interesse che la condizione degli africoti evolva. Soprattutto, che una strada colleghi la loro realtà con il resto del mondo, dal quale sembrano lontani tanto quanto l’Italia dista dall’Australia, terra in cui alcuni di loro sono emigrati in cerca di fortuna e da cui nessuna notizia è finora arrivata. L’immobilismo, d’altronde, è insito nella comunità stessa, se è vero che molti di quei genitori temono che, «se costruisci la strada, tuo figlio sarà il primo a partire».
Giunti alla “marina”, gli africoti fanno irruzione nell’ufficio del sindaco, costringendolo ad una promessa che mai manterrà: costruire una strada di collegamento con il loro paese. Nei giorni successivi, tuttavia, una donna muore di parto. Gli africoti capiscono che non possono attendere oltre, e iniziano pertanto a scavare loro, il tracciato per la strada. Vi partecipa l’intera comunità, bambini compresi, con buona pace dell’insegnante, che li vorrebbe in classe. Quella strada però “non s’ha da fare” e ad opporsi sono proprio coloro che stanno “sotto” e “sopra”: da un lato il potere “centrale” non può legittimare un intervento non ufficialmente deliberato; dall’altro don Totò non può accettare un’iniziativa che slegherebbe il paese dal suo criminale controllo.
L’opera tuttavia procede, supervisionata da Ciccio “il poeta” (un lunare e luminoso Marcello Fonte), ad Africo il solo, oltre all’insegnante, a saper leggere e scrivere. Sull’onda di quell’entusiasmo e di una ritrovata partecipazione collettiva, il paese si apre a nuove prospettive. Ma si tratta, ancora una volta, di un effimero istante: le ingerenze da fuori tornano ad esercitare il proprio paralizzante potere e, all’orizzonte, si stagliano nubi nere foriere di sventura e cataclisma…

Ispirato al romanzo “Via dall’Aspromonte” di Pietro Criaco, il film di Mimmo Calopresti è prodotto da Fulvio Lucisano (assieme a Rai Cinema): tutti e tre hanno origini calabresi (i primi due sono nati in Calabria, lo scrittore addirittura ad Africo) ed hanno trovato altrove la propria realizzazione. Ma il cui cuore, come testimoniano le loro opere, da quei luoghi non si è mai staccato. In “Aspromonte” la partecipazione del regista pulsa in ogni immagine, ed è struggente il cammeo di Lucisano, che ritrova la natura e le abitazioni che furono della sua infanzia. Meraviglioso il lavoro di scenografia realizzato da Giuliano Pannuti, capace di ricreare (prevalentemente a Ferruzzano e Staiti) gli scabri ed essenziali interni e gli esterni dell’Africo di allora, sospesi tra sassi, fango, nuvole e raggi di sole. A magnificare il tutto, la pastosa, avvolgente e potentemente contrastata fotografia di Stefano Falivene, sopraffino DoP di registi quali Uberto Pasolini e Abel Ferrara. Dulcis in fundo, la piacevole sorpresa di Elisabetta Gregoraci, che interpreta la donna strappata a Peppe da don Totò: misurata e magnetica.

La conferenza stampa di presentazione del film al cinema Barberini di Roma

Elisabetta Gregoraci

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