“Il Profumo della Dolce Vita” ha incontrato il Maestro Vincenzo Bocciarelli, grandissimo artista, famosissimo attore di teatro, di serie TV, di Cinema italiano ed internazionale. Talento indiscusso e allievo prediletto e molto apprezzato di Giorgio Strehler e di Giuseppe Perrone. Conversa con Andrea Giostra e si racconta come Artista, come Attore, come talento in possesso di grandissime doti, di grande sensibilità, di notevole cultura. Ha raggiunto il successo nazionale ed internazionale dopo aver fatto un lungo ed interessante percorso di formazione e di esperienza lavorando con i più Grandi Maestri e i più Grandi Geni dell’Arte Teatrale e Cinematografica italiana.

285471-400-629-1-100-vincenzoVincenzo Bocciarelli prova a definire, attraverso la sua preziosissima ed interessante esperienza artistica, il senso ed il valore dell’Arte, della Recitazione, del Teatro e di tutte le forme artistiche che mettono al primo posto l’anima e la creatività dell’essere umano per trasmettere allo spettatore pathos ed emozioni vere.

Ciao Vincenzo, e benvenuto presso la nostra Redazione. Grazie per aver accettato il nostro invito per questa conversazione che sicuramente, almeno per me e per la nostra Redazione, sarà molto interessante.

La prima domanda che facciamo agli artisti che intervistiamo, è quella di chiedere loro di presentarsi ai nostri lettori con parole semplici. Tu sei un attore molto conosciuto e di chiara fama nazionale ed internazionale, l’ho già detto nelle presentazione. In questi casi tutta la gente che ti segue e che ti ama come artista ha un’idea ben chiara di Te che è quella che esce dal grande o dal piccolo schermo, o dal palcoscenico teatrale. Ma se dovessi presentarTi ai nostri lettori, cosa diresti loro di Te?

Grazie a te Andrea, e grazie a voi della Redazione de “ilprofumodelladolcevita.com” per l’invito. E’ un piacere per me essere qui con voi.

Se dovessi presentarmi con una parola, io direi che sono un “Ricercatore”. Sono sempre un po’ alla ricerca nel mio percorso di attore, di artista. Sono alla ricerca di cercare di scoprire, di approfondire quelli che sono gli aspetti dell’Arte, della Recitazione. L’Arte intesa in tutte le sue sfaccettature, l’Arte a 360°.

Poi penso che l’Arte è conoscenza di vita. Attraverso l’Arte si ha la possibilità di approfondire quelli che sono i tanti quesiti della nostra esistenza. E quindi, mi considero un po’ ricercatore per questi motivi. Attraverso l’interpretazione dei miei personaggi, quelli che ho interpretato o che interpreto, ho la possibilità di avvicinarmi a quella linea di confine con l’invisibile, che a mio avviso è molto più visibile e concreta di qualunque altra cosa possa esistere intorno a noi. Attraverso l’arte della mimèsi, l’arte della trasformazione, dell’entrare in un’altra dimensione, si possono percepire queste bellissime emozioni.

Io nasco in Lombardia, un bel po’ di anni fa (sorride), in un piccolo paesino in provincia di Mantova che si chiama Bozzolo. Poi, dopo pochi mesi dalla mia nascita, la mia famiglia si è trasferita in Toscana, quindi sono cresciuto nelle bellissime colline senesi. Dopo di chè sono “fuggito” di casa molto presto. Non direi fuggito! Diciamo sono andato via, appunto, alla “ricerca”. Da lì è iniziata la mia prima spinta verso l’ignoto, verso l’entusiasmo e la voglia di conoscenza e di sapere. La curiosità fortissima che avevo a diciassette anni per tutto quello che mi circondava, per tutto quello che stavo per scoprire, mi ha dato questo impulso irresistibile.

Poi l’impatto con il Grande Teatro d’Europa di Giorgio Strehler, l’incontro straordinario con il Grande Maestro Strehler. Da lì è stato tutto un viaggio bellissimo nel mondo del Teatro, e poi della Televisione e infine del Cinema.

E poi, voglio confessare ai lettori del vostro Magazine, che mi sento un po’ come un “eterno bambino”, giusto per citare “Le Petit Prince”, famosissimo Romanzo omonimo scritto da Antoine de Saint-Exupéry nel 1943, tradotto in più di 250 lingue in tutto il mondo. E’ un testo bellissimo che parla dell’amore e dell’amicizia e che presto affronterò, proprio quest’anno, e lo metterò nei miei Recital, nei miei Spettacoli: Le Petit Prince, il Piccolo Principe. Sono un uomo che ama stupirsi sempre, vivo trascinato dal senso dello stupor, e spero che non mi abbandoni mai.

Intrigante, Vincenzo, questa definizione che ci hai appena donato: “vivo trascinato dal senso dello stupor!”. Bellissima. E’ come se il Tuo essere “Ricercatore del cuore pulsante dell’Arte”, direi io, avesse alla base questa fortissima matrice vitale della ricerca del nuovo ed imprevedibile, che stupisce, che rivitalizza sempre di più il tuo impulso per nuove forme espressive, per nuove emozioni e, quindi, un amore viscerale per vita intesa come Arte pura e incontaminata. E’ l’amore per la vita, a mio avviso, che sta alla base del Tuo grandissimo talento, e lo dico istintivamente dopo aver ascoltato questa bellissima definizione che ci hai regalato.

CD je t ameCome ci hai appena detto, Vincenzo, sei nato in una piccola cittadina in provincia di Mantova, Bozzolo, ma subito dopo la tua nascita i tuoi genitori si sono trasferiti a Siena dove hai vissuto tutta la tua infanzia e la tua adolescenza. Siena è una città che ha una storia antichissima, è bellissima ed è culturalmente molto vivace. Ha avuto un ruolo nella scoperta del tuo talento di artista, di attore in particolare? Quando e come hai scoperto il Tuo talento e hai scelto di fare l’attore?

La mia nascita a Bozzolo, in provincia di Mantova, ha lasciato il primo segno nella mia vita. Il mio nome, Vincenzo, è ispirato a Vincenzo Gonzaga (sorride), anche se è un nome che spesso ricorda le sonorità del sud Italia, perché è un nome molto usato nel sud Italia. E questo, devo dire, mi piace molto, anche perché mia madre mi dice spesso: “quando ti ho dato questo nome, quando ti abbiamo dato questo nome, oltre a papà che aveva pensato a Vincenzo Gonzaga, la figura del Grande Mecenate, la figura dell’Uomo della grande famiglia dei Gonzaga, ho voluto darti un nome latino, un nome antico e pregno di significato, legato ad un’accezione molto bella perché “Vincenzo è colui che vince”, quindi di buon auspicio!”. E’ un nome legato anche alla cultura partenopea, alla cultura della Sicilia, del sud Italia. Ed infatti mia mamma mi ha sempre detto: “vedi, è stato anche un augurio perché fossi amato e ben accolto soprattutto dal pubblico meridionale che ama il Teatro, la Conca d’Oro della tradizione teatrale, la Magna Grecia, la Tragedia Greca”. Tragedia Greca che, tra le altre cose, mi ha visto protagonista a Siracusa nel 1998. Nel mio nome, c’è un richiamo ancestrale, arcaico, legato alle origini antiche del Teatro. Quindi è un nome che parte da Bozzolo, da Mantova, per poi passare appunto da Siena, dove ho incontrato la bellezza dell’Arte vera. I Grandi Maestri Pittori del ‘300, del ‘200. L’Istituto d’Arte “Duccio di Buoninsegna è stata la mia scuola di formazione. Sono stato molto fortunato ad avere dei Maestri, degli Insegnanti straordinari, che mi hanno insegnato e indirizzato verso l’educazione all’Osservazione: guardare, osservare il dettaglio. Spesso quando facevamo disegno dal vero, restavamo ore di fronte ad una natura morta. Apparentemente ti sembra di non percepire nulla oltre alla parte esteriore. E invece, il vero allenamento era quello di “entrare attraverso”, dalla parte esteriore del dipinto, penetrare all’interno di quelli che sono gli oggetti, le persone. Quindi è la capacità di sviluppare uno sguardo che va all’infinito, che guarda oltre, che buca, che penetra. E questo è stato un esercizio che ho imparato a sviluppare grazie agli insegnamenti dell’Istituto d’Arte “Duccio di Buoninsegna”: La percezione dell’Arte che va in profondità. Non si rimane in superficie. Questa è una cosa che cerco sempre di trasmettere ai miei allievi: lo sviluppo della sensibilità all’Osservazione. Osservazione significa anche ascolto, e quindi abbandonarsi, lasciarsi all’ascolto e non certo ad una autoreferenzialità narcisistica che porta all’isolamento che purtroppo è una peculiarità, una sindrome, della nostra contemporaneità, della nostra epoca cosiddetta moderna.

Molto interessante, Vincenzo, quello che ci hai raccontato a proposito dell’Osservazione intesa nelle sue diverse e molteplici accezioni: la capacità di andare oltre il visibile ad occhio nudo! E’ uno strumento fantastico, quasi magico direi, che i tuoi Maestri ti hanno donato e che tu hai colto con tanta maestria e sensibilità. Ed è vero che oggi siamo dominati dall’autoreferenzialità e dal narcisismo più distruttivo che ci sia mai stato nella storia dell’uomo: e l’Arte, quella vera, come Tu l’hai appena definita, non nasce certo dal narcisismo né dall’autoreferenzialità! E purtroppo questo aspetto, non solo nel mondo dell’Arte, non viene colto affatto! Dovresti programmare un bel po’ di seminari in giro per l’Italia e per il Mondo (sorrido), e spiegare queste cose ai giovani, secondo me! E’ un piccolo suggerimento che mi sento di darti perché percepisco la tua immensa passione e il tuo grande talento, che evidentemente è innato ma che è stato affinato, raffinato e perfezionato da questi concetti, che sono alla base del tuo modo di concepire ed esprimere l’Arte e la rappresentazione di un’”Arte vera” che sa trasmettere emozioni e pathos allo spettatore.

Ma continuiamo la nostra conversazione con un’altra domanda Vincenzo.

Sei notoriamente riconosciuto come uno dei più importanti allievi e dei più grandi talenti di Giorgio Strehler, dalla cui Scuola, il Piccolo Teatro d’Europa di Milano, hai imparato tantissimo, se non tutto quello che era necessario per diventare un grande attore. Come è stata quell’esperienza che hai iniziato in giovane età e quali strumenti professionali riconosci oggi ti abbiano dato tutti i maestri di quella importantissima e famosissima Scuola, conosciuta in tutto il mondo, per diventare l’artista che sei oggi?

imagePremesso che la preparazione che ho avuto a Siena è stata fondamentale per la mia carriera. A Siena, infatti, iniziai i miei primi corsi di recitazione a 14 anni, al Piccolo Teatro di Siena: infatti, dal Piccolo Teatro di Siena al Piccolo Teatro di Milano (sorride!). A Siena è stato fondamentale l’incontro con alcune figure che mi hanno preparato al grande approccio. Talvolta penso che al Piccolo Teatro di Milano non mi avrebbero mai preso se non mi fossi preparato molto bene prima. Vale a dire che a 15 anni avevo già debuttato in una Fedra nel ruolo di Ippolito – la Tragedia è “Ippolito”, di Euripide, rappresentata per la prima volta nel 428 a.C. ad Atene – al Piccolo Teatro di Siena; poi ho fatto “Vigilanza Stretta”, “Haute Surveillance”, scritta nel 1949 da Jean Genet, con un interessante regista senese. Insomma, ho iniziato a Siena che mi ha ben preparato per il grande salto. Queste prime esperienze mi hanno concesso di arrivare abbastanza svezzato.

Ricordo che a Milano, la cosa che colpì molto fu quando recitai “Filippo”, Tragedia del 1775 ideata da Vittorio Alfieri. Difficilissimo in versi. Adesso non mi ricordo più. Ma ricordo benissimo come rimasero tutti molto colpiti che malgrado la mia giovane età recitassi già “Alla Luna”, idillio di Giacomo Leopardi scritto nel 1819, o l’Alfieri, come dicevo prima, in maniera già abbastanza avanti. Quindi stavo già assorbendo quella che era la tecnica, la metrica per la recitazione in versi, che è difficilissima, non è proprio facile. Ecco, questi sono stati i primi approcci.

Poi l’arrivo al Piccolo Teatro d’Europa di Milano di Giorgio Strehler: è stato come entrare… non lo so!… l’impatto che ho avuto è come entrare in una grande e gigantesca sala giochi, tipo un parco di divertimenti. A parte la forma del teatro-studio, che è circolare. All’epoca, negli anni ’80, per me, che venivo da una piccola città, la trovavo avveniristica. C’erano dei mezzi, degli escamotage scenografici che erano meravigliosi. Che poi ricordavano quelli della tragedia greca. Già nell’antichità si usavano questi trucchi, questi ingranaggi per creare effetti speciali. E rimasi veramente colpito, da lì è nato quello stupor, quello stupore a bocca aperta, che mi sono portato sempre dietro per tutta la mia vita.

Mi piace scoprire e riscoprire lo stupore per le cose, per la meraviglia, trovo tutto meraviglioso. Anche a volte l’orrendevolezza, nella bruttezza, cercavo sempre di trovare il bello. E’ un ottimo esercizio ed è forse anche terapeutico, perché a volte c’è il rischio che la rudezza, l’orrore ci possa schiacciare. Invece la bellezza deve vincere sempre. E lì la bellezza l’ha fatta subito da padrona per me. Quando ho visto le prove del Faust Festival – poema drammatico scritto da Johann Wolfgang von Goethe nel 1808 –, lo spettacolo che durava sei ore, sono rimasto completamente abbacinato dalla meraviglia: le cose che volavano per aria, i costumi, i bui erano veramente bui, le luci, c’era questo sole che si spostava a seconda del tempo teatrale, una piscina che si spalancava al centro del palcoscenico, la Grandissima Giulia Lazzarini che volava citando Ariel. Insomma una cosa che rimarrà per sempre impressa nella mia memoria.

Vincenzo, anche questa parte del tuo racconto di inizio carriera è veramente fantastico. Penso che forse hai iniziato in un periodo in cui il Teatro, almeno in Italia, era al vertice della cultura artistica, con Maestri quali Giorgio Strehler, o la straordinaria Giulia Lazzarini che prima hai citato è che certamente hanno lasciato un segno indelebile nella cultura italiana, non solo nell’arte della Recitazione o del fare Teatro. In questo devo dire che sei stato molto fortunato ad incontrare questi “Mostri Sacri” della cultura, oggi sempre più rari!

Vincenzo, se dovessi fare dei nomi delle persone più importanti con cui hai lavorato, che ti hanno lasciato qualcosa della loro esperienza di Artista, che hai incontrato nel mondo della tua Arte, chi ricorderesti raccontando di loro qualcosa ai nostri lettori e perché?

Ricordo tutte le persone, almeno spero!, mi auguro!, perché per me il senso della gratitudine è fondamentale, sia nell’amicizia, sia in amore, sia nella famiglia. A volte anche un grazie detto col cuore vale di più di qualsiasi altra cosa. L’importante è riconoscere e dare merito alle persone che hanno contribuito al proprio benessere, alla propria gioia, alla propria felicità, al proprio successo: questo per me è fondamentale. E spesso ciò non avviene.

Anche ricordando un libro molto bello dell’amica scrittrice Maria Rita Parsi dal titolo “Ingrati. La sindrome rancorosa del beneficato” edito nel 2002 da Mondadori, che parla dell’ingratitudine del beneficato, dell’aiutato. E’ un libro molto interessante da un punto di vista psicologico, proprio perché ricordare, ricordarsi di essere stati aiutati, di avere avuto degli ottimi insegnanti, di avere avuto anche la fortuna di aver incontrato delle guide giuste, ci fa riconoscere il fatto di aver usufruito di un aiuto. E questo è importante perché l’umiltà nel nostro lavoro è tutto.

image_1Quindi il primo ringraziamento va ad una mia compagna di scuola che quando avevo quattordici anni è stata la prima che mi ha portato, mi ha instradato verso la disciplina del Teatro. Anzi, era proprio un’età la mia, nella quale ero un po’ annoiato. Vedi Andrea, a volte basta un momento di distrazione che si rischia, quando si è ragazzi, adolescenti, di perdersi in noie quotidiane. Invece il Teatro, attraverso Tiziana, questa mia amica, questa mia compagna di scuola che ricordo sempre con grande affetto, mi ha risvegliato tutto un humus creativo che già stavo scoprendo all’Istituto d’Arte. Da lì poi sono state le persone che ho incontrato alla Scuola del Piccolo Teatro di Siena: la Baronessa Sergardi, che è mancata qualche anno fa, una donna eccezionale, che ha portato il Teatro, la cultura del Teatro, nella città di Siena per anni, e che ha fondato il Piccolo Teatro di Siena. Una donna veramente unica e straordinaria. Ha anche scritto dei testi teatrali. Lei mi voleva molto bene. Da lì l’incontro con tutti i Maestri del Piccolo Teatro di Siena. Ognuno mi ha lasciato qualcosa. Voglio ricordare il direttore della Scuola, che è mancato anche lui qualche tempo fa, che era Enrico D’Amato, uomo apparentemente molto severo, molto rigoroso, grazie a Dio. Perché, vedi Andrea, è con il rigore e con le regole che si costruisce la qualità: sono il fondamento in questo lavoro. Enrico è un uomo che porto nel cuore perché è stato il mio insegnante di recitazione, è stato un punto di riferimento fondamentale, anche perché sono entrato giovanissimo al Piccolo Teatro di Siena. Quindi il Teatro, in un certo qual modo, ha sostituito la mia famiglia. I miei Maestri erano un po’ i miei padri e le mie madri putativi. Quindi la Compagnia del Teatro, in un certo qual modo, ha sostituito la mia famiglia. Io, provenendo da una grande famiglia, ero già abituato ad avere tante figure intorno, tante figure di riferimento alle quali ispirarmi e dalle quali prendere esempi positivi.

E poi l’incontro con Glauco Mauri, a cui devo dire grazie. L’ho rivisto recentemente a teatro con Roberto Sturno. E’ stata un’emozione poterli riabbracciare tutti e due perché sono stati i miei capocomici. Glauco è stato mio capocomico in diversi spettacoli di successo negli anni ’90, e mi hanno dato la possibilità di ricoprire ruoli bellissimi, memorabili, come Ariel ne “La Tempesta” di William Shakespeare, “Il nipote di Beethoven”, tratto dal Romanzo di Luigi Magnani pubblicato da Einaudi nel 1972,Beethoven nei suoi quaderni di conversazione”, tratto sempre da un altro Romanzo di Luigi Magnani pubblicato da Einaudi nel 1975; e poi “Re Lear”, Tragedia in cinque atti, in versi e prosa, scritta da William Shakesperare tra il 1605 e il 1606; “Lady Purè”.

Sono stati veramente fondamentali. Fondamentale l’insegnamento di Glaudo sul tirare fuori la profondità dell’anima nel testo, l’autenticità, la profondità della battuta, della parola, del significante. E quindi un grazie e un ricordo sempre e con tutto il mio affetto va a questo mio Grande Maestro che è stato Glaudo Mauri. Il mio primo spettacolo da co-protagonista l’ho fatto proprio con lui, con Glauco Mauri.

Poi è vero che anche se non lavori più con loro, è come se ci rimanessi sempre in contatto, perché poi le esperienze, gli insegnamenti, i ricordi, le emozioni, restano, vivono sempre dentro di te. Citando anche una battuta, una frase della poesia che è incisa nel mio CD “je t’ame”, una poesia molto bella che dice proprio questo: “le cose belle non vanno via, restano.”.

E poi l’incontro alla fine degli anni ’90, inizio anni 2000, con Giorgio Albertazzi, che è stato un Grande Maestro fondamentale, anche lui, per un inizio di un nuovo periodo della mia carriera che è combaciato con l’incontro con il Manager Giuseppe Perrone, storico Manager della storia del Cinema. Basti pensare che era stato Ufficio Stampa di Charlie Chaplin, di Jean Cocteau, era l’Agente di Alida Valli, l’Agente di Giuffrè, di Albertazzi stesso, di tantissime Star nazionali ed internazionali. Un uomo illuminato. Un Vate della cultura, perché era un uomo che conosceva tutto, sapeva tante lingue, era conosciuto in tutta Europa. Veramente è stato un incontro e una guida fondamentale per me, e mi ha portato a farmi conoscere ad un ampio pubblico.

L’incontro con la Televisione, col il Cinema, con tutta una serie di cose che per me allora erano sconosciute, che desideravo, ma che al contempo non pensavo potessero esistere davvero per me, non pensavo che ad un certo punto della mia carriera avrebbero fatto parte del mio percorso di Artista.

Io provenivo dal lavoro umile, riservato, quello del Teatro, dove si costruisce tutto sera dopo sera. Ed è importantissimo questo costruire costante e certosino, con maestria ed umiltà. Senza tutto questo, senza questa esperienza professionale non sarei mao riuscito a percepire, a far sì, che attecchisse anche la seconda parte della mia carriere che è quella legata al mondo della Televisione e del Cinema.

E quindi grazie a Peppino, come lo chiamavamo tutti affettuosamente. Purtroppo ora non c’è più da dieci anni, quest’anno è il decimo anno della sua scomparsa.

image_2E’ iniziata così per me una nuova vita artistica. Poi, lavorando in questa nuova dimensione e cominciando ad avere successo e ad essere conosciuto al grande pubblico, ho cominciato a provare la sensazione di questo grande abbraccio, di questo grande affetto e di stima degli spettatori, della vastità del pubblico. Essere riconosciuto per strada, essere ammirato e amato, è stata, ed è tutt’ora, un’emozione densa e fortissima che mi dà una grande forza e una grande sicurezza artistica. Per me è come un grande bisognoso di amore e di affetto. Questa esperienza di “amore collettivo” indirizzato al mio essere artista popolare, mi ha portato veramente a provare una grande gioia.

E poi la mia famiglia, mio padre e mia padre, sono due punti fondamentali di riferimento.

E poi sono tanti, dal 2000, dal 2006 al 2010 i Registi con i quali ho lavorato: da Luigi Perelli nella serie televisiva “Un Caso di Coscienza” iniziato nel 2003; a Giulio Base; a Florestano Vancini nel film “E ridendo l’uccise”, l’ultimo suo film uscito nel 2005, perché purtroppo adesso non c’è più; a Luca Miniero, bravissimo regista con il quale è stato veramente un’esperienza molto costruttiva quella de “La Scuola più Bella del Mondo” del 2014, dove ho imparato tante cose.

E’ vero quando si dice che non si finisce mai di imparare.

Quindi un grazie va a tutte le persone che incontro ogni giorno nel mio percorso di attore, di artista, di professionista, perché mi danno la possibilità di imparare ogni momento della mia vita. Ed è questo uno dei messaggi più importanti che vorrò dare al prossimo incontro che avrò ad una Tavola Rotonda che si terrà prossimamente a Milano presso l’Università Bocconi. Parlerò della mia carriera e del mestiere di attore, secondo la mia prospettiva, dal mio punto di vista, per cercare di sensibilizzare, di trasmettere ai ragazzi, attraverso alcuni aneddoti, quelli che sono i percorsi, ovvero il percorso migliore da poter seguire.

Però, poi penso che anche lì le cose cambiano in fretta. Perché i tempi, i costumi, le lingue, la forma mentis, la continua trasformazione: cambia tutto. Le famose “app “ da scaricare sull’Iphone per esempio. Siamo in continuo aggiornamento, non si arriva mai da nessuna parte, è tutto in divenire, in trasformazione continua.

Più che una bella conversazione, Vincenzo, mi sento come un ascoltatore che rimane ipnotizzato dai tuoi racconti di Artista che sono veramente affascinanti e interessantissimi. Almeno per uno come me che ama l’Arte e che ama la passione che vede negli artisti per l’“Arte vera”, come hai detto tu prima. Ci hai raccontato in poche parole, la tua esperienza di Artista, che mette al primo posto l’umiltà, che ha imparato tantissimo da Grandissimi Maestri proprio perché sei uomo umile e grande Osservatore. E’ molto interessante ed affascinante al contempo tutto questo Vincenzo. Queste bellissime esperienze non tolgono però il fatto che nella tua carriera di Artista e di Attore Tu abbia potuto avere delle difficoltà, come tutti coloro che fanno seriamente e con grande passione una professione importante come la Tua. Ma qual è stata la difficoltà più dura da superare che ricordi ancora oggi?

Questa è una domanda molto interessante. Mi fa piacere rispondere a questa domanda. Perché si pensa sempre, vedendo un sorriso, o gli occhi che brillano, la disinvoltura di fronte ad una macchina da presa, o l’energia e la forza che metti sul palcoscenico, che tutto sia così: semplice, facile, leggero, disinvolto. Purtroppo dietro c’è tanto altro. C’è tanta sofferenza, sì, la definirei proprio così: sofferenza! Penso che sia il termine più giusto da utilizzare. Solo noi Artisti lo sappiamo. Spesso le persone che non fanno parte di questo Mondo non ci credono e ti dicono: “Ma come? No? Fate un lavoro privilegiato! Avete questo, avete quello!”. Certo, dopo tanti anni è normale che si arrivi ad un consolidamento, ad una maggiore sicurezza di te stesso e della tua professione. Però la certezza non c’è mai e gli inizi son molto duri.

Quando cominci a fare questa professione, si è aiutanti da una grande energia, da una grande passione, dalla voglia di spaccare tutto per arrivare. Ci vuole una grande salute fisica e mentale per fare questo lavoro. Una grande forza, una salute da leoni direi, una resistenza fisica grandissima per fare tutto quello che deve portarti al successo: da quando inizi a fare i primi provini, agli incontri col Tuo preziosissimo book sottomano in giro per trovare la parte. Vai in giro, parti per posti che non conosci, vai e vai, attraversi una città che ti è nuova e sconosciuta, ti sposti continuamente. E tutto questo è molto duro all’inizio. Non hai nessuna certezza, nessun punto di riferimento sicuro. Devi trovare la forza dentro di te, malgrado tutto, per andare avanti e trovare con tenacia e determinazione quello che cerchi!

E poi la difficoltà più grande che ho trovato, e che trovo ancora oggi, è quella di far capire veramente al produttore, o la regista, o al creativo di turno – chiamiamolo così – che vado ad incontrare per propormi, o quando vengo proposto dalla mia Agenzia, quali sono le tue qualità di artista, possibilità espressive e di interpretazione, cosa sai fare e cosa puoi fare. Spessissimo è molto difficile far capire e far percepire a queste persone che devono decidere in fretta, quelle che sono le proprie possibilità, le proprie potenzialità, il proprio talento.

image_3Spesso ti vedono in una foto, ti hanno visto in altri film, in altri lavori e dicono: “ Va bé!, sa fare questo cliché di personaggio!”, oppure, “è più portato, più propenso ad un certo tipo di ruolo!”.

Invece un attore bravo dev’essere in grado di fare tutto, deve saper impersonare qualsiasi ruolo gli venga proposto. Negli U.S.A. Ti danno la possibilità di metterti alla prova durante i provini, ti danno la possibilità di dimostrare quello che vali. Anche chi ha un nome famoso e importante, chi è conosciuto ed è famoso, in U.S.A. viene data la possibilità di mettersi alla prova, di dimostrare il suo talento artistico e recitativo.

E’ molto importante tutto questo.

E’ vero che spesso i ritmi sono molto veloci, c’è rapidità da parte dei produttori e dei registi nella scelta degli attori. Proprio per questo spesso si va sull’opzione sicura, certa. E’ anche importante rischiare di tanto in tanto. Andare oltre l’attore noto e conosciuto dal pubblico italiano.

E’ questa la difficoltà vera che ho trovato, e che trovo qualche volta tutt’ora: poter riuscire a stupire!, poter riuscire a dimostrare quello che valgo come artista, come attore, come talento della recitazione e dell’arte.

Quello che spesso, che qualche volta mi manca, è avere questa possibilità: la possibilità di stupire. Il limite italiano del mondo della recitazione cinematografica o televisiva è proprio questo: che non viene data la possibilità di farsi vedere, di farsi visionare nelle tue diverse interpretazioni. E questa è una difficoltà!, direi quasi un muro di gomma inscalfibile!

Ma è anche vero, però, che poi, quando si insiste, come è successo a me nel passato, qualche volta ce la si fa! Non sempre. Però dopo i registi, e i cosiddetti datori di lavoro, rimangono contenti, soddisfatti, soprattutto per il poco tempo che hanno impiegato a risolvere – come si usa dire – il ruolo, risolvere l’abilità sul set, il non sbagliare scelta. Perché è chiaro che il tempo è denaro. Quindi più sei rapido, veloce, preparato, più sei utile ad una produzione perché fai risparmiare tempo nella scelta, e quindi denaro, perché il tempo è denaro.

Questo per dire che tutte le volte bisogna sempre convincerli! Ma so bene che questo fa parte del mio gioco, del “gioco” dell’Artista, dell’Attore, anche se, ripeto, questo Artista ha già un nome ed è conosciuto. Penso che sia per tutti così.

Poi, per carità, può essere anche succedere che non si è “giusti” per un particolare ruolo. E questo ci sta. Però almeno ti rimane la possibilità di dire, anche solo a te stesso: “Mi sono fatto vedere. Ho avuto la mia chance. Ho avuto un parere da un regista. E questo per un Artista ha un suo valore, è costruttivo, è un incontro che arricchisce sempre”.

Ma rimane sempre la difficoltà di incontrare i registi, di poterli vedere, vis à vis, di guardarsi negli occhi, di farsi conoscere, appunto. Anche per ricevere uno stimolo da questo incontro che ti può migliorare e far riflettere.

image_4Sai Vincenzo che questa difficoltà reale di cui Tu ci hai parlato adesso, in tutte le interviste che ho fatto a decine di artisti, non è mai venuta fuori in modo così chiaro? All’inizio dell’interista Tu ci hai detto che “L’Artista deve essere imprenditore di se stesso”. Te lo ha insegnato Peppino. E questo racconto rispetto alle difficoltà che hai incontrato e che incontri tutt’oggi, come ci hai detto, le puoi superare solo se sei un bravissimo imprenditore di Te stesso e non ti arrendi mai e bussi a tutte le porte almeno perché ti mettano alla prova e ti diano la possibilità di farti conoscere. Credo che questo – se mi posso permettere – dovrebbe essere un altro dei temi che dovresti sviluppare nei tuoi Seminari che tieni in giro per le Università italiane. Molti aspettano a casa che suoni il cellulare o che arrivi la mail o il whatsapp, o peggio ancora, si affidano ciecamente ai loro Agenti! Ma il Mondo oggi è cambiato, e velocemente come hai detto tu prima Vincenzo, e non tutti gli Artisti – anche tantissimi professionisti in altri mercati lavorativi – non hanno capito quello che tu ci hai descritto così chiaramente. Ma tutto questo ci porta dritti dritti ad un’altra interessante domanda, Vincenzo. Spesso il mondo dell’Arte, del Teatro, del Cinema, della TV, si caratterizza per eventi spiacevoli che subiscono i protagonisti (gli attori, le attrici, i registi, i produttori, gli sceneggiatori, etc..) e che si materializzano dietro le quinte, nel backstage, nei luoghi che lo spettatore non vede e non immagina nemmeno. Qual è stata nella tua carriera l’esperienza più brutta che hai fatto e che non vorresti fosse mai accaduta?

Rispondere a questa domanda è impegnativo, nel senso che ricordare quali sono stati i momenti brutti, non è proprio il massimo (sorride), non è piacevole. Però mi viene da risponde a questa domanda dicendo che tendo a dimenticare facilmente. Dentro di me, e ovvio, li porto questi traumi, questi dolori, queste cose che custodisco insieme alle cose belle e positive. Insieme alle cose belle, dentro di me custodisco anche le cose brutte. Perché, sai Andrea, sbagliando si impara. Ci sono sicuramente le delusioni di essersi fidati delle persone sbagliate, come spesso accade. La cattiveria gratuita. L’invidia. Ecco! L’invidia e la gelosia sono due elementi molto resistente, molto presenti in questo Mondo. Io mi sono reso conto, spesso a mia insaputa, senza rendermene conto prima, di essere una pesona invidiata. Me ne sono reso conto perché è accaduto che me l’hanno fatto notare, oppure, ad un certo punto, me ne sono accorto da solo. Essere invidiato è una cosa tristissima e bruttissima: anche da persone dalle quali non te l’aspetti, che si nascondono dietro un sorrisino, un sorriso finto, dietro l’apparente simpatia o generosità che ti mostrano, ma che in realtà celano una forte invidia nei miei confronti. Ed è terribile! Perché l’invidia è negativa. È nefasta, porta male. Bisogna proprio proteggersi da tutto questo. Spesso si è invidiati quando in realtà – come nel mio caso – non te ne importa niente della competizione, del primeggiare.

Io sono una persona che ama la felicità altrui, non sono competitivo. E allora, mi sono accorto dalla mia esperienza, che questo essere felici del successo altrui, richiama, diventa calamitica per la presenza di persone invidiose intorno a te. Quello che invidiano di più gli invidiosi, è proprio il fatto di vivere tranquillamente e in pace con se stessi, di vivere con gioia l’esistenza. Gli invidiosi spesso pensano così: “Ma questo come fa ad essere così felice? Come fa? Perché?”.

In realtà, per quello che mi riguarda, vivendo della gioia altrui, sono felice e mi fa fare meglio il mio lavoro, la mia professione, mi fa fare sempre meglio.

Perché, sai Andrea quanta energia si disperde essendo gelosi e invidiosi? Perdi tempo ad invidiare e non ti dedichi con passione e totalità al tuo mestiere, alla tua professione, alla tua Arte, a quello che stai facendo in quel momento perché sei “impegnato a guardare-invidiare l’erba del vicino”.

Ecco, l’invidia è stata una degli elementi più tristi che ho avuto modo di incontrare nell’arco del mio percorso artistico, nella mia carriera.

E poi le delusioni. Anche certe sconfitte, certi dolori. Magari vedere una bel prodotto, un bel film, uno bello spettacolo e aver desiderato di far parte di quel prodotto. Senza mai bramare. La gioia di dire a se stessi: “Mi sarebbe piaciuto farlo io!”.

Poi però, siccome la vita riserva grandi sorprese, soprattutto quando si ha fede non si è mai soli, c’è il risvolto, la pagina successiva che è sempre piena di grandi e belle sorprese. Ed è lì che penso che nulla accada per caso! Se non si è “giusti” per un certo progetto, per impersonificare un determinato personaggio, significa che doveva andare così. Fa tutto parte di un iter che alla fine porta da qualche parte. Certo, si dice “aiutati che Dio ti aiuta!”. Non bisogna mai lasciarsi andare. Bisogna impegnarsi. Bisogna stare sempre concentrati.

E certamente non bisogna nemmeno accanirsi troppo, perché tanto non serve a niente. L’accanimento abbrutisce. Si diventa brutti, gialli, opachi, si invecchia. Invece bisogna vivere in armonia con la propria anima per rimanere sempre giovani, freschi e belli!

Bellissime parole Vincenzo! Hai detto bene, secondo me, l’invidia è uno dei peggiori mali del mondo, che blocca tutto, che disperde energie, che crea negatività, frustrazione, alienazione, avvilimento. Spesso l’invidioso è la stessa persona che distrugge la bellezza, che non sa costruire nulla di ammirevole o aggraziato: ed è per questo che gli invidiosi sono uno dei mali peggiori dell’umanità intera. Non è un caso che Dante Alighieri metta gli invidiosi nel Purgatorio e nel tredicesimo canto li descrive ciechi, ma più che ciechi, con le palpebre cucite con fil di ferro e da quelle orribili cuciture trapelano le loro lacrime per quello che hanno fatto quando erano in vita terrena e per il dolore che stanno subendo nella seconda cornice del Purgatorio pregando Maria e i Santi di alleviare le loro sofferenze. E questa “metafora”, di togliere la vista agli invidiosi, nasce proprio dal significato del termine “invidiare” che deriva dal latino “in + videre”, ossia guardare con ostilità il prossimo. Purtroppo queste persone, gli invidiosi, non si rendono conto di tutto questo. Vivono male, ma non capiscono perché.

vincenzo-bocciarelli-emanuela-tittocchiaNutrirsi della felicità altrui è, invece, un concetto, un approccio alla vità, che mi piace molto e che mi rispecchia Vincenzo. In questo la penso come te. Sono felice se le persone che ammiro, che amo (nell’accezione anglosassone del termine), che stimo, a cui voglio bene, stanno vivendo un momento di felicità. Come hai appena detto Tu, Vincenzo, questo mi dà energia per andare avanti e fare sempre meglio. Hai perfettamente ragione in questo. E’ così che dovrebbe funzionare il Mondo. Ma purtroppo, sappiamo entrambi che la realtà quotidiana è tutt’altra cosa. E questi sono concetti che il più grande scrittore del profondo della storia dell’uomo – ovviamente è il mio parere! (sorrido) – Fëdor Michajlovič Dostoevskij, in uno dei suoi romanzi più conosciuti e più belli, “Memorie dal sottosuolo” pubblicato nel 1864, tra le righe del suo romanzo ci parla appunto della “Teoria dell’Umiliazione”. Sai, Vincenzo, che questo concetto così importante che tracciò Dostoevskij nel 1864, a partire dagli anni ’90, alcuni scienziati e psicologi americani, ne hanno fatto una vera e propria teoria psicodinamica, un modello psicologico? Questo modello, che si basa su modelli scientificamente validati, parte dal presupposto che: “sono più le umiliazioni che subiamo nella nostra vita ad insegnarci a vivere meglio e a sbagliare sempre meno: si impara dalla propria esperienza e dai propri errori, soprattutto quando sono gli altri a farceli notare e magari ridono di noi!”

Vincenzo, il mondo del teatro, del cinema e dell’arte in genere è un mondo pieno di insidie e di compromessi. Spesso abitato da tanti piccoli serpenti che non hanno nulla a che vedere con l’arte ma che si insinuano nei suoi meandri per trarne profitto o piccoli e meschini vantaggi personali, come per esempio sedurre con l’inganno giovani artisti o artiste con promesse che non potranno mai mantenere e portandoli verso strade senza ritorno. E’ molto difficile trovare persone che ti diano una mano con sincerità e senza un tornaconto personale. Il tuo caso da questo punto vista non fa testo perché sei diventato da subito ed in giovanissima età uno dei pupilli di Strehler e uno dei più promettenti allievi della sua Scuola. Questa piccola introduzione l’ho fatta per chiederti cosa ti hanno detto i tuoi genitori quando hai comunicato loro che volevi fare l’attore e l’artista a 360°, dando per scontato che quello che ho detto prima fosse risaputo e noto anche a loro?

Con questa domanda, Andrea, adesso che mi ci fai pensare, i miei genitori non mi hanno mai detto nulla! Devo dire che adesso, pensandoci, è strano. Non mi hanno detto: “Stai attento a questo, stai attento a quell’altro che qui ti vogliono magari concupire, oppure che ne so…”. O avevano già capito che ero un po’ un cavallo pazzo che mi sapevo difendere! Oppure il fatto che, sicuramente l’essere entrato in una grande realtà, come quella che è stata appunto l’incipit di tutto, quella del Piccolo Teatro d’Europa di Milano, li ha rassicurati e mi ha salvaguardato da tanti serpentelli, da tante insidie.

E’ normale, quando poi ti strutturi e hai un diploma così importante, avere tutte le porte aperte. Ti prendono le compagnie con più facilità. Puoi bypassare tutte quelle difficoltà, quel girovagare alla ricerca della parte, il rischio di cadere nelle mani di personaggi ambigui, mediocri, falsi.

Sì, è vero, c’è tanta mediocrità in questo mondo, ed anche nel mondo del Teatro, del Cinema, della TV. E’ quello che dico anche ai miei ragazzi, ai miei allievi. L’importante è scegliersi le guide giuste, anche una.

Poi dico sempre loro che è importantissimo sapere che non si può avere tutto. Bisogna mettersi in testa, e metterlo in testa soprattutto alle nuove generazioni che vedo un po’ come Tantalo, che non si può sognare e sperare di avere tutto. No! Bisogna saper scegliere, fare delle scelte. Il segreto è scegliere. Come si sceglie un buon vestito di buona qualità, come si sceglie la propria compagna, come si sceglie il proprio compagno, come si sceglie la propria guida, il proprio Maestro. Scegliere. E’ l’educazione alla scelta.

E scegliere vuol dire anche rinunciare ad altro. Non si può “mettere il piede in una scarpa e poi dentro lo stivale”. Bisogna capire bene come salvaguardarsi. Perché le insidie sono tante. Sono un po’ come le sabbie mobili. Lì per lì non te ne accorgi, poi, dopo, ti trovi invischiato dentro, bloccato, affogato ed è difficile uscirne fuori. Una volta che sei impelagato dentro dei sistemi mediocri, è difficilissimo venirne fuori, tornare a galla.

E quindi la Guida, il Punto di Riferimento, è fondamentale e la qualità alla fine vince sempre.

vincenzo-bocciarelli-70318E’ importante soprattutto raggiungere gli obiettivi con le proprie forze. Non puoi sempre bypassare attraverso l’infatuazione, o l’occhiolino, o l’ammiccamento. Quelle sono propedeutici per percorsi abbreviati, da arrivisti, che non portano da nessuna parte.

Poi sai, Andrea, alla fine i risultati vengono a galla prima o poi. I successi facili vengono dimenticati. Le cose raggiunte con queste scorciatoie non lasciano nulla.

Il pubblico lo lo percepisce quando c’è un percorso diverso. Noi sulla fronte c’abbiamo scritto tutto: questo dobbiamo, noi Artisti, ma non solo, mettercelo in testa.

Perché lo vedi quando un attrice, un attore, ha raggiunto quell’intensità, quella bravura, quella professionalità grazie ad anni di studio, di lavoro, di fatica, di rinunce. Grazie ad anni di vita sana anche. Perché non è andandosene a sballare tre sere in giro, o nelle discoteche, o facendo tardi facendo il genio maledetto, l’attore maledetto che poi arriva il successo e tutti ti dicono: “bravo!”. No! Bisogna essere molto sani, molto lucidi. L’attore in fondo è l’atleta dell’anima, quindi devi stare con un’ottima padronanza di sé.

Vincenzo, mi piacerebbe conoscere il tuo pensiero rispetto ad una bellissima frase – almeno secondo me! – incisa nel grande Frontale del Teatro Massimo di Palermo, famoso perché costruito da due dei più grandi architetti del XIX secolo, Giovan Battista Filippo Basile e il figlio Ernesto Basile. Il Teatro Massimo di Palermo, lo saprai certamente, è il secondo più grande d’Europa per grandezza e capienza di spettatori e possiede una qualità acustica terza in Europa solo dopo l’Opéra National di Parigi e la Staatsoper di Vienna. La frase incisa sul Frontale è questa: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire». Tu, Vincenzo, leggendo questa frase cosa ti viene in mente, a cosa pensi, cosa ti ispira che vuoi dirci d’istinto adesso?

Il Teatro è un po’ la cartina tornasole, il termometro di una civiltà, è proprio uno spaccato di contemporaneità, da cui si evince, si capisce, quello che si sta vivendo. Ora, in questo preciso momento, con gli ultimi risvolti storici che stiamo attraversando, c’è un po’ un calo, dato da questi imprevisti movimenti, queste scosse direi, che non voglio neanche troppo enfatizzare per non dare troppa forza alle ombre oscure che ci circondano. E quindi c’è un po’ il timore di uscire fuori di casa, di andare nei luoghi chiusi, c’è sempre circospezione, c’è il sospetto, c’è paura di determinate cose.

Però sono sicuro che ci sarà un ritorno sempre più forte del Teatro perché l’uomo non può vivere senza l’aspetto sacro del Teatro, senza il suo aspetto catartico. Ha bisogno di ri-vivere, di rivedersi, di riscoprirsi, di epurarsi e di depurarsi completamente attraverso il rito del palcoscenico. E quindi, vedendo, osservando, estraneandosi, da un punto di vista psicologico e terapeutico, inizia a percepire un modo per migliorarsi, per capirsi, per sciogliere un po’ i nodi che si attanagliano nel nostro sub-inconscio. E quindi questo sarà sempre e ci sarà sempre. Il Teatro non morirà mai. Anche venti persone radunate in uno spazio di fronte a qualcuno che simula, o dissimula, o crea un’altra dimensione, ci sarà sempre.

Sicuramente la fiction è un po’ cambiata rispetto a quando io ho vissuto il boom. Negli anni ‘2000 c’era proprio il boom delle fiction con vette di ascolti veramente alti, dieci milioni di telespettatori! Noi in Italia non eravamo tanto abituati. Negli USA c’era già “Dallas”, “Dynasty”, “Quando si ama”, c’erano prodotti stranieri. Prodotti italiani, con beniamini italiani, ce n’erano pochissimi. Giusto “La Piovra” negli anni ’90. Iniziava con questa serie di grandissimo successo ad esserci qualcosa.

Oppure la prima soap-opera “Edera” sempre all’inizio degli anni ’90.

E quindi ci fu questo boom tra “Incantesimo”, “Il Bello delle Donne”, e tutte queste fiction che incollavano tutti i telespettatori in prima serata. Ed erano ben fatte, ben ideate.

Mi ricordo che c’era Maria Venturi che spopolava in quel periodo. Le sue idee erano molto apprezzate anche in Rai. E’ stata la creatrice e scrittrice di “Incantesimo” del 1998, di “Orgoglio” del 2004, di “Butta la Luna” del 2006, di “Paura di Amare” del 2010, l’ultima sua fiction.

Adesso, mi dicono, perché non ho più seguito la dinamica televisiva essendomi concentrato su altro, che queste fiction, in questo momento, non lasciano quelle tracce come hanno lasciato quelle storiche, memorabili, che ricordavo prima.

Ancora oggi, incontro persone per strada che mi chiedono: “Ma “Il Bello delle Donne”, “Incantesimo”, che fine hanno fatto?”. Questo per dire che hanno lasciato una un segno, un traccia, hanno bucato. Adesso ne fanno tante, ma non lasciano più quel segno. Non so se sono le storie o qualcos’altro. Sai, Andrea, il successo è sempre il frutto di un’alchimia data dal talento dell’attore, dalla giusta scelta dei personaggi, dal tema che deve catturare l’interesse del pubblico.

Per esempio, il successo di “Orgoglio” era anche dato dalla bellezza dei costumi, dalla bellezza delle scene, dal rivedere quelle che sono state le ambientazioni dei nostri nonni, dei nostri antenati. Vedere le origini e la nascita dei primi del ‘900, della Belle Époque, di tutta una serie di cose che sono state lo zoccolo duro del secolo a venire, degli anni a venire. E’ stato bello ed interessante.

Quindi bisogna, secondo me, capire bene di cosa il pubblico ha bisogno in quel momento storico-sociale particolare.

Ed è lo stesso in Teatro. Sicuramente non abbandonare mai i classici e non avere neanche la presunzione di modificarli o trasformarli troppo. Rimanere fedeli. Perché nella fedeltà al testo c’è poi il risultato e la qualità. Qualità sempre.

image_7Vincenzo, hai mai pensato di abbandonare di fare l’attore, non necessariamente per motivi di difficoltà o per problemi di lavoro, ma semplicemente perché volevi sperimentarti in un altro settore dell’arte che hai imparato? Oppure fare un altra professione per la quale hai nutrito da bambino una certa intensa passione? Questo te lo chiedo perché sei considerato un grandissimo talento e possiedi un’espressività artistica molto poliedrica ed efficace che sa arrivare al cuore dello spettatore e sa suscitare intense emozioni? In fondo l’arte è proprio questo: la capacità di suscitare emozioni all’essere umano! Se non c’è emozione, non c’è arte!

Ovviamente, Andrea, per me sarebbe folle pensare di non avere mai sfiorato per un istante, nel corso di questi vent’anni e più di percorso come Attore, questo pensiero. Ci sono stati dei momenti in cui è accaduto. Soprattutto quei momenti, vedi Andrea, nei quali scopri cose spiacevoli di questo mestiere e ti viene la voglia di mandare tutti a quel paese. Più che altro la voglia di andar via. Sono stato sfiorato dalla voglia, dalla tentazione di andarmene dall’Italia. Però al contempo penso che è da vigliacchi.

Io sono tanto legato al mio paese, alla mia famiglia, alle mie origini, ai miei sapori. Io lo so che non si può avere tutto. Sicuramente mi sono pentito di non esser andato via subito a vent’anni in America, ad Hollywood o a New York. Anche perché sono molto legato al modus di lavorare straniero. Mi trovo molto bene con registi stranieri, con attori stranieri. Ho un ottimo feeling.

Purtroppo c’ho la pigrizia dell’italiano, quello sì (sorride). Mi piace mangiare bene, mi piacciono le comodità. Però anche quando sono stato in India a lavorare mi sono trovato benissimo. Anche recitare in inglese devo dire. Mi è piaciuto parecchio. Ho sempre avuto ottime affinità con il sistema di lavoro nel mondo del Cinema e del Teatro straniero.

In Italia, invece, mi è successo di dire qualche volta: “Me ne vado!”. Ho anche pensato, in certi momenti: “Ma chi lo sa se questo è davvero il mio percorso? Magari, siccome io nasco come pittore, avrei dovuto continuare a dipingere!” Poi ho lasciato la pittura perché penso che non si possono fare troppe cose insieme. E’ da mitomani. C’è chi riesce a farlo, tanto di chapeau, tanto di cappello. Fare il fotografo, lo scultore, l’attore, il cantante.

Io sicuramente non abbandonerò la pittura. Sicuramente tornerò a dedicarmi alla pittura e con una sorpresa, con una mostra, insieme a Claudia Conte, faremo questa bella sorpresa futura. Però è troppo forte per me il desiderio, la necessità – come l’acqua per un pesce – di recitare. Per me la recitazione e vivere. Infatti nel mio sito, nella mia home page, si legge “Quando vivo non mi sento di vivere. E’ quando recito che mi sento di esistere!” E’ una bellissima frase tratta da “Eliogabado” (“Héliogabale ou l’anarchiste couronné”, Denoël & Steele, Paris, 1934) di Antonin Artaud, Grande commediografo, attore di teatro, scrittore e regista teatrale francese. Questa frase l’ho fatta mia, rappresenta la mia direttrice artistica, la mia frase emblematica.

E’ veramente bellissima è densa di significato questa frase, Vincenzo. Ma al contempo dà all’Arte, e all’Artista che la rappresenta, un destino che non appartiene alla vita terrena, ma alla vita magica della recitazione e dell’essere altro rispetto a se stessi. E’ come uno sdoppiamento di personalità, una scissione di personalità, come direbbero gli psicologi, che è una delle sindromi più diffuse tra gli artisti della recitazione. Ma chiaramente questa è un’altra storia che necessiterebbe di un’altra intervista (sorrido).

Ma adesso, Vincenzo, vorresti raccontare ai nostri lettori una delle cose più buffe e divertenti che ti è capitata nel tuo lavoro? Questi episodi, raccontati da personaggi importanti e di successo, rendono l’artista più simpatico, e spesso, se parliamo di veri e propri idoli, più umani agli occhi dei loro ammiratori.

Devo dire che sono un po’ un giocherellone a volte. Sempre nel limite delle possibilità che si hanno quando si lavora su un set. Però mi piace lo scherzo, anche a volte per stemperare momenti di tensione. Per esempio, mi viene in mente adesso che è stata molto divertente una delle riprese di “Pompei”, del film sugli ultimi giorni di Pompei. Mi sembrava di essere veramente in uno di questi Film che vedevo quand’ero piccolo, con tutti gli effetti speciali. E allora quando c’erano le scosse di terremoto, le eruzioni (sorride), durante le prove scherzavamo tra colleghi e facevamo un po’ le scene comiche!

A volte improvvisare battute o scherzi aiuta anche a distendere lo stato d’animo per stare meglio, per trovare delle idee migliori per la rappresentazione del personaggio.

Sul set de “La Scuola più Bella del Mondo”, lì è stata proprio l’apoteosi del divertimento perché c’erano fior fiori di attori brillanti e comici, come Christian De Sica, Angela Finocchiaro, Rocco Papaleo. E’ stato divertentissimo tutta la scena quando c’è lo scontro tra la i bambini che venivano da Cerra, da Napoli, e i bambini toscani. Quello è stato divertentissimo: botte, spinte, torte in faccia, cadute per terra. E’ stata una delle scene più divertenti da fare. Sono gli aspetti divertenti di questo lavoro.

E poi, quand’ero a scuola mi piaceva sempre fare le imitazioni. C’ho questa vena nascosta che pochi sanno, di comico, di pazzerello. Dovrei rilanciare un invito, autopropormi, a Checco Zalone, per qualche ruolo comico in uno dei suoi prossimi Film. Fa parte di me anche questo aspetto. Ancora poco conosciuto perché ho sempre più affrontato ruoli tragici, drammatici. Però ho anche una vena brillante, comica, pronta a sbocciare. Quindi vediamo Checco Zalone se nel prossimo Film mi scritturerà. (sorride).

Vincenzo Bocciarelli5397Chi sono oggi gli attori e le attrici che apprezzi di più e che stimi tantissimo e con i quali ti piacerebbe lavorare?

Ogni volta che vado al Cinema o al Teatro, e vedo un bel Film uno bello Spettacolo, mi viene di sentirmi affiancato, o di affianacare uno di questi attori o di queste attrici. Credo molto nel lavoro d’equipe, nel team, e quindi creare un bel Film con Grandi artisti rimane un po’ una delle mie più belle aspirazioni.

Creare un’ottima sinergia è fondamentale per creare un ottimo spettacolo. In Italia ci sono tante realtà teatrali che ho visto, che ho riscoperto. Che ho scoperto anche quest’anno, vedendo un po’ di spettacoli qui a Roma e non solo. Sicuramente mi piacerebbe farmi dirigere da un giovane regista, o comunque da un regista della new generation.

Per sempio, trovo interessante tra i registi delle nuove generazioni, Luca De Bei. Ho visto al Teatro Eliseo uno spettacolo molto bello. Anche altri spettacoli molto interessanti al Teatro Eliseo.

Mi farebbe piacere entrare a far parte della Compagnia di Luca Barbareschi, che sta creando all’Eliseo. Lo trovo un uomo di teatro illuminato, intelligente. Apprezzo come ha reimpostato la struttura dell’Eliseo che adesso sta andando molto forte.

Mi piacerebbe ritrovare alcuni colleghi del passato. Per esempio ritrovare e lavorare in Teatro con Daniele Pecci, che è stato mio collega in “Orgoglio”, mi farebbe molto piacere. Anche la Gabriella Pession, con la quale abbiamo condiviso i successi della grande saga di “Orgoglio”. Devo dire che gli attori che erano nel cast di “Orgoglio” erano tutti strepitosi, con i quali mi piacerebbe lavorare nuovamente. Ma sono tanti gli attori che ho incontrato in questi anni di carriera.

Ce ne sono anche alcuni con i quali non ho mai avuto il piacere di lavorare. Per esempio c’è un’attrice che trovo molto affascinante, è Monica Guerritore. Anche il regista e attore Gabriele Lavia. Me li ricordo quando stavano insieme. Li ho rivisti recentemente in un Film, “La scandalosa Gilda” del 1985, diretto proprio da Gabriele Lavia. Sono due interpreti straordinari. Mi farebbe piacere farmi dirigere e lavorare con Lavia. Non ho mai avuto il piacere di lavorare con lui. Tanti anni fa ho sfiorato la possibilità di lavorare con lui. Appena uscito dalla Scuola feci un provino con lui per “Il duello”, scritto da Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist nel 1811, e che doveva dirigere appunto Gabriele Lavia per il Festival di Taormina dell’agosto del 1993, che poi ha visto come attrice protagonista proprio Monica Guerritore. Dopo il provino fui preso da Lavia, solo che avevo già firmato con un’altra Compagnia e non ho potuto accettare. Ma avevo fatto il provino per il piacere di conoscere Lavia e farmi vedere da lui.

Poi c’è la parte degli stranieri. Sono tantissimi i registi con cui mi piacerebbe farmi dirigere: Pedro Almodóvar; Maïwenn Le Besco, regista francese che recentemente ha fatto un bel film, “Mon Roi – Il mio Re” del 2015, con Vincent Cassel e Emmanuelle Bercot. Mi piacerebbe lavorare con questi giovani registi francesi di talento, anche un po’ trasgressivi.

Insomma la lista di attrici e di attori sono tanti e interessanti da scoprire, conoscere, ritrovare.

Un bel progetto che ho in corso è quello a fianco di Maximilian Nisi, che è un mio compagno di scuola, ritrovato dopo vent’anni. Avevamo lavorato anche insieme nei primi anni ’90 e per caso ci siamo ritrovati ad una mostra del fotografo Tommaso Le Pera, con il regista Mario Mattia Giorgetti, direttore di Sipario. Ci siamo tutti e tre incontrati e abbiamo detto: “Ma perché non facciamo qualcosa?”. E Giorgetti ci ha proposto “I Narcisi ovvero dente per dente” di Carlo Terron. Spettacolo bellissimo che abbiamo già inaugurato il 13 e 14 febbraio scorso, 2016, per il secondo ciclo monografico del “Sipario Reading Festival“, in programma allo Spazio Arlecchino Casas di Montemurlo di Prato, dedicato, appunto, al drammaturgo e critico teatrale Carlo Terron. Lo spettacolo sarà portato in tournée durante l’anno e il calendario, conle date e i luoghi di rappresentazione, i lettori del Magazine lo potranno trovare sul mio sito-web ufficiale.

Quali sono i registi più importanti che hai incontrato nella tua carriera e che ti hanno insegnato qualcosa di importante?

Per me la figura del regista è fondamentale, è il Deus ex Machina dello spettacolo. Credo molto anche nel lavoro di regia, negli spettacoli di regia perché dà l’imprinting, la personalità all’opera. E quindi un’opera con un regista fiacco è un’opera fiacca di personalità. The point of view del regista è fondamentale. Mi piace anche creare, sottomettermi alla figura del regista, diventare uno strumento del suo plasmarmi, mettermi in discussione, cambiarmi, trasformarmi, affidarmi completamente. Perchè se si rimane troppo legati al proprio essere non c’è la trasformazione, non si entra nel gioco teatrale. Questo costa molta fatica. Però ricordo, a partire dagli inizi, il primo regista col quale ho lavorato a Siena e che ricordo con stima e affetto, perché comunque mi aiutò tantissimo ad iniziare ad entrare nel gioco teatrale. Era un regista che si chiamava Giuliano Lenzi, con cui feci “Fedra” e “Vicinanza stretta” di Jean Genet. Poi ricordo piacevolmente Alvaro Piccardi che conobbi nella Scuola di Teatro di Palmi: è il Seminario che feci prima di arrivare al Piccolo Teatro.

image_5E poi i registi che ho incontrato al Piccolo di Milano. Ebbi modo di conoscere Walter Pagliaro, col quale poi ho lavorato nel 2004 nell’“Antonio e Cleopatra” con l’attrice Maddalena Crippa. E poi, nel corso degli anni, Clauco Mauri, Theodoros Terzopoulos, regista greco col quale ho fatto delle tournée mondiali. Ricordo piacevolmente Krzysztof Zanussi col quale feci “La leggenda del Re pescatore”; Mario Mattia Giorgetti, col quale rilavorerò adesso e col quale feci un bellissimo spettacolo con Marisa Fabbri, “Il processo degli innocenti” di Carlo Terron; Giorgio Albertazzi che mi ha diretto ne “Il mercante di Venezia”; Lorenzo Salveti, con cui ho fatto un’esperienza bellissima a Siracusa, con cui ho fatto “Ecupa” di Euripide, io ero “Polidoro”. E poi, Irene Papas, quando ho fatto “Edipo Re” a Taormina con Giorgio Albetazzi. Irene mi ha dato tanti consigli importantissimi. Si è tanto dedicata a me che io dicevo: “Ma come è possibile?”, è la generosità dei Grandi. Ecco, io l’ho vista una Grande attrice Irene Papas che ho avuto il privilegio e la fortuna di sentirmi proprio guidare da lei, con una grande generosità che è la generosità dei Grandi. La porto nei miei pensieri più belli e nelle mie preghiere. Perché poi io prego per loro, perché la preghiera è importante. Anche Valeria Moriconi che porto nel cuore. E’ stata una madre eccelsa.

Un’altra bellissima esperienza l’ho fatta a Palermo. Nel 1996 Palermo ha inaugurato la “Chiesa di Santa Maria dello Spasimo”, meglio conosciuta a Palermo come “Allo Spasimo”, con “Héliogabale ou l’anarchiste couronné” di Antonin Artaud che è un ruolo e uno spettacolo che porto tra i ricordi più belli, con un giovane regista avveniristico, all’epoca, che si chiamava Tommaso Trak, che poi non ho più visto e non so che fine abbia fatto, ma lì fece una cosa straordinaria; Umberto Cantone, interessante giovane regista palermitano, col quale feci “La signorina Giulia” di Strindberg, sempre “Allo Spasimo” a Palermo, con Lucrezia Lante della Rovere, nel 2000, bellissima anche quell’esperienza. Poi ricordo una simpatica esperienza con “L’Angelo Azzurro” di Giuseppe Manfridi, con Valeria Marini, con la quale poi sono rimasto in buoni rapporti. Perché è una donna particolare, buona, è stata anche quella un’esperinza molto arricchente perché ho capito tante cose nel corso di quella tournée con Giorgio Albertazzi e Valeria Marini.

Poi ci sono stati gli incontri sui set con Paolo Ferrari, con Franco Castellano ne “Il bello delle donne”, con Ida Di Benedetto che è stata mia mamma, Grande attrice e produttrice cinematografica. Ho un ricordo bellissimo di Goffredo Lombardo della “Titanus”, il produttore che mi scelse per “Orgoglio”.

Tutti incontri costellati, in questo cielo fatto di sogni, di speranze, di traguardi, di successi, anche di sofferenze. C’è stato un po’ di tutto in questo cielo.

E poi l’arrivo di Florestano Mancini, grande regista che ha fattola storia del Cinema; Max von Sydow (grandissimo attore svedese naturalizzato francese, conosciutissimo per aver fatto la parte del killer nel famosissimo film con Robert RedfordI tre giorni del condor” del 1975) sul set de “L’Inchiesta”, bellissimo ruolo nel Film della “20th Century Fox”, dov’ero Caligola. Anche con Monica Kruz, attrice spagnola con la quale è nata una bella simpatia sul set.

Non vorrei omettere qualcuno, dimenticarmi di qualcuno. Se lo faccio chiedo venia perché magari a volte ci si può dimenticare. Ma sono proprio tanti gli attori che ricordo con affetto: Sebastiano Somma, Terence Hill in “Don Matteo”, Andrea Osvart in “Pompei”, Lorenzo Crespi, la Maria Grazia Cucinotta.

E’ bello perché poi quando li rivedo, anche dopo anni, è sempre fresco il ricordo e ci salutiamo sempre con grande affetto.

E poi l’incontro con gli indiani: “La strada dei colori”, Film made in Bollywood, con la regia indiana di Anish J. Karrinad. Tutti loro sono stati meravigliosi con me, mi hanno accolto con grande generosità e ne ho un bellissimo ricordo.

Chi sono stati i tuoi maestri di vita e i tuoi maestri professionali che ti piace ricordare ai nostri lettori e ai quali ancora oggi ti ispiri e mantieni con loro un forte legame affettivo, anche se non li vedi spesso oppure non ci sono più?

A questa domanda, Andrea, ho già risposto in parte prima. Ma colgo l’occasione per ricordare ancora una volta Giuseppe Perrone, che è stato il mio Manager, il mio Talent Scout, che ricordo sempre con affetto e riconoscenza. Spesso lo vado a trovare al Verano, a Roma, dove è sepolto. E’ il mio punto di riferimento. E’ stato il mio Maestro totale perché mi ha insegnato una cosa fondamentale che mi ripeteva spesso durante le nostre chiacchierate: “L’attore moderno deve essere Manager di se stesso”. E’ proprio così, Andrea, l’Attore del XXI secolo si deve organizzare in tutti i sensi, non può affidarsi ciecamente ad un Manager esterno, seppur bravo. Il suo destino di Artista, di Attore, dipende solo da lui, dalle sue capacità, dalle relazioni che avrà saputo costruire nella sua carriera, dallo studio che persevera quotidianamente per migliorarsi. Nel mio caso il mio destino di Artista e di Attore, lo so bene, dipende solo da me stesso. E’ questo è un grandissimo insegnamento di Peppino che mi porto sempre dentro.

Anche il ricordarsi di Peppino, come lo chiami tu affettuosamente, Vincenzo, con questo affetto e con questa gratitudine, mi fa capire che sei una persona, prima che un Artista e un Attore famoso, veramente straordinaria. Non mi è mai capitato, in tutte le interviste che ho fatto, di sentire parlare gli artisti che ho intervistato di riconoscenza così profonda, così vera, verso i propri “Maestri d’Arte” come li chiamo io. Sono riconoscenti, è vero, e lo dicono pure. Ma l’affetto che esprimono le tue parole per questi tuoi “Maestri d’Arte” ti fa un grandissimo onore, se posso permettermi di dirtelo.

image_6Vincenzo, quali sono i lavori che ami ricordare ai nostri lettori che hai fatto negli ultimi due/tre anni, che hanno riscosso un successo di pubblico e di critica importante? E quali sono i motivi per i quali sei legato professionalmente e affettivamente in modo particolare a questi lavori?

Quali sono, invece, le opere alle quali stai lavorando in questi mesi e quando potranno goderne i tuoi ammiratori, i tuoi fan e i tuoi follower (come si definiscono oggi)?

Un lavoro molto bello che ricordo degli ultimi anni, è stato “Duras Mon Amour” – a tal proposito consiglio ai lettori di guardare il bellissimo trailer di presentazione dello spettacolo, postato qui a seguire, perché è veramente incisivo e trascina quasi lo spettatore in Teatro per vedere lo spettacolo: https://www.youtube.com/watch?v=R6vnIWDR2e4 – E’ uno spettacolo su Marguerite Duras, che è stata una grande scrittrice e regista francese del secolo scorso, scomparsa nel 1996, conosciuta in Italia soprattutto per il Film “L’Amante” con la regia di Jean-Jacques Annaud, che scrisse la sceneggiatura del Film traendola dal Romanzo-autobiografico di Marguerite Duras dal titolo “L’Amant”, pubblicato in Francia nel 1984 da Les Éditions de Minuit.

Duras Mon Amour” è uno Spettacolo fatto al Teatro Piccolo Eliseo. E’ stata una bellissima esperienza. Io ero Jean, il giovane scrittore, amante di Marguerite Duras.

Poi i miei Spettacoli che porto in giro per l’Italia, i miei Recital, “Castel Sant’Angelo”, “Memorie di Adriano”, “Caravaggio e la verità della Luce”, “Quando solo l’Amore resta”, insomma i Recital che si arricchiscono con la presenza della musica, con la presenza di altri attori, insieme a me.

Nell’ultima edizione ho avuto il piacere di avere con me la mia giovane compagna, Claudia Conte, che ha portato un suo quid di freschezza, di bellezza, e che ha arricchito molto il mio Spettacolo, sicuramente da un punto di vista creativo, teatrale, artistico.

E poi, adesso, il nuovo progetto, che ho citato anche prima, “Narcisi. Ovvero dente per dente” di Carlo Terron, con la regia di Mario Mattia Giorgetti, dove interpreto il ruolo che nel 1963, nella prima storica edizione, fu di Corrado Pani.

E poi c’è una Fiction che inizierò prossimamente, ma della quale per adesso non posso anticipare nulla.

Sicuramente posso ricordarvi che mandano continuamente le repliche su Rai-Premium, è passato recentemente “Cinecittà”, una serie bellissima di cui sono protagonista con Barbara De Rossi. Le tante persone che non lo hanno visto in passato, potranno vederla e scoprirla anche adesso. E poi i tantissimi telespettatori che l’hanno vista in passato mi scrivono anche adesso sulla mia pagina Facebook o sul mio sito-web www.vincenzobocciarelli.com .

Stanno rimandando in onda in replica anche “Il Bello delle Donne”, “Incantesimo”, “Don Matteo”, “Un Caso di Coscienza”, “Pompei”, anche il Film indiano “La Strada dei Colori”, di cui sono protagonista, acquistato da RAI-CINEMA nel 2011 e mandato subito dopo in onda anche in Italia.

Insomma, ci sono molte repliche in corso in questo momento. La replica consente a molti spettatori che non hanno visto l’edizione precedente, di potersela godere, di poterla vedere aspettando l’uscita della nuova edizione. E questo mi riempie di gioia.

Sono tantissimi lavori bellissimi quelli che hai fatto, Vincenzo, e di grandissima cultura soprattutto, che sanno trasmettere pathos ed emozioni intense. Hai un’esperienza artistica veramente completa e complementare direi: Teatro, Cinema, Recital, Monologhi teatrali, Tragedie greche, insomma un Attore veramente completo come pochi lo sono in Italia. Non è un caso se vieni riconosciuto come uno dei più importanti talenti italiani dell’Arte della Recitazione. Ma proprio questa mia considerazione ci porta ad un’altra domanda, interessante e delicata al contempo. Una persona artisticamente importante come te, pieno di impegni e di lavoro, conosciuto tantissimo nel mondo del quale fai parte essendone una vera Star, come fa a gestire la sua vita relazionale e amorosa? Molti artisti, soprattutto quelli hollywoodiani, amano dire “to become a great actor you have to choose: either work or love” (per diventare un grandissimo attore devi scegliere: o il lavoro o l’amore). Pensi che i grandi attori americani, vincitori di Oscar e Golden Globe, che hanno fatto questa scelta di vita, abbiano torto o ragione? Qual è il tuo pensiero in merito?

Questa è una domanda molto significativa per me, Andrea. Il mio pensiero su questo tema molto delicato, perché è vero quello che dici, quello che dicono le Star americane, per avere veramente successo bisogna dedicarsi completamente anima e corpo a qualunque obiettivo si voglia raggiungere. E quindi per anni ho ragionato così: ho dato la precedenza assoluta alla mia professione artistica. Anche per un fatto di onestà, perché poi alla fine fai male l’uno e fai male l’altro: ti dedichi male al tuo lavoro, oppure non riesci a dedicarti bene alla tua relazione. Io sono per le scelte. Un po’ il discorso che facevamo prima, Andrea, sulle scelte. Bisogna fare delle scelte. E’ chiaro che all’inizio di una relazione ci vuole tempo, ti devi dedicare, non è un optional, non è un gioco. Bisogna capire quando ne vale la pena, se ne vale la pena, impegnarsi, donarsi, esserci. Perché è importante, non è un gioco. E quindi io ho testato su di me questo pensiero anche perché ho voluto capire. Mi sono dedicato recentemente molto alla mia sfera privata, a Claudia che amo, che in questo momento è molto presente nella mia vita. Non è che mi sono innamorato di lei perché avevo bisogno di innamorarmi di lei. Io stavo benissimo, felicemente tranquillo, mi dedicavo al mio lavoro, alle mie gioie, ai miei successi, alla mia vita, ai miei amici. Non avevo nemmeno bisogno, come a volte accade, di tappare un buco (sorride) – forse la frase è infelice – voglio dire nel senso di riempire un buco affettivo, qualcosa che sentivo mi mancasse. Poi invece, conoscendo e incontrando Claudia mi si è aperto tutto un mondo nuovo. Ho provato delle emozioni che non avevo sicuramente provato prima. Una ragazza fantastica, perché nonostante la giovane età è molto matura, è molto intelligente, è molto viva: Una ragazza che stupisce. Mi auguro di riuscire a consolidare sempre di più il nostro rapporto. E quindi questo è l’augurio che mi faccio, che ci facciamo di tutto cuore. Sicuramente la vera prova di una relazione la si vede nel momento in inizialmente si è consolidata, poi riuscire ad affrontare il lavoro, gli impegni, mantenendo e vivendo al contempo la relazione. Sicuramente vicino ad un uomo impegnato, ad un grande uomo c’è vicino una grande donna. Ma questa non vuole essere un’affermazione presuntuosa. Quello che voglio dire è che vicino ai grandi risultati di un uomo c’è sempre la presenza di una grande donna che gli sta vicino. Ci deve essere un sostegno reciproco. L’uomo ha bisogno di sentirsi affiancato, sostenuto dalla presenza della propria donna. Spesso, invece, quando si creano delle competizioni, o non c’è questo incastro fortunato, allora lì c’è il distacco, la rottura. Insomma, sono dinamiche molto delicate.

image_1Ho notato recentemente, guadando anche sui media, nei social, che i personaggi americani, le Star hollywoodiane, hanno riscoperto molto l’importanza del rapporto duraturo e serio. Per esempio, prima tra tutti, Cate Blanchett che dal 1997 sta insieme al marito australiano come lei, Andrew Upton, drammaturgo, sceneggiatore e regista, con il quale ha avuto 3 figli mi sembra. Eppure è una Star incredibile! Certo, mi chiedo come possa dividersi tra marito, l’impegno del copione, la vita da Star mondiale, i figli… è veramente ammirevole, esemplare. Sono esempi, sono esempi lei ma tanti altri. Ci sono tanti altri attori, attrici, Star impegnatissimi che riescono a dividersi tra il successo artistico e il successo familiare. Sono punti di riferimento da provare ad imitare. E noi siamo qui pronti per imparare.

Vincenzo, durante l’intervista, abbiamo più volte detto che sei un grande attore di successo, un vero talento artistico, ma hai un sogno nel cassetto che ti porti dietro fin da bambino e che oggi vorresti realizzare? Vorresti raccontare ai nostri lettori e ai tuoi ammiratori qual è?

Il mio sogno nel cassetto appartiene ai Film di fantascienza. Io ho sempre avuto una grande passione per i Film di fantascienza. Ricordo questa passione condivisa con mio padre. Andavamo sempre al cinema a vedere “Guerre stellari”, “2001. Odissea nello Spazio”, insomma tutti film bellissimi e che mi portavano in un mondo fantastico. Anche le letture, i Romanzi, i Fumetti, anche se i Fumetti un po’ meno. I Romanzi di fantascienza, per esempio quelli dello straordinario biologo e scrittore russo del ‘900 Il’ja Ivanovič Ivanov, che mi piacevano molto. E quindi il mio sogno nel cassetto sarebbe quello di prendere parte ad un Film di fantascienza, cosa che è un po’ difficile qui, perché in Italia non se ne fanno, non c’è questa cultura cinematografica. Far parte di un Film che racconta una storia Fantastica: o Fantascienza o Fantastica. Io sono dell’idea che il Cinema deve proprio farti sognare. Deve portarti in un’altra dimensione. Le commedie, le storie che ti fanno riflettere, il cinema che ti documenta, che ti sviluppa il senso critico, politico, socio-culturale vanno benissimo. Però io penso che ancestralmente, in maniera arcaica, il Teatro prima e il Cinema dopo, nascono per trasportarti in un’altra dimensione. E questo è fondamentale. Perché secondo me attraverso il sogno si scopre la realtà. Non scopri la realtà attraverso la realtà! Attraverso il volo pindarico verso altre dimensioni tu riesci a capirti meglio. Perché, soprattutto oggigiorno c’è questa sindrome della realtà alterata,virtuale. Tutti si sono creati, nella quotidianità, un’altra vita, una vita parallela virtuale. Non vivono nella realtà vera. Per quello hanno bisogno di immergersi in storie quotidiane, perché spesso si vive in una dimensione falsificata. Se invece sei già nella vita, ci sei dentro, attraverso l’ascolto, attraverso la comprensione, attraverso anche l’essere lucido rispetto alle cose. Ammettere quali sono i propri difetti, le proprie incertezze, i propri limiti. Questo è fondamentale per vivere nella consapevolezza. Allora ti senti la coscienza a posto nel momento in cui riesci a lasciarti trasportare da una storia che ti trascina in un’altra epoca, in un altro mondo, in un’altra dimensione che non sia quella reale che vivi quotidianamente. Perché sei ben ancorato alla realtà. Invece spesso, oggigiorno, proprio perché c’è questo meccanismo di realtà alterata, c’è bisogno di riconoscersi in una storia, in un film minimalista che ci racconta, che paradossalmente racconta noi stessi, come siamo! Infatti, per esempio, nel Cinema indiano c’è molta musica, molto colore, molto altro. Questo è sintomatico da un punto di vista psicologico. Questa necessità di andare oltre, che poi è il salto dell’Arte. Perché l’Arte ti deve portare altrove. Il “Verismo” nella pittura ti porta dentro un quadro dove c’è la rappresentazione fedele della verità, ma c’è anche l’interpretazione del pittore, nella luce, nella pennellata, nella prospettiva. Io sono sicuramente per il Cinema che ti fa sognare. Anche una recitazione che ha questo obiettivo mmi prende molto. L’iper-realismo è interessante, ma dipende da come viene usato e perché. Non bisogna mai dimenticare di anteporre a tutto ciò che si va a fare, parlo ovviamente da un punto di vista artistico-creativo, il perché: Perché dipingi quel quadro? Cosa vuoi trasmettere? Perché hai scritto questo libro? Cosa vuoi trasmettere attraverso questo libro? Il perché, sempre! L’obiettivo che vuoi raggiungere. Non lo fai solo per una mera necessità narcisistica. Lo fai perché devi, attraverso questa creazione, trasmettere un qualcosa, un perché. Da lì nasce tutto il soffio creativo dell’Artista vero.

image1Sai Vincenzo che mentre parlavi e raccontavi tutte queste bellissime verità del mondo dell’Arte, mi è immediatamente venuto in mente un nuovo approccio psicodinamico e psichiatrico, che si sta sviluppando velocemente e sta richiedendo studi molto intensi ed interessanti che sono indirizzati nel cercare di capire quella che gli scienziati di questo modello definiscono “Second Life”?

E’ una “vita virtuale parallela” che si vive in contemporanea a quella reale del quotidiano, ma che spesso porta ad una sorta di dipendenza e di distacco dalla realtà sconfinando nel patologico e in vere e proprie forme di psicosi. Forse il Cinema Fantastico, come lo hai chiamato tu prima, il Cinema di Fantascienza, nel recente passato hanno avuto questo ruolo: consentire l’immedesimazione dello spettatore in una dimensione altra, fantastica appunto, fantascientifica se vogliamo! Oggi tutto questo, almeno nei ragazzi e negli adolescenti, viene vissuto normalmente attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie più innovative e attraverso l’esperienza diretta della realtà virtuale che porta molti ragazzi a vivere più intensamente e più emotivamente quella che è una dimensione finzionale, piuttosto che quella reale delle cose di tutti i giorni fatte di dolore fisico, di gioie condivise, di contatto con il proprio compagno o con la propria compagna, di umanità vera insomma. Ma qui rischiamo di aprire un portone che ci porterebbe altrove ma che certamente vorrei, la prossima volta, se vorrai, approfondire con Te perché, secondo me, l’Arte può avere un ruolo importante per arginare questo fenomeno in forte crescita ed espansione all’interno del mondo delle nuove generazioni. Nuove generazioni che si muovono su questi binari con estrema naturalezza e leggerezza, che a noi adulti sono spesso sconosciuti e incomprensibili: in fondo siamo un po’ gli analfabeti del XXI secolo rispetto alle nuove tecnologie multimediali e virtuali che gli adolescenti di oggi, di tutte le latitudini, vivono come parte di loro stessi. Noi invece non sempre comprendiamo questa “nuova dimensione” e non riusciamo ad introiettarla, come invece fanno loro naturalmente e senza alcuna difficoltà, fin quasi dalla nascita. Ma su questo capitolo molto interessante per adesso ci fermiamo qui.

Grazie Vincenzo per aver dedicato il tuo prezioso tempo al nostro Magazine , e grazie soprattutto per una conversazione estremamente brillante ed interessante, stimolante intellettualmente e culturalmente, ricca di contenuti, di idee, di pensiero, di umanità e di Art vera.

Noi de “ilprofumodelladolcevita.com” non possiamo che augurarti di raggiungere traguardi sempre più ambiziosi e importanti, e non possiamo che farti il nostro in bocca al lupo per il tuo futuro artistico e professionale che sia sempre più glorioso. Grazie ancora e Ti aspettiamo per la prossima intervista!

Caro Andrea, Ti ringrazio per le Tue belle parole. Ti ringrazio per le domande di spessore, poco banali, molto originali che mi hai fatto. Spero di venire presto a Palermo a portare il mio Spettacolo, il mio Recital, e per l’occasione unire la mia performance alla presentazione del libro di Claudia Conte, la mia compagna.

Si potrebbe pensare anche questo e potrebbe essere l’occasione per stare insieme un po’ a Palermo. Ho molti amici a Palermo, tanti bei ricordi e sarebbe una bella occasione per condividere una permanenza e delle belle emozioni insieme. Grazie ancora di tutto Andrea, e grazie alla Redazione de “ilprofumodelladolcevita.com” per avermi ospitato nel vostro interessante e bellissimo Magazine, che ti confesso ho cominciato a leggere anch’io!

Per saperne di più sul Maestro Vincenzo Bocciarelli, potrete consultare i link di seguito elencati:

Sito-Web ufficiale:

www.vincenzobocciarelli.com ;

Vincenzo Bocciarelli slideshow 2016:

https://youtu.be/61topXrGJsc ;

Trailer dello Spettacolo Teatrale “Duras Mon Amour”:

https://www.youtube.com/watch?v=R6vnIWDR2e4 ;

Pagina Wikipedia dedicata a Vincenzo Bocciarelli:

https://it.wikipedia.org/wiki/Vincenzo_Bocciarelli ;

Pagina Facebook di Vincenzo Bocciarelli Fan Club:

https://it-it.facebook.com/vincenzobocciarellifanclub ;

Vincenzo Bocciarelli ospite di “TV2000” – 18 Marzo 2013:

https://www.youtube.com/watch?v=bry4w0wq3kI .

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