Home Cinema “Perfetti Sconosciuti” (2016) di Paolo Genovese – recensione di Andrea Giostra.

“Perfetti Sconosciuti” (2016) di Paolo Genovese – recensione di Andrea Giostra.

Introduzione:

perfetti-sconosciutiHo visto il film di Paolo Genovese, “Perfetti Sconosciuti”, il secondo o il terzo giorno di proiezione nelle Sale italiane! Sono andato al Cinema da solo e me lo sono gustato tutto d’un fiato. Quando i titoli di coda hanno cominciato a scorrere ho pensato: «Se questo Film stasera l’avesse visto Woody Allen si sarebbe mangiato le dita e senza dubbio, ad alta voce, avrebbe gridato: “Shit! How the heck did I not think about it first! This is a masterpiece of Movie! Work of contemporary art! A neo-realist film that perfectly reflects the modern time! It’s me that normaly does these kind of movies! But who is this Paolo Genovese who made a film so original and unique, in my style?”. Ma questa volta, caro Woody, questo “manipolo di italiani” ti ha fregato! Sono stati straordinari! E’ questo che ho pensato!».

Il film di Paolo Genovese è realmente un Capolavoro che si avvale di un Cast di Attori bravissimi e talentuosissimi, professionisti di altissimo livello che nulla hanno da invidiare alle Big Star hollywoodiane! La Sceneggiatura è un Capolavoro, scritta a più mani, e forse per questo motivo raggiunge vertici di brillantezza e genialità che raramente si vedono in un Film italiano: la “Creatività di Gruppo” è sempre unica e strabiliante, non bisogna certo scomodare Wilfred Ruprecht Bion (1897-1979), notissimo psicoanalista freudiano del secolo scorso, che ne ha fatto una teoria psicodinamica originalissima ed efficacissima, che esalta straordinariamente e giustamente il lavoro di Gruppo quale strumento creativo ed assai originale! A questo punto bisogna citarli questi talentuosissimi sceneggiatori che attraverso uno straordinario “Lavoro di Gruppo” hanno realizzato un Capolavoro unico: Filippo Bologna, Paolo Costella, Paolo Genovese, Paola Mammini, Rolando Revello.

Ma tutto questo non sarebbe bastato se il Casting non avesse scelto una “Squadra di Attori” bravissimi (non la chiamo “Cast di Attori” volutamente!), che hanno recitato la sceneggiatura con la stessa qualità “artistica” di come giocava al pallone il Barcellona di Guardiola: ritmo, sintonia assoluta, strategia, velocità, intesa, concentrazione, talento, passione, insomma, una narrazione filmica che non ha nulla da invidiare, per il pathos e le emozioni che ha trasmesso allo spettatore, al fantastico Concerto, che potremmo immaginare, di Wolfgang Amadeus MozartConcerto n. 23 per pianoforte e orchestra K. 488”, con al Piano Rudolf Serkin, e la Direzione dell’Orchestra affidata al grandissimo Claudio Abbado. Ma qui la “Squadra di Attori”, “l’Orchestra di Attori” se vogliamo, è tutta italiana e sono tutti dei fuoriclasse assoluti, che se fossero dei calciatori verrebbero valutati decine e decine di milioni di Euro. Eccoli: Kasia Smutniak, Marco Giallini, Valerio Mastrandrea, Anna Foglietta, Giuseppe Battiston, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher.

Il Film “Perfetti Sconosciuti” è uno straordinario esempio di lavoro concertato da più “cervelli-italiani-non-in-fuga”, è questo dà ancora più valore a quest’Opera d’Arte Cinematografica che sta riscuotendo un successo internazionale che non ricordavamo dai tempi di “Nuovo Cinema Paradiso” (1988) di Giuseppe Tornatore, Oscar 1990 come miglior film in lingua straniera; o dai tempi de “La Vita è Bella” (1997) di Roberto Benighi, Oscar 1998 come miglior film in lingua straniera. Mi scuso pubblicamente con Paolo Sorrentino se non lo cito in questa prospettiva, Artista che ammiro e amo tantissimo come scrittore, come sceneggiatore, come regista, e che secondo me è un Genio dell’Arte cinematografica italiana, ma il suo bellissimo e straordinario Film “La Grande Bellezza” (2013), che ha vinto l’Oscar 2014 come miglior film in lingua straniera, non ha raggiunto quella risonanza mediatica e culturale internazionale che hanno raggiunto Tornatore prima e Benigni poi con i loro Film che ho appena citato!

Recensione:

Perfettisconosciuti_Cosebelle_02-e1456362910187Il film racconta la storia di un gruppo di consolidati e vecchi amici d’infanzia che si ritrovano una sera a cena per passare una bella serata insieme. Ad un certo punto uno dei commensali, Eva, nel film la bravissima Kasia Smutniak, propone un gioco che richiama il “gioco della bottiglia della verità”: gli amici si mettono in cerchio e a turno, in un senso di rotazione, ognuno dei partecipanti fa ruotare su se stessa velocemente la bottiglia e quando si ferma dovrà fare una domanda “privata ed intima” alla persona del gruppo verso cui è diretta il collo della bottiglia. Il destinatario scelto dal Fato non potrà esimersi dal rispondere con sincerità, svelando particolari anche intimi e imbarazzanti! La sceneggiatura immagina un altro interessante gioco, che trasmette allo spettatore che empatizza con i protagonisti, emozioni da thriller psicologico: “il gioco del cellulare” che va messo sul tavolo in cui si sta cenando, e quando suona si risponde col viva-voce, ovvero, si legge il Whatsapp, il Messenger o l’SMS che arriva! Genialità assoluta! E’ questo il fulcro della narrazione, delle dinamiche assolutamente imprevedibili e pathos-logiche che emergono dal momento dello squillo del primo cellulare che lancia, come un dardo dell’antica Roma, un’emozione fortissima che arriva dritta dritta al cuore dello spettatore!

Quello che accade durante la narrazione filmica, che lo spettatore vedrà, vivrà empaticamente, subirà finzionalmente come vittima una volta, come carnefice la volta successiva, è reale e fortemente incisivo perché la brillante sceneggiatura tratta un tema attuale e quotidiano: siamo prigionieri inconsapevoli di una scatoletta alla quale abbiamo affidato, senza porre alcuna condizione, la nostra vita e il nostro destino!

Ma il tema che la sceneggiatura mette in evidenza è al contempo anche un altro: viviamo in un periodo storico dove ognuno di noi ha una “second life”, come direbbero gli americani che su questa questione da tempo portano avanti ricerche e studi interessantissimi! In sostanza e in breve si tratta di una “vita virtuale parallela” alla “vita reale e quotidiana” che tutti noi esseri umani terrestri viviamo in questo mondo con i suoi problemi, con le sue angosce, con le sue ansie, con i suoi successi e con i suoi fallimenti lavorativi, familiari e relazionali.

Alla “second life” non appartengono queste dimensioni emozionali negative e stressanti. La “second life” fa vivere alla persona che vi si immerge, una “dimensione protetta”, anche se virtuale, che forse ed in un certo qual modo, gli dà la forza e la consapevolezza di “sopportare” una “vita reale e quotidiana” altrimenti insopportabile!

Allora le domande che dovremmo porci sono: non è che questa forma di vita virtuale parallela, della quale tutti noi, partner, mariti, mogli, compagne, compagni siamo perfettamente conoscitori e consapevoli, oggi più che a sfasciare le relazioni non serva, invece, entro certi limiti, a salvaguardarle e proteggerle? Non è che questa forma di vita virtuale parallela, noi esseri umani contemporanei che viviamo il mondo delle nuove tecnologie comunicative e relazionali, la utilizziamo egoisticamente a nostro favore e la disveliamo e la mettiamo a nudo con estremo cinismo solo quando vogliamo che la nostra relazione abbia una fine subitanea? Non è che questa forma di vita virtuale parallela fa comodo ad entrambi i partner che sanno perfettamente che ognuno di loro vive una dimensione virtuale che stranamente solo se “non disvelata” alimenta la loro relazione e la fa andare avanti senza il rischio di drastiche rotture che sarebbero luttuose e assai dolorose per entrambi i partner?

Oppure noi esseri umani del XXI secolo siamo così ingenui che non immaginiamo nemmeno che il nostro partner possa vivere un’altra dimensione virtuale insieme a quella che quotidianamente condivide con noi nella «grazia di Cristo avendo promesso di esserci fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarci e onorarci tutti i giorni della nostra vita.»?

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N.B.1. – Questa è la recensione integrale di Andrea Giostra del Film “Perfetti Sconosciuti” (2016) di Paolo Genovese, di cui uno stralcio è stato pubblicato da “La Repubblica-Palermo”, alla pag. XI “Spettacoli, Cultura, Sport”, di Domenica 01 maggio 2016.

N.B.2. – La Recensione che avete appena letto la trovate pubblicata anche su:

Sono un appassionato di cinema, e come tale, quando guardo un film, mi lascio trascinare dalla narrazione e dalla successione delle scene. Guardo il film con ingenuità percettiva, non condizionata e non inquinata da sovrastrutture e preconcetti culturali, che non siano ovviamente quelle della mia personale esperienza di vita con i suoi vissuti e le emozioni (gioie e dolori) che hanno caratterizzato la mia storia e delle quali certamente non posso spogliarmi. Quello che a me interessa, quando guardo un film, sono solo le emozioni che ho provato. Quello che poi cerco di raccontare è il messaggio che mi è arrivato, le emozioni che ho vissuto e “subìto”, il pathos che mi è stato trasmesso durante la visione del film. Il cinema è l’espressione artistica contemporanea più completa e straordinaria che l’uomo potesse inventarsi. E se un film è in grado di suscitare emozioni, allora quel film non ha età. Come non ha età un brano musicale, come non ha età un dipinto importante, come non ha età una scultura straordinaria. Chi potrebbe, infatti, mai dire ascoltando un brano dei Beatles che quella è musica superata? Chi potrebbe mai dire guardando un quadro di Van Gogh che quello è un dipinto antiquato? Chi potrebbe mai dire guardando “La pietà” di Michelangelo che quella è una scultura anacronistica? Il cinema, così come qualsiasi vera arte, deve essere svestito dell’elemento tempo e della componente commerciale usa-e-getta che gli hanno appiccicato addosso i grandi produttori, le potenti lobby dei distributori internazionali, e talvolta anche alcuni registi che puntano più al business che alla qualità del prodotto. Il concetto commerciale di “consumismo” non appartiene e non può avere nulla a che fare con l’opera d’arte, e quindi neanche con il buon cinema. I film che io commento non tengono conto dell’anno di produzione e non tengono conto del tempo che è passato dalla sua prima proiezione. Il mio “sguardo” non è certamente quello dell’esperto critico cinematografico professionista che, essendo un grande conoscitore di film, registi, attori, tecniche di montaggio, fotografia, costumi, etc… etc…, ed avendo visto migliaia e migliaia di film, ha inesorabilmente perduto la spontaneità e l'innocenza osservativa ed emozionale dello spettatore comune che va al cinema, o vede un film a casa, con il solo intimo obiettivo di provare delle emozioni e distrarsi dalla sua quotidianità e dalle sue preoccupazioni. Il critico, con le sue complesse ed erudite sovrastrutture cinematografiche, ha perduto la componente più spontanea che un uomo, un osservatore/spettatore, deve possedere: l'innocenza dello sguardo e la libertà di lasciarsi trascinare dalle emozioni che si sprigionano da un’opera d’arte e ti colpiscono dritto al cuore ed alle membra. L’arte è qualcosa che sta tra l’oggetto e la persona. Non si trova né nell’oggetto, né nella persona: ma si materializza emozionalmente nel loro reciproco incontro. Da questo punto di vista, i critici cinematografici sono imprigionati in griglie di lettura che li costringono ad una amorfa parcellizzazione e settorializzazione dell'opera d'arte cinematografica e, pertanto, non sono più in grado di vedere la componente emozionale olistica e al contempo gestaltica del film. Quello che io penso è che non dobbiamo “fidarci” dei critici cinematografici professionisti, ma dobbiamo imparare a fidarci di noi stessi, di quello che sentiamo quando vediamo un film. Ognuno di noi, che ama il cinema, dispone degli strumenti necessari per capire se un film è bello oppure no, se è un’opera d’arte oppure no. E lo strumento di cui disponiamo è la nostra mente e il nostro cuore: il film ci ha regalato delle emozioni forti e vivide? Se la risposta è sì, allora è arte cinematografica. Se la risposta è no, allora non è arte. E’ un’altra cosa. Andrea Giostra