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Esce oggi “X – A Sexy Horror Story”, un potente horror che è molto di più

La locandina originale del film

La vicenda copre l’arco di pochi giorni dell’estate del 1979 in Texas. Dopo aver concluso un accordo telefonico con l’anziano Howard per prendere in affitto la dependance del suo ranch isolato, il quarantatreenne produttore Wayne, a bordo di un furgoncino, vi conduce là la piccola e giovane troupe del suo film indipendente. Il film è un porno, il regista-operatore è il talentuoso ed ambizioso RJ (Owen Campbell) affiancato dall’attraente compagna microfonista Lorraine (Jenna Ortega), inizialmente – ma solo inizialmente… – disorientata da quell’esperienza per lei inedita, mentre gli attori protagonisti sono (inizialmente…) tre, le due ragazze Bobby Lynne (Brittany Snow) e Maxine (Mia Goth) e il pornodivo nero Jackson (Scott Mescudi). Il vecchio Howard e Pearl, la sua compagna un tempo leggiadra ballerina oggi consumata dagli anni (interpretata dalla stessa Mia Goth con la complicità di mezza giornata di trucco… in vista del prequel girato in contemporanea), non sono stati informati di quel che accade all’interno della loro dependance. Lo scopriranno presto, e sarà una carneficina.

Stando alla sinossi e allo slogan di lancio (“Godrete… da morire”), il nuovo film del quarantunenne Ti West distribuito da Midnight Factory sembrerebbe l’ennesimo slasher sorretto dal gioco al massacro che elimina uno ad uno personaggi introdotti sommariamente in un inizio “traditore”, disincantato e aperto a sviluppi più articolati ben presto spezzati. Invece è l’esatto opposto. O, meglio, in “X” il massacro c’è, ma è solo una delle componenti della narrazione e nemmeno la principale. Perché componenti “altre”, appartenenti ad “altre” narrazioni, quelle cosiddette “nobili” o “autoriali”, si affiancano immediatamente al genere horror, peraltro rispettato in tutti i canoni della costruzione della suspense. In un continuo gioco di specchi, doppi e ribaltamenti fondato su sottili richiami e intrecci che legano realtà diverse – le due case, i due “set”, le due “Mia Goth” – il regista, esattamente come il suo alter ego RJ, non si concentra sull’“atto”, ma innanzitutto su ciò che quello stesso atto (di sesso e di morte) causa e prolunga.

“X” è un film “vecchio stampo” perché il suo autore – che ha avuto la fortuna di nascere sul finire di un’epoca analogica rimasta impressa nel suo immaginario – non soltanto omaggia a piene mani il cinema del passato, quello fatto con la pellicola e destinato eminentemente alla sala, ma soprattutto – e semplicemente – costruisce una storia, composta da trame e sotto-trame, da pochi personaggi, grandi e piccoli, tutti con una loro pienezza, distinti l’uno dall’altro e legati da dinamiche comuni, animati ciascuno a suo modo da tensioni, desideri, rivalità, tentazioni, fragilità… Ognuno con il giusto peso specifico nell’economia dell’opera, ognuno con la ribalta (e la fine) che gli compete. Ed è così che “il male” e la devianza sono indagati con il medesimo rispetto riservato alla “normalità”, in modo tale da mettere in crisi la linea di transizione dagli uni all’altra. Ti West ha il coraggio e l’intelligenza di esplorare le stanze, i corpi e le pulsioni degli anziani, introversi e al tramonto, al pari di quelli dei giovani, estroversi e proiettati verso un futuro nebuloso. I risultati che il regista raggiunge sono pertanto molteplici, narrativi (una storia che avvince, appassiona e fa esplodere variegate suggestioni ben al di là della semplice tensione emotiva) e meta-narrativi, con l’osmosi – inquietante e universale – tra la giovinezza fuggevole e l’anzianità mortifera, e una sotterranea critica verso la nazione natia, da secoli sospesa tra il perbenismo castrante ed un caos sempre pronto ad esplodere come la lava di un vulcano in piena attività.

Massimo Nardin è Dottore di ricerca in Scienze della comunicazione e organizzazioni complesse, docente universitario presso l'Università Lumsa di Roma e l'Università degli Studi Roma Tre, diplomato in Fotografia allo IED Istituto Europeo di Design di Roma, giornalista pubblicista, critico cinematografico, sceneggiatore e regista. È redattore capo della sezione Cinema della rivista on-line “Il profumo della dolce vita” e membro del comitato di redazione di “Cabiria. Studi di cinema - Ciemme nuova serie”, quadrimestrale del Cinit Cineforum Italiano edito da Le Mani (Recco, GE). È membro della Giuria di “Sorriso diverso”, premio di critica sociale della Mostra del Cinema di Venezia, e del Festival internazionale del film corto “Tulipani di seta nera”. Oltre a numerosi saggi e articoli sul cinema e le nuove tecnologie, ha pubblicato finora tre libri: “Evocare l'inatteso. Lo sguardo trasfigurante nel cinema di Andrej Tarkovskij” (ANCCI, Roma 2002 - Menzione speciale al “Premio Diego Fabbri 2003”), “Il cinema e le Muse. Dalla scrittura al digitale” (Aracne, Roma 2006) e “Il giuda digitale. Il cinema del futuro dalle ceneri del passato” (Carocci, Roma 2008). Ha scritto e diretto diversi cortometraggi ed è autore di due progetti originali per lungometraggio di finzione: “Transilvaniaburg” e “La bambina di Chernobyl”, quest'ultimo scritto assieme a Luca Caprara. “Transilvaniaburg” ha vinto il “Premio internazionale di sceneggiatura Salvatore Quasimodo” (2007) e nel 2010 è stato ammesso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali al contributo per lo sviluppo di progetti di lungometraggio tratti da sceneggiature originali; nell'autunno 2020, il MiBACT ha ammesso “La bambina di Chernobyl” al contributo per la scrittura di opere cinematografiche di lungometraggio.