Home Cinema Recensioni Film IL BUCO, VIAGGIO ALL’INFERNO SENZA RITORNO

IL BUCO, VIAGGIO ALL’INFERNO SENZA RITORNO

E’ il film del momento. O, meglio, quello che nella nostra quarantena legata alla pandemia descrive fino a che punto può spingersi l’essere umano. Parliamo della pellicola spagnola Il Buco trasmessa da qualche settimana da Netflix e presentata in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival. Un’opera prima, del regista basco Galder Gaztelu-Urrutia che costringe lo spettatore ad un viaggio all’inferno senza ritorno.

La storia. Il protagonista è un uomo di nome Goreng (Iván Massagué), che decide volontariamente di sottoporsi ad un isolamento per la durata di sei mesi con l’obiettivo di smettere di fumare e concentrasi nella lettura del Don Chisciotte della Mancia, il capolavoro di Miguel de Cervantes, una vera e propria bibbia per ogni spagnolo che vuol davvero affrontare il senso della vita.

Firmato il suo assenso Goreng si risveglia in quello che viene chiamato Il Buco. Che in realtà è una fossa che si estende in verticale, composta da diversi livelli, i quali presentano un foro rettangolare al centro. Da qui, una volta al giorno, passa per pochi minuti una piattaforma in cui chef scrupolosi servono delle pietanze ogni giorno diverse. Il meccanismo è semplice: chi sta ai piani più alti ha la possibilità di sfamarsi, chi si trova ai livelli inferiori finirà invece con l’avere da mangiare solamente gli scarti.

Tutto il film è davvero claustrofobico sia nell’ambientazione (che è unica per tutta la durata) che nei colori tanto da infastidire lo spettatore che per proseguire la visione deve armarsi di una buona dote di coraggio. Eppure merita di essere visto. Perché rappresenta una metafora della nostra società, di quella stratificazione piramidale che, proprio durante la fase del lockdown, è diventata ancora più manifesta. Perché la quarantena chiusi in casa non è stata uguale per tutti, perché non tutti hanno case con giardino e balconi e, spesso, le quattro mura familiari sono nè più nè meno che una prigione.

Tutto questo nel film spagnolo è ovviamente amplificato al massimo e la discesa agli inferi è una vera e propria allegoria sulla sopravvivenza che potrebbe essere pacifica se tutti gli abitanti della fossa mangiassero la loro porzione di cibo ma che così non è perché, posti in cattività, gli essere umani tornano ad essere dei veri e propri animali.

Ci sono scene di cannibalismo, infatti, che al di là del disgusto pongono in essere la questione fondamentale che poi, qualche secolo fa, aveva ben riassunto il filosofo inglese Thomas Hobbes: homo homini lupus. In defitiva, la natura umana è fondamentalmente egoistica, e a determinare le azioni dell’uomo sono soltanto l’istinto di sopravvivenza e di sopraffazione. Difficilmente l’uomo si sete spinto ad avvicinarsi al suo simile in virtù di un amore naturale. Se gli uomini si legano tra loro in amicizie o società, regolando i loro rapporti con le leggi, ciò è dovuto soltanto al timore reciproco. Nello stato di natura, cioè uno stato in cui non esista alcuna legge, ciascun individuo, mosso dal suo più intimo istinto, cerca di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei suoi desideri. Ognuno vede nel prossimo un nemico.

Tutto questo nel film di Galder Gaztelu-Urrutia è reso ancora più evidente dai comprimari che accompagnano il protagonista nel suo viaggio, a partire dal compagno del primo livello, un anziano signore di nome Trimagasi, che invece del libro ha portato con sè un affilatissimo coltello che gli servirà non solo per difendersi ma anche per sfamarsi di carne umana.

Il protagonista farà un sali e scendi nell’ascensore della vita, provando sei la gioia di pasti frugali ai livelli più alti che la fame assoluta in quelli più bassi. Ma c’è una possibilità di salvezza, di uscita da questo inferno dantesco?

Il simbolo è rappresentato da una bambina che in teoria non potrebbe essere nella fossa (il regolamento lo vieta) ma che Goreng cerca in tutti i modi di salvare. Il finale resta appeso e ovviamente l’invito è a vedere il film perché da questo viaggio senza ritorno difficilmente si tornerà come prima della visione.