Presentato in anteprima stampa al cinema Moderno The Space di Roma “Il primo re” di Matteo Rovere, quarto lungometraggio del regista classe ’82 che uscirà il 31 gennaio in trecento sale italiane.

È la storia di Remo, Romolo e la fondazione dell’impero più vasto di sempre.
Una storia che si (con)fonde con la leggenda, così come nei due gemelli il sangue umano (la stirpe di Enea) si unisce con il divino (il dio Marte). Una storia mai trasposta interamente sul grande schermo e che, nei secoli, è stata raccontata in versioni contrastanti. Una storia cui, dunque, può giovare una rivisitazione cinematografica contemporanea.

“Il primo re” comincia con la preghiera rivolta da Remo alla madre Terra e termina con le estreme conseguenze della sfida da lui lanciata alla divinità. In mezzo, la progressiva presa di coscienza sua – e, di riflesso (del suo riflesso), Romolo – del carattere d’invincibile predestinazione che governa il destino, loro e del mondo intero. Due fratelli che sono un corpo unico, separati tuttavia da un opposto modo di relazionarsi a ciò che li trascende. Coraggioso e instancabilmente determinato, Remo (Alessandro Borghi) è altresì concentrato sull’individuo, solipsista tanto da piegare l’enigmatico messaggio della sacerdotessa a favore della propria individualità, perdendo così di vista, in un sol colpo, la collettività e il volere superiore e intangibile della divinità.
Oriente che invece mantiene ben saldo davanti ai propri occhi Romolo (un intenso Alessio Lapice). Guerriero mite, fuori dai combattimenti per gran parte del racconto perché gravemente ferito, difeso strenuamente dal temerario gemello, saprà riprendersi e conquistare la guida del proprio amato popolo.

Il film di Rovere inizia con la spettacolare scena dell’esondazione del Tevere, prosegue in un accampamento nemico, s’inoltra nella foresta, attraversa un altro villaggio e infine approda, nuovamente, al biondo fiume della nascitura Roma. Una piccola grande odissea che mette alla prova i protagonisti, facendo compiere a Remo il più classico e riuscito arco di evoluzione: da schiavo a re, con tutto il carico di responsabilità e devianti tentazioni che un tale cambiamento comporta. Al suo fianco, le presenze silenziose del gemello e di Satnei, la schiava-sacerdotessa, un’impressionante e scarnificata Tania Garibba, la sorpresa più potente di tutto il film (con buona pace di Borghi, qui nell’ennesima sua maiuscola interpretazione).

Sono numerosi i meriti de “Il primo re”, che ne fanno un film prezioso innanzitutto per la nostra cinematografia.
A cominciare dalla scelta della lingua, un “proto-latino” (sottotitolato) ricostruito guardando alle radici indoeuropee con il paziente e audace lavoro di un team di semiologi dell’Università La Sapienza di Roma. Una scelta di realismo proseguita nelle ricostruzioni storiche – dall’equipaggiamento bellico fino alla morfologia dei villaggi – elaborate con il sostegno del gruppo di ricerca in Etruscologia e antichità dei popoli italici dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.
Una scelta che si riverbera nelle location e nei combattimenti: riprese in formato anamorfico con lenti Zeiss e luce naturale (un altro capolavoro fotografico di Daniele Ciprì), destinazione del film – per espresso volere del regista – esclusivamente il grande schermo della sala cinematografica, ambienti realmente esistenti (le riserve naturali dell’Aniene, di Tor Caldara, di Decima Malafede e del Circeo, la selva di Circe e il lago dei Monaci…), duelli corpo a corpo autentici ed effetti digitali ridotti al minimo indispensabile e comunque all’interno di una postproduzione estenuante e certosina durata un anno e mezzo (per un budget di oltre nove milioni di euro in coproduzione con il Belgio).

Negli occhi di Borghi si leggono ancora lo stupore e l’energia provati per un’operazione del genere, trascorrere mesi interi lontano dalla civiltà, senza i nostri abituali supporti tecnologici, vestiti di pelli e ruvidi tessuti, con la terra e la natura presenze costanti e invasive sulla propria pelle…

Alla luce di una tale programmatica ricerca della massima genuinità, stonano un poco taluni artifici, da qualche ralenti a – soprattutto – l’eccesso di colonna sonora. Il compositore Andrea Ferri ha effettivamente svolto un lavoro di fine e originale ricostruzione, che alle logiche

percussionii arcaiche e ai sintetizzatori analogici ha affiancato la ben più tradizionale orchestra sinfonica. Ebbene, questo stratificato accompagnamento risulta qua e là essenziale ed evocativo, ma più spesso ricorda l’ipertrofia di tante saghe kolossal, quasi gli autori avessero sentito il bisogno di sottolineare momenti che potevano brillare semplicemente di suoni propri. Esattamente come quando, invece, sono state privilegiate le sonorità dell’ambiente, animali e natura, momenti suggestivi che, letteralmente, aprono le immagini e l’intera narrazione.

La quale, nonostante la partenza ad effetto e forse complice il non usuale compito audio-visivo cui lo spettatore è chiamato, stenta a decollare ed avvincere. Almeno fino a quando il drappello di uomini non raggiunge il centro della foresta. Da quel punto, superati conflitti minori e qualche messa alla prova pretestuosa se non addirittura stucchevole, con la sostanziale crescita del personaggio della sacerdotessa e del dissidio tra i due fratelli, il racconto si incanala nei solidi e fecondi binari della tragedia, appassionando lo spettatore con un meccanismo narrativo essenziale, puntuale e parimenti di rara densità.

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